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«Non possono vietarmi di essere Silvio Berlusconi». Intervista esclusiva a Tempi

Tutto lascia presagire che il governo abbia le ore contate. Enrico Letta tira i remi in barca, taglia i ponti al dialogo sulla possibilità di trovare una giusta soluzione parlamentare alla sentenza killer della Cassazione e punta a consolidare il suo vantaggio competitivo sullo scalpitante Matteo Renzi all’interno del Pd. Con ciò il premier sembra volersi disporre a una doppia foto opportunity da vigilia di campagna elettorale: quella del candidato Salvatore della patria vittima del diktat di Berlusconi. E quella di candidato alla premiership a sinistra per aver scongiurato l’ipotesi di concedere una via d’uscita politica, in cambio della tenuta del governo di larghe intese, all’odiatissimo leader del primo partito degli italiani. Che entrambe le foto confliggano platealmente con i famosi interessi del paese in questo momento di drammatica crisi, ciò non sembra scalfire il granitico e cinico calcolo politico di chi sa di avere dalla propria parte la silenziosa forza di poteri dello Stato profondo e la grancassa dei media politicamente corretti. «Diranno che e colpa mia se i ministri del Popolo della libertà valuteranno le dimissioni davanti al massacro giudiziario del loro leader eletto da milioni di italiani. Ma io mi domando: se due amici sono in barca e uno dei due butta l’altro a mare, di chi è la colpa se poi la barca sbanda?». Ecco perché Silvio Berlusconi ha deciso di rompere il silenzio e dalla sua condizione di prigioniero ad Arcore ha accettato di parlare con Tempi.
Pare che i suoi colleghi senatori della sinistra e grillini intendano procedere, al più presto, all’apertura del Parlamento dopo le ferie, a dar seguito a quella parte di dispositivo di sentenza che prevede la sua spoliazione da senatore e l’interdizione dai pubblici uffici. Il suo partito chiederà la grazia al presidente o che altro? Sarà la fine della legislatura se non si troverà il modo di impedire che il leader del primo partito italiano sia eliminato per via giudiziaria o che altro?
«In questo passaggio della vita pubblica italiana, è in gioco molto più che il destino di una persona. Vede, se si trattasse solo di questo, allora sarebbe un problema solo per me. Siamo all’epilogo di quella guerra dei vent’anni che i magistrati di sinistra hanno condotto contro di me, considerato l’ostacolo da eliminare per garantire alla sinistra la presa definitiva del potere. Inoltre, sono stati aggrediti alcuni princìpi di fondo che tutti dovrebbero avere a cuore, a partire dai nostri avversari politici, se fossero davvero democratici: il rispetto dei milioni di elettori che hanno votato per me e che non possono subire una simile discriminazione, il diritto alla piena rappresentanza istituzionale del primo partito italiano, il fondamentale diritto di scelta dei cittadini rispetto al Parlamento e quindi rispetto al Governo. E tutto ciò nei confronti di un cittadino che ha subìto una sentenza infondata, ingiusta, addirittura incredibile. Su tutto questo, la Costituzione della Repubblica e il buon senso offrono molte strade. Se avessi voglia di sorridere, potrei dirle che “non possono non saperlo”: vale per tutti gli attori politici e istituzionali».
Si può immaginare che il leader del primo partito accetti la condizione di interdetto ed esiliato dalla vita politica e sua figlia Marina al comando nella continuità e nell’onore della battaglia sin qui condotta dal padre?
«Possono farmi tutto, ma non possono togliermi tre cose. Non possono togliermi il diritto di parola sulla scena pubblica e civile italiana. Non possono togliermi il diritto di animare e guidare il movimento politico che ho fondato. Non possono togliermi il diritto di essere ancora il riferimento per milioni di italiani, finché questi cittadini liberamente lo vorranno. I miei figli mi hanno emozionato e commosso per il loro coraggio e per l’intelligenza di cui il loro amore verso di me è nutrito. Quanto a mia figlia Marina, è stata una leonessa nelle sue uscite pubbliche di questi mesi. Il suo valore di persona, di imprenditrice, di donna, di cittadina, è sotto gli occhi di tutti. Le ho dato alcuni consigli, con amore e credo con lungimiranza e sono assolutamente sicuro che non scenderà in campo al mio posto».
A rileggere i fatti del triennio 2010-2013 impressiona la mole di “coincidenze” che l’hanno vista sotto attacco. Il 2010 si conclude con l’operazione Fini, il tentato ribaltone di cui lo stesso Mario Monti ha ammesso essere stato messo a parte in una cena di congiurati a casa di un noto avvocato milanese. Il 2011 è l’anno nero, prima della guerra in Libia dove siamo stati coinvolti contro gli interessi italiani e poi, dalla lettera della Bce in avanti, passando dal bombardamento speculativo, l’esplosione dello spread, fino al drammatico novembre in cui il suo governo ha dovuto lasciare il passo a Monti. Al tempo stesso si scatena il caso Ruby. Presidente, non ha mai pensato a “manine straniere” contro di lei e per far man bassa dell’Italia? Dopo tutto sono anche gli anni di Finmeccanica e Eni sotto attacco . Forse anche i suoi rapporti speciali con la Russia di Putin non vanno a genio a certi salotti internazionali…
«Non credo ai complotti. Certo, però, alcune – chiamiamole così – coincidenze ci sono state. E soprattutto c’è un fatto oggettivo. Vede, le parla un liberale, un uomo che ha cultura di mercato, e che quindi, in linea generale, non ha e non può avere alcun pregiudizio rispetto alle privatizzazioni. Anzi. Ma un conto sono le privatizzazioni, altro conto sono le spoliazioni, cioè le situazioni in cui, approfittando di un momento di debolezza, alcuni Paesi vanno in un altro Paese con il carrello del supermercato per fare la spesa a prezzi da saldi di fine stagione. Nel ’92-’93, per tanti versi, si aprì una fase di questo tipo contro l’Italia: politica debole, partiti democratici messi alla gogna, Italia fragile, e in un colpo solo perdemmo, a prezzi da saldo, pezzi di chimica, di meccanica, di agroalimentare e di grande distribuzione. Non vorrei che, oggi, qualcuno pensasse di fare shopping da noi con un sacchetto di monetine in mano… Chiunque si senta addosso la maglia azzurra della Nazionale dovrebbe comprendere il tema e il rischio».
A quali altre condizioni è legata la continuità del governo Letta?
«Il governo Letta è nato con l’obiettivo di un alleggerimento fiscale per tutti gli italiani. Siamo un Paese in cui la domanda interna, i consumi interni, sono in forte calo. Occorre uno choc economico positivo, e tutti sanno che la strada maestra è quella di lasciare più soldi nelle mani delle famiglie, delle imprese, e dei lavoratori attraverso consistenti riduzioni fiscali. Ecco perché l’abolizione dell’Imu su prima casa e agricoltura (abolizione che, lo ricordo ancora, vale appena un duecentesimo della spesa pubblica italiana) è un primo passo decisivo per ridare slancio all’economia. O nei prossimi 50 giorni il Governo è in grado di dare una scossa in positivo che possa essere percepita da tutti gli italiani, oppure saremo ancora inchiodati a una tendenza recessiva. E non si potrà certo esultare per qualche eventuale “zero virgola” in più. O l’Italia riprende a correre, oppure rischiamo di pagare un prezzo altissimo alla crisi».
Sembra un particolare ma non lo è: legge sull’omofobia, il suo partito è spaccato e noi riteniamo che abbia più ragioni la Roccella che Bondi: come si fa a votare una legge che introdurrà di fatto il reato di opinione?
«Si sta trovando un buon equilibrio alla Camera, io sono fiducioso, e non mi pare davvero il caso di scatenare dispute e contrapposizioni ideologiche su un terreno che può unire tutti, senza distinzioni. Da un lato, è giusto dotare il nostro paese (che è uno dei pochi ancora in arretrato su questo terreno) di strumenti per evitare ogni odiosa discriminazione sul terreno degli orientamenti e delle scelte personali e sessuali; dall’altro, dobbiamo evitare che ciò possa tradursi in interpretazioni limitative sul piano delle opinioni. È possibile trovare un equilibrio, anzi ne sono certo».
Riforma della giustizia: non si può cominciare intanto sostenendo i referendum radicali su separazione carriere e responsabilità civile dei magistrati?
«Noi sosteniamo già in modo convinto quella campagna referendaria, con una nostra mobilitazione capillare su tutto il territorio. È giusto che nei prossimi mesi siano direttamente gli italiani, come già fecero nel 1987 con maggioranze amplissime, a poter realizzare nelle urne referendarie quelle riforme della giustizia che si sono rivelate impraticabili in Parlamento. Ho grande fiducia che entro il 30 settembre sarà stata raccolta, nonostante il periodo estivo, una valanga “buona” di firme liberali e garantiste».

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