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«Wojtyla, uomo di Dio con il coraggio della Verità»

Santità, i nomi di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger sono legati, a vario titolo, al Concilio Vaticano II. Vi siete conosciuti già durante il Concilio?
Il primo incontro consapevole tra me e il cardinal Wojtyla avvenne solamente nel Conclave in cui venne eletto Giovanni Paolo I. Durante il Concilio, avevamo collaborato entrambi alla «Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo», e tuttavia in sezioni diverse, cosicché non ci eravamo incontrati. Nel settembre del 1978, in occasione della visita dei vescovi polacchi in Germania, ero in Ecuador come rappresentante personale di Giovanni Paolo I. La Chiesa di Monaco e Frisinga è legata alla Chiesa ecuadoriana da un gemellaggio realizzato dall’arcivescovo Echevarría Ruiz (Guayaquil) e dal cardinal Döpfner. E così, con mio enorme dispiacere, perdetti l’occasione di conoscere personalmente l’arcivescovo di Cracovia. Naturalmente avevo sentito parlare della sua opera di filosofo e di pastore, e da tempo desideravo conoscerlo. Wojtyla, dal canto suo, aveva letto la mia Introduzione al Cristianesimo, che aveva anche citato agli esercizi spirituali da lui predicati per Paolo VI e la Curia nella Quaresima del 1976. Perciò è come se interiormente attendessimo entrambi di incontrarci. Ho provato sin dall’inizio una grande venerazione e una cordiale simpatia per il metropolita di Cracovia. Nel pre-Conclave del 1978 egli analizzò per noi in modo stupefacente la natura del marxismo. Ma soprattutto percepii subito con forza il fascino umano che egli emanava e, da come pregava, avvertii quanto fosse profondamente unito a Dio.

Che cosa ha provato quando Giovanni Paolo II l’ha chiamata per affidarle la guida della Congregazione per la dottrina della fede?
Giovanni Paolo II mi chiamò nel 1979 per nominarmi prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica. Erano trascorsi appena due anni dalla mia consacrazione episcopale a Monaco e ritenevo impossibile lasciare così presto la sede di san Corbiniano. La consacrazione episcopale rappresentava in qualche modo una promessa di fedeltà verso la mia diocesi di appartenenza. Pregai dunque il Papa di soprassedere a quella nomina [...]. Fu nel corso del 1980 che mi disse di volermi nominare, alla fine del 1981, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede quale successore del cardinale Šeper. Poiché continuavo a sentirmi in obbligo nei confronti della mia diocesi di appartenenza, per l’accettazione dell’incarico mi permisi di porre una condizione, che peraltro ritenevo irrealizzabile. Dissi che sentivo il dovere di continuare a pubblicare lavori teologici. Avrei potuto rispondere affermativamente solo se questo fosse stato compatibile con il compito di prefetto. Il Papa, che con me era sempre molto benevolo e comprensivo, mi disse che si sarebbe informato su tale questione per farsi un’idea. Quando successivamente gli feci visita, mi spiegò che pubblicazioni teologiche sono compatibili con l’ufficio di prefetto; anche il cardinal Garrone, disse, aveva pubblicato lavori teologici quand’era prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica. Così accettai l’incarico, ben conscio della gravità del compito, ma sapendo anche che l’obbedienza al Papa esigeva ora da me un «sì».

Potrebbe raccontarci come si svolgeva la collaborazione fra voi?
La collaborazione con il Santo Padre fu sempre caratterizzata da amicizia e affetto. Essa si sviluppò soprattutto su due piani: quello ufficiale e quello privato. Il Papa ogni venerdì, alle sei del pomeriggio, riceve in udienza il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che sottopone alla sua decisione i problemi emersi. Hanno naturalmente la precedenza i problemi dottrinali, a cui si aggiungono anche questioni di carattere disciplinare – la riduzione allo stato laicale di sacerdoti che ne hanno fatto richiesta, la concessione del privilegio paolino per quei matrimoni nei quali uno dei coniugi non è cristiano, e così via. In seguito si aggiunse anche il lavoro in corso per la stesura del Catechismo della Chiesa cattolica. Di volta in volta, il Santo Padre riceveva per tempo la documentazione essenziale e dunque conosceva in anticipo le questioni delle quali si sarebbe trattato. In questo modo, sui problemi teologici abbiamo sempre potuto conversare fruttuosamente. Il Papa era molto ferrato anche sulla letteratura tedesca contemporanea, ed era sempre bello – per ambedue – cercare insieme la decisione giusta su tutte queste cose [...]. Infine, era abitudine del Papa invitare a pranzo i vescovi in visita ad limina, come anche gruppi di vescovi e sacerdoti di diversa composizione, a seconda della circostanza. Erano quasi sempre «pranzi di lavoro» nei quali spesso era proposto un tema teologico. [...] Il gran numero di presenti rendeva sempre varia la conversazione e di ampio respiro. E tuttavia c’era sempre posto anche per il buon umore. Il Papa rideva volentieri e così quei pranzi di lavoro, pur nella serietà che s’imponeva, di fatto erano anche occasioni per stare in lieta compagnia.

Quali sono state le sfide dottrinali che avete affrontato insieme durante il suo mandato alla Congregazione per la dottrina della fede?
La prima grande sfida che affrontammo fu la Teologia della liberazione che si stava diffondendo in America Latina. Sia in Europa che in America del Nord era opinione comune che si trattasse di un sostegno ai poveri e dunque di una causa che si doveva approvare senz’altro. Ma era un errore. La povertà e i poveri erano senza dubbio posti a tema dalla Teologia della liberazione e tuttavia in una prospettiva molto specifica. Le forme di aiuto immediato ai poveri e le riforme che ne miglioravano la condizione venivano condannate come riformismo che ha l’effetto di consolidare il sistema: attutivano, si affermava, la rabbia e l’indignazione che invece erano necessarie per la trasformazione rivoluzionaria del sistema. Non era questione di aiuti e di riforme, si diceva, ma del grande rivolgimento dal quale doveva scaturire un mondo nuovo. La fede cristiana veniva usata come motore per questo movimento rivoluzionario, trasformandola così in una forza di tipo politico. Le tradizioni religiose della fede venivano messe a servizio dell’azione politica. In tal modo la fede veniva profondamente estraniata da se stessa e si indeboliva così anche il vero amore per i poveri. [...] Uno dei principali problemi del nostro lavoro, negli anni in cui fui prefetto, fu lo sforzo per giungere a una corretta comprensione dell’ecumenismo. Anche in questo caso si tratta di una questione che ha un duplice profilo: da un lato, va affermato con tutta la sua urgenza il compito di operare per l’unità e vanno aperte strade che ad essa conducono; dall’altro, bisogna respingere false concezioni dell’unità, che vorrebbero giungere all’unità della fede attraverso la scorciatoia dell’annacquamento della fede. [...]. Da ultimo ci siamo occupati anche della questione relativa alla natura e al compito della teologia nel nostro tempo. Scientificità e legame con la Chiesa a molti oggi sembrano elementi in contraddizione fra loro. E tuttavia la teologia può sussistere unicamente nella Chiesa e con la Chiesa. Su questa questione abbiamo pubblicato una Istruzione.

Fra le molte encicliche di Giovanni Paolo II quale considera la più importante?
Penso che siano tre le encicliche di particolare importanza. In primo luogo vorrei menzionare la Redemptor hominis, la prima enciclica del Papa, in cui egli ha offerto la sua personale sintesi della fede cristiana [...] In secondo luogo vorrei menzionare l’enciclica Redemptoris missio [...]. In terzo luogo vorrei citare l’enciclica sui problemi morali Veritatis splendor. Ha avuto bisogno di lunghi anni di maturazione e rimane di immutata attualità. La Costituzione del Vaticano II «sulla Chiesa nel mondo contemporaneo», di contro all’orientamento all’epoca prevalentemente giusnaturalistico della teologia morale, voleva che la dottrina morale cattolica sulla figura di Gesù e il suo messaggio avesse un fondamento biblico. Questo fu tentato attraverso degli accenni solo per un breve periodo, poi andò affermandosi l’opinione che la Bibbia non avesse alcuna morale propria da annunciare, ma che rimandasse ai modelli morali di volta in volta validi. La morale è questione di ragione, si diceva, non di fede. Scomparve così, da una parte, la morale intesa in senso giusnaturalistico, ma al suo posto non venne affermata alcuna concezione cristiana. E siccome non si poteva riconoscere né un fondamento metafisico né uno cristologico della morale, si ricorse a soluzioni pragmatiche: a una morale fondata sul principio del bilanciamento di beni, nella quale non esiste più quel che è veramente male e quel che è veramente bene, ma solo quello che, dal punto di vista dell’efficacia, è meglio o peggio. Il grande compito che il Papa si diede in quest’enciclica fu di rintracciare nuovamente un fondamento metafisico nell’antropologia, come anche una concretizzazione cristiana nella nuova immagine di uomo della Sacra Scrittura. Studiare e assimilare questa enciclica rimane un grande e importante dovere. Di grande significato è anche l’enciclica Fides et ratio nella quale il Papa si sforza di offrire una nuova visione del rapporto tra fede cristiana e ragione filosofica. Da ultimo è assolutamente necessario menzionare la Evangelium vitae, che sviluppa uno dei temi fondamentali dell’intero pontificato di Giovanni Paolo II: la dignità intangibile della vita umana, sin dal primo istante del concepimento.

