Share |

“Una scelta misteriosa anche per noi preti”

Una lunghissima fila di uomini vestiti di nero attraversa lentamente e in silenzio piazza San Pietro: sono i preti romani che vanno a dare l’ultimo saluto a Benedetto XVI. Avrà pensato il Papa a quale croce dovranno portare adesso questi poveri parroci? A cosa diranno ai loro fedeli ancora increduli? Come potranno questi sacerdoti esortare a tener duro - ad esempio - un marito o una moglie in crisi, se anche un Papa molla perché non ce la fa più?

«Inizialmente anche per noi è stato uno choc», mi dice don Antonio Lauri, vice parroco in San Gabriele dell’Addolorata: «È venuto spontaneo chiedersi: perché? Che cosa c’è sotto?». Poi è venuto il momento di farsi forza: «La seconda impressione è stata però questa: è un gesto coraggioso, generoso e moderno. Che porta dinamismo, che smuove quelle dinamiche un po’ di potere che ultimamente erano venute alla luce, non senza scandalo. Credo che il Papa si sia dimesso anche per dare una scossa alla Chiesa». Gli chiedo come l’hanno presa i suoi parrocchiani: «Erano molto turbati. È la prima volta che succede, e poi - purtroppo - è venuto spontaneo fare il confronto con l’agonia di Wojtyla». Dubbi di fede? «Qualcuno mi ha chiesto: ma non c’è lo Spirito Santo? Altri invece, più pragmaticamente, mi hanno detto: proprio perché c’è lo Spirito Santo, il Papa sarà stato ispirato».

I preti entrano in ordine nell’enorme aula Paolo VI. Mi riferiscono un particolare curioso: la parte che comprende il palco, dove parlerà il Papa, è in territorio vaticano; dai gradini in giù no, il resto della sala è extraterritorialità. Oggi potrebbe sembrare il simbolo di una distanza fra il vescovo di Roma e il suo clero. Ma quando Benedetto XVI entra, alle 11,37, l’atmosfera è da brivido. Tre minuti ininterrotti di applausi, e non sono gli applausi di tante carnevalate italiane. Lui sta lì, in piedi, fermo, con le braccia aperte, come per abbracciarli tutti. È impossibile, anche per noi, non sentirsi coinvolti: sembra quasi di toccare con mano una commozione infinita. Davvero gli vogliono bene, questi preti, al Papa.

«Siamo rimasti tutti sorpresi, è stato come perdere un punto di riferimento», mi dice don Savino Lombardi della parrocchia di Ognissanti. È un padre orionino e oltre ai tre voti canonici dei religiosi - povertà, obbedienza e castità - ha anche un quarto voto di fedeltà al Papa, come i gesuiti. «Ma Benedetto XVI», continua, «ha la capacità e l’intelligenza di fare una scelta del genere». L’assistenza dello Spirito Santo? «Proprio perché c’è, il Papa si è posto davanti a Dio. Questo dico ai fedeli della mia parrocchia: sono convinto che lui ha deciso dopo una lunga riflessione e molta preghiera. E lo Spirito Santo ha lavorato». Gli chiedo che cosa prova, in questo momento, vedendo l’uomo Joseph Ratzinger: «Per noi è ancora il Papa. Gli canteremo “Tu es Petrus”».

Il cardinale vicario Agostino Vallini legge il «saluto al Santo Padre» e quando arriva alla fine, e deve dire «ci impegniamo a pregare ancora di più per Lei e per le Sue intenzioni», la voce gli si rompe, e fa effetto - ma fa anche bene - vedere un ultrasettantenne che piange come un bambino.

Piangevano, lunedì scorso, anche i fedeli della Gran Madre di Dio a Ponte Milvio: «Soprattutto le donne», mi racconta il parroco, don Fabrizio Benincampi. «Ho cercato di confortarli dicendo loro soprattutto una cosa: non fatevi travolgere dall’ondata di notizie e commenti di giornali e tv. Usate il discernimento. Io credo che il Papa abbia maturato questa decisione nella preghiera. In un modo misterioso, Dio gli ha parlato. Sono certo che non avrebbe mai preso una determinazione simile sulla base solo di considerazioni razionali, tipo un’analisi della sua efficienza fisica». Spiega che dobbiamo guardare agli avvenimenti con la logica di quel mondo alla rovescia che è il Vangelo: «C’è una grande forza anche nell’ammissione della propria debolezza. Credo che sia la conferma delle parole di San Paolo: quando sono debole, è allora che sono forte». 

Che ne sarà della Chiesa dopo le ore 17 del giorno 28 febbraio, quando il Papa, in una scena da film, lascerà Roma in elicottero? «Dio è il Signore della storia. Padre Pio diceva: consegna il passato alla misericordia, il presente alla Grazia, il futuro alla Provvidenza. Questo vale per la vita di ogni singolo, ma anche per la Chiesa». Non bisogna avere paura, mi assicura questo parroco romano: «Il contrario dell’amore non è l’odio, è la paura. Ricordiamoci le parole di Gesù che un altro Papa, Giovanni Paolo II, ha ripetuto all’inizio del suo pontificato: non abbiate paura».

Intanto Ratzinger parla a braccio, ricorda il Concilio con una lucidità straordinaria, fa anche ridere tutti con qualche battuta. Sembra in grandissima forma e allora, ancor di più, ci si chiede: ma perché ha lasciato? Dall’altra parte pensi: se è così sereno, vuol dire che è certo di aver fatto la cosa giusta. Finisce assicurando ai suoi preti che non li lascerà soli: «Ritirato nella mia preghiera, sarò sempre con voi nella certezza che vince il Signore».

«È un momento commovente. E molto difficile», mi confida uscendo don Elio Lops, giovane vice parroco alla Magliana: «La gente è turbata. A Roma, poi, il Papa è tutto. Dopo la guerra i romani venivano qui a San Pietro e dicevano: c’è rimasto solo il Papa. Anche per noi preti è difficile da comprendere. Ma dobbiamo credere che ogni cosa avviene per un disegno di Dio. Un giorno capiremo».