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«Liberate Rimsha Masih, la piccola pakistana accusata di blasfemia»

«Prima di affermare che un testo sacro è stato oggetto di disprezzo bisogna accertare i fatti». Ha parlato così sabato scorso il Cardinal Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, sottolineando che la piccola Rimsha Masih è davvero malata e che «non è in grado di leggere né di scrivere». Della pakistana cristiana in carcere dal 16 agosto scorso perché accusata di blasfemia per aver bruciato il Corano sono giunte per ora notizie contrastanti. Alcuni dicono che Rimsha sia minorenne, altri che non sia affetta da sindrome di Down. C’è poi chi sostiene che la bimba sia più sicura in prigione e chi invece ne chiede la liberazione. Qualcuno accusa alcune ong di parlare senza tener conto delle ritorsioni sui cristiani.
A fare più chiarezza su quanto sta accadendo è Peter Jacob, segretario esecutivo della Commissione nazionale di Giustizia e Pace della Chiesa cattolica pakistana, che da più di vent’anni si batte per l’abolizione della legge sulla blasfemia. «Quello che si sa con certezza è che la piccola è minorenne ed è malata», spiega Jacob a tempi.it. «Non si sa con sicurezza quale tipo di sindrome la affligga, ma questo non significa che Rimsha stia bene. La legge penale prevede che il trattamento per i minori e i malati sia diverso, ma questo sembra non contare. Per quanto riguarda le notizie incerte sulla famiglia, sulla detenzione della bimba e sulla ricostruzione dei fatti la responsabilità primaria della confusione è del governo che dovrebbe fare chiarezza su quanto sta succedendo». Mentre per quanto concerne le tante parole spese in merito alla vicenda, secondo Jacob «è meglio continuare a parlare di quanto sta accadendo piuttosto che tacere. Il fatto che i giornali pongano il problema non è garanzia di nulla, ma sicuramente serve più questo che il silenzio a smuovere il governo. Certamente poi bisogna parlare con cognizione di causa, altrimenti si rischia di perdere di credibilità».
È noto, però, che il governo e la polizia subiscono pressioni pesanti dagli islamici. Spesso i leader religiosi usano la legge per fomentare la folla e colpire la comunità cristiana del Pakistan. Per questo molti preferiscono tacere. E forse per lo stesso motivo si preferisce che la piccola resti in carcere viva piuttosto che fuori in pericolo. «Molti dicono che è più sicura in carcere, questo è vero solo se non si decide di difenderla una volta fuori dalla prigione. Non bisogna smettere di chiedere la liberazione di Rimsha pretendendo che ne sia garantita la sicurezza. Lo stesso vale per le ripercussioni sulle famiglie cristiane del quartiere in cui vive la piccola: non si può tacere, occorre chiedere che il governo ne garantisca la sicurezza e la libertà». Si dice poi che la legge sulla blasfemia venga utilizzata in modo strumentale e che nel caso della piccola minorenne malata non dovrebbe valere. Ma il vero problema sarebbe un altro. L’accettazione in sé di questa norma. «L’uso strumentale della legge è indubbio. Tutto in questo caso dice che per la piccola non dovrebbe valere. Ma è vero che il punto è un altro: l’assurdità in sé di una norma che punisce la blasfemia con l’ergastolo o la morte. È per questo che la Chiesa chiede l’abolizione integrale di una legge illiberale che serve solo a limitare la libertà religiosa».