Quali erano i tratti salienti della spiritualità di Giovanni Paolo II?
La spiritualità del Papa era caratterizzata soprattutto dall’intensità della sua preghiera e pertanto era profondamente radicata nella celebrazione della Santa Eucaristia e fatta insieme a tutta la Chiesa con la recita del Breviario. Nel suo libro autobiografico Dono e mistero è possibile vedere quanto il sacramento del sacerdozio abbia determinato la sua vita e il suo pensiero. Così la sua devozione non poteva mai essere puramente individuale, ma era sempre anche piena di sollecitudine per la Chiesa e per gli uomini [...]. Tutti noi abbiamo conosciuto il suo grande amore per la Madre di Dio. Donarsi tutto a Maria significò essere, con lei, tutto per il Signore [...].

Santità, Lei ha aperto l’iter per la beatificazione con anticipo sui tempi stabiliti dal Diritto canonico. Da quanto tempo e in base a che cosa si è convinto della santità di Giovanni Paolo II?
Che Giovanni Paolo II fosse un santo, negli anni della collaborazione con lui mi è divenuto di volta in volta sempre più chiaro. C’è innanzitutto da tenere presente naturalmente il suo intenso rapporto con Dio, il suo essere immerso nella comunione con il Signore di cui ho appena parlato. Da qui veniva la sua letizia, in mezzo alle grandi fatiche che doveva sostenere, e il coraggio con il quale assolse il suo compito in un tempo veramente difficile. Giovanni Paolo II non chiedeva applausi, né si è mai guardato intorno preoccupato di come le sue decisioni sarebbero state accolte. Egli ha agito a partire dalla sua fede e dalle sue convinzioni ed era pronto anche a subire dei colpi. Il coraggio della verità è ai miei occhi un criterio di prim’ordine della santità. Solo a partire dal suo rapporto con Dio è possibile capire anche il suo indefesso impegno pastorale. Si è dato con una radicalità che non può essere spiegata altrimenti. Il suo impegno fu instancabile, e non solo nei grandi viaggi, i cui programmi erano fitti di appuntamenti, dall’inizio alla fine, ma anche giorno dopo giorno, a partire dalla Messa mattutina sino a tarda notte. Durante la sua prima visita in Germania (1980), per la prima volta feci un’esperienza molto concreta di questo impegno enorme. Per il suo soggiorno a Monaco di Baviera, decisi pertanto che dovesse prendersi una pausa più lunga a mezzogiorno. Durante quell’intervallo mi chiamò nella sua stanza. Lo trovai che recitava il Breviario e gli dissi: «Santo Padre, Lei dovrebbe riposare»; e lui: «Posso farlo in Cielo». Solo chi è profondamente ricolmo dell’urgenza della sua missione può agire così. [...] Ma devo rendere onore anche alla sua straordinaria bontà e comprensione. Spesso avrebbe avuto motivi sufficienti per biasimarmi o per porre fine al mio incarico di prefetto. E tuttavia mi sostenne con una fedeltà e una bontà assolutamente incomprensibili. Anche qui vorrei fare un esempio. A fronte del turbine che si era sviluppato intorno alla dichiarazione Dominus Jesus mi disse che all’Angelus intendeva difendere inequivocabilmente il documento. Mi invitò a scrivere un testo per l’Angelus che fosse, per così dire, a tenuta stagna e non consentisse alcuna interpretazione diversa. Doveva emergere in modo del tutto inequivocabile che egli approvava il documento incondizionatamente. Preparai dunque un breve discorso; non intendevo, però, essere troppo brusco e così cercai di esprimermi con chiarezza ma senza durezza. Dopo averlo letto, il Papa mi chiese ancora una volta: «È veramente chiaro a sufficienza?». Io risposi di sì. Chi conosce i teologi non si stupirà del fatto che, ciononostante, in seguito ci fu chi sostenne che il Papa aveva prudentemente preso le distanze da quel testo.

Che cosa prova intimamente oggi che la Chiesa riconosce ufficialmente la santità del "suo" Papa, Giovanni Paolo II, di cui è stato il più stretto collaboratore?
Il mio ricordo di Giovanni Paolo II è colmo di gratitudine. Non potevo e non dovevo provare a imitarlo, ma ho cercato di portare avanti la sua eredità e il suo compito meglio che ho potuto. E perciò sono certo che ancora oggi la sua bontà mi accompagna e la sua benedizione mi protegge.

Wlodzimierz Redzioch