Share |

«Mai nella storia un odio così passionale contro la religione». Il 13 ottobre saranno beatificati 522 martiri spagnoli

Quando si parla dei martiri spagnoli degli anni Trenta del XX secolo, li si chiama erroneamente “martiri della guerra civile”. Erroneamente perché i primi martiri ci furono già nell’ottobre del 1934, durante la rivoluzione delle Asturie. Mancavano allora quasi due anni all’inizio della guerra civile e i martiri non avevano quindi nulla a che fare con essa. Ma c’è chi continua a collegarli con quel conflitto armato in cui ci furono “caduti in azioni di guerra” in entrambi gli schieramenti, perché lottavano sul fronte, e ci furono anche, nelle retroguardie delle due aree, “vittime della repressione politica”. Gli uni e gli altri meritano il massimo rispetto e vengono ricordati come eroi e modelli da imitare dai seguaci delle rispettive ideologie.
Ma ci furono anche “martiri della persecuzione religiosa”, perché durante la guerra civile, in tutta l’area repubblicana, il culto cattolico fu proibito per quasi tre anni. La Chiesa ufficialmente non esisteva. Gli ecclesiastici e le religiose furono uccisi perché erano uomini o donne di Chiesa, e per lo stesso motivo furono assassinati uomini e donne dell’Azione Cattolica e di altri movimenti ecclesiali, ossia perché erano cattolici praticanti. Ma nessuno di loro fu implicato in lotte politiche o ideologiche, e tanto meno vi prese parte.
La Chiesa li eleva agli onori degli altari con il titolo di martiri perché erano persone che lavoravano pacificamente in parrocchie, scuole, collegi, ospedali, ospizi e così via. Un’opera sociale immensa, mai abbastanza riconosciuta alla Chiesa, interrotta brutalmente da quella persecuzione religiosa, senza precedenti nella storia della Spagna. Quelle persone non persero la vita in azioni di guerra e non furono neppure vittime della repressione politica. Furono semplicemente testimoni di Cristo e quindi “martiri della fede durante la persecuzione religiosa”.
In piena guerra civile spagnola questi concetti risultarono ben chiari sia a Pio XI che ai suoi successori, fino a giungere a Papa Francesco. Con le beatificazioni del 13 ottobre, saranno 1.512 i martiri beatificati e 11 quelli canonizzati. I dati che abbiamo, sebbene non del tutto esatti, rivelano l’entità di quella persecuzione: dei 6.832 morti, 4.184 appartenevano al clero secolare, includendo dodici vescovi (nove sono già stati beatificati) e un amministratore apostolico, 2.365 erano religiosi e 283 religiose. Non è possibile fornire cifre definitive dei laici cattolici uccisi per motivi religiosi perché non esistono statistiche affidabili, ma probabilmente furono diverse centinaia.
A richiamare l’attenzione è innanzitutto l’età. Per esempio, dei 26 religiosi passionisti di Daimiel, 15 erano studenti tra i 18 e i 21 anni. Lo stesso vale per i Fratelli di San Giovanni di Dio, i claretiani di Barbastro, i Fratelli delle Scuole Cristiane di Turón e di Almería, gli agostiniani di El Escorial, i francescani, i domenicani, i trinitari, i carmelitani, gli scolopi, i claretiani salesiani, i maristi e così via. I più giovani furono l’aspirante salesiano Federico Cobo e lo studente carmelitano Pedro Tomás Prati, entrambi sedicenni.
Questi dati sono impressionanti, ma lo sono ancora di più le opinioni di alcuni responsabili della tragedia. Alla fine dell’agosto del 1936, un alto dirigente catalano, alla domanda di una redattrice del giornale francese «L’Oeuvre» sulla possibilità di riavviare il culto cattolico in Spagna rispose: «Oh, il problema non si pone neppure, perché tutte le chiese sono state distrutte». Andrés Nin, capo del Partito operaio di unificazione marxista, in un discorso pronunciato a Barcellona l’8 agosto 1936, non esitò a dichiarare: «C’erano molti problemi in Spagna (…) Il problema della Chiesa lo abbiamo risolto completamente, andando alla radice: abbiamo soppresso i sacerdoti, le chiese e il culto». José Díaz, segretario generale della sezione spagnola della III Internazionale, il 5 marzo 1937 disse a Valencia: «Nelle province in cui dominiamo, la Chiesa non esiste più. La Spagna ha superato di molto l’opera dei Soviet, perché la Chiesa, in Spagna, è ora completamente annientata».
