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«Una procedura lunga e pericolosa. E la donna è sola»

Il mifepristone - la pillola per l'aborto farmacologico introdotta nel nostro Paese poco più di un anno fa - è tutt'altro che l'«aborto dolce» che s'è tentato di accreditare. Ne è convinto Mario Eandi, farmacologo dell'Università di Torino, che si oppose alla sperimentazione della pillola al Sant'Anna di Torino partita nel 2005 nel reparto del ginecologo ed esponente radicale Silvio Viale. Eandi ha sempre sostenuto che la pillola abortiva è dannosa per la salute della donna, perché la obbliga «a un iter abortivo lungo e doloroso», ma anche per le ricadute psicologiche. «Iniziano le contrazioni, i dolori, le perdite di sangue e, sempre in misura variabile, anche vomito, nausea, diarrea. Spesso poi l'embrione viene espulso solo tra i 3 e i 20 giorni successivi». Inoltre «non è infrequente la necessità di ricorrere ai raschiamenti chirurgici per gli aborti incompleti». Una procedura «macchinosa e difficile». Il punto è proprio il meccanismo della Ru486, che secondo Eandi «funziona male. Dopo l'assunzione del primo farmaco, pochissime donne abortiscono completamente. Almeno nell'80% dei casi la donna deve ricorrere, dopo un paio di giorni, al secondo farmaco - il misoprostolo - per ottenere l'espulsione del feto». L'uso di questo secondo farmaco potrebbe portare la donna a gestire l'aborto a casa, a dover così «controllare personalmente il flusso emorragico e l'espulsione del feto». Ci sono poi i possibili "ripensamenti". Per chi decidesse di tornare indietro dopo aver assunto la prima pillola, «è molto difficile ipotizzare un esito positivo, visto che il feto nella grande maggioranza dei casi avrà già avuto sofferenze». In sintesi, l'aborto con la Ru «non è affatto più semplice o più sicuro dell'aborto chirurgico. La paziente deve prendere due farmaci e l'aborto dura almeno tre giorni».