Secondo Hugh Thomas, «in nessun altro momento della storia della Spagna, e forse persino del mondo, si è manifestato un odio così passionale contro la religione e tutte le sue opere. Molti di quei crimini furono accompagnati da una frivola e sadica freddezza» (The Spanish Civil War, 1961). Pierre Broué ed Emile Témine riconoscono il carattere religioso della persecuzione in quanto «in pratica la proibizione del culto si estende all’uso privato di immagini e di oggetti cultuali, come i crocifissi, i messali (…). Le milizie rivoluzionarie della retroguardia cercano quanti li possiedono e procedono ad arrestarli» (La révolution et la guerre d’Espagne, Paris, 1961, 1, p. 132). George Orwell, che durante la guerra si recò a Monflorite (Huesca) e visitò il cimitero, disse: «Tutto era pieno di cespugli e di erbacce, oltre alle ossa umane sparse per il paese. Ma la cosa più sorprendente era l’assenza quasi totale d’iscrizioni religiose (…) In qualche tomba c’era una piccola croce o una sommaria allusione al cielo; spesso era stata cancellata con uno scalpello da qualche zelante ateo».
Gabriele Ranzato, che si propone di smontare molte leggende che avvolgono ancora il conflitto spagnolo del 1936, afferma che l’errore più drammatico commesso dalla sinistra spagnola fu il suo atteggiamento verso la Chiesa, e nelle sue monografie L’eclissi della democrazia. La guerra civile spagnola e le sue origini (1931-1939) (Torino, Bollati Boringhieri, 2004), e La Grande paura del 1936. Come la Spagna precipitò nella guerra civile (Bari-Roma, Laterza, 2011), documenta come le sinistre spagnole scatenarono contro di essa «una vera e propria persecuzione religiosa».
Quando scoppiò la guerra civile già erano state date alle fiamme 239 chiese, erano state distrutte numerose opere d’arte, erano stati violati tabernacoli, gettate per terra ostie consacrate poi calpestate, disseppellite salme di vescovi e monache, imposte tasse ai funerali cattolici, impendendo in molti casi la loro celebrazione, proibiti i simboli cattolici sulle tombe, equiparata la settimana santa a una riunione clandestina, con i conseguenti arresti, impedite le prime comunioni dei bambini, lasciati liberi per le strade cani con una croce appesa al collare.
Nei suoi libri Ranzato non mostra mai simpatia per la causa e l’opera del vincitore della guerra civile, ma conclude la sua importante ricerca definendo «discutibile» il perpetuarsi dell’immagine della Spagna della primavera del 1936 come «un Paese di democrazia liberale, capace di tenere il suo sistema politico-economico al riparo da qualsiasi sollevazione rivoluzionaria e che fu condotto alla guerra civile solo da una sollevazione militare reazionaria e fascista». Queste poche e misurate parole ci fanno pensare che la storia della Spagna degli anni che precedettero la seconda guerra mondiale, e che in parte la determinarono, inizia a essere scritta solo ora alla luce di nuovi documenti.
La persecuzione religiosa repubblicana iniziò molto prima della guerra civile e non nacque come un’esigenza per combattere una Chiesa che, solo a partire dal luglio del 1937, appoggiò apertamente una delle parti del conflitto perché nell’altra essa aveva smesso di esistere e si continuava a uccidere gli ecclesiastici e i cattolici praticanti. La persecuzione cominciò in modo subdolo nel maggio del 1931, con chiese e conventi dati alle fiamme; continuò con una legislazione apertamente faziosa; proseguì nell’ottobre del 1934 nelle Asturie e in altri luoghi della Spagna, e terminò con l’ecatombe di sacerdoti, religiosi e cattolici tra il 1936 e il 1939. Viene quindi meno la tesi di quanti continuano a sostenere che la persecuzione religiosa fu la risposta della violenza anticlericale alla sollevazione militare del 18 luglio.
L’atteggiamento conciliante e aperto al negoziato della Chiesa dinanzi alla Repubblica, sin dal primo momento, è ampiamente dimostrato dalla documentazione vaticana che sto sistematicamente pubblicando (La ii República y la Guerra Civil en el Archivo Secreto Vaticano, Madrid, Bac, 2011-2012, 3 volumi). Pio XI la riconobbe subito, nell’aprile del 1931, e mantenne le relazioni diplomatiche fino alla metà del 1938. Domandò ai vescovi, ai sacerdoti e ai cattolici di accettarla e di collaborare con essa per il bene comune. Ma i governanti repubblicani scatenarono molto presto quell’attacco frontale che finì in tragedia.

Leggi di Più: Il 13 ottobre saranno beatificati 522 martiri spagnoli | Tempi.it
Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook