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Assetati di sangue

Tutto passa e probabilmente lo shock generato dalla vista delle immagini relative alla morte di Muammar Gheddafi ha già lasciato il posto nel nostro immaginario ad altre sensazioni. Ma quello che è successo, mediaticamente parlando, giovedì scorso – quando il dittatore libico è stato ucciso – e nei giorni immediatamente successivi non può essere archiviato sbrigativamente. La fine del Colonnello era nell’aria da qualche giorno e i media non aspettavano altro che di poterla raccontare al mondo. Ma c’è modo e modo e quello esibito dalla televisione in questa circostanza è stato eccessivo sotto tutti i punti di vista.

Giovedì sera quasi tutti i principali telegiornali nazionali hanno mostrato le immagini di quella che si può a ragione definire un’esecuzione in piena regola, senza censure e senza preavvertire gli spettatori della crudezza delle immagini.

Tutto il mondo ha visto Gheddafi sofferente, pestato a sangue, strattonato da tutte le parti, trascinato per strada, linciato da giovani combattenti e poi ucciso con un colpo di pistola alla tempia. Il cortocircuito fra le immagini riprese in diretta dagli insorti armati di videofonino, oltre che di fucile, e la loro messa in onda nelle edizioni di punta dei tg ha procurato ancora una volta il suo esito cinico, provocando orrore e ribrezzo ma garantendo alle testate televisive picchi di audience che non si registrano tanto facilmente nella programmazione ordinaria.

Non paghe di questo, le televisioni hanno voluto ripetere decine e decine di volte la messa in onda di quelle drammatiche immagini, aggredendo un pubblico ormai assuefatto a tutto ma che, quando si trova di fronte all’orrore, ne rimane quasi ipnotizzato senza più riuscire a staccarsene. Non ne ha guadagnato il diritto di cronaca, né quello di essere compiutamente informati sui fatti del mondo, tantomeno la verità: a trarne beneficio è stata solo e soltanto l’audience.

Dal piccolo schermo le immagini della morte di Gheddafi si sono rapidamente riversate sugli altri media. Rese istantaneamente disponibili sul web, il giorno successivo erano su tutte le prime pagine dei principali quotidiani, che in molti casi hanno riportato all’interno l’intera sequenza dell’esecuzione del Colonnello a beneficio di chi eventualmente si fosse perso i tg della sera prima o ci chi volesse rivivere per un attimo il brivido dell’orrore.

In molti hanno accostato le immagini a quelle di piazzale Loreto, dove il cadavere di Mussolini fu appeso e oltraggiato, come pure a quelle della morte di altri dittatori, a conferma che non sono il progresso o il senso del pudore a stabilire i limiti di ciò che è lecito mostrare pubblicamente.

Lo statuto mediatico dei “cattivi” giustiziati negli ultimi tempi ha avuto connotazioni profondamente diverse da un caso all’altro. Quando Osama Bin Laden è stato scovato e ucciso da parte delle truppe americane specializzate, nessuno ha visto niente se non gli autori del blitz e, forse, i vertici del potere politico e militare Usa, che una foto ormai diventata icona ha immortalato mentre erano riuniti nella “Sala strategica” a seguire in diretta su un video l’operazione in corso. In quel caso, alcuni strateghi e molta parte dell’opinione pubblica sono rimasti addirittura delusi perché l’immagine del terrorista morto non era stata messa a disposizione della curiosità globale.

Qualche tempo prima era toccato a Saddam Hussein, mostrato nel momento della sua esecuzione per impiccagione; quella volta, però, i filmati erano stati interrotti subito prima che il cappio si chiudesse definitivamente intorno al suo collo. E, paradossalmente, la presa di Baghdad da parte delle truppe alleate con la conseguente caduta del dittatore era stata “documentata” – se così si può dire – dalle immagini che mostravano la sua statua abbattuta e calpestata a furor di popolo, metafora di un potere definitivamente schiantato al suolo dopo lunghi anni di tirannia.

La fine violenta e la successiva gogna riservate a cattivi della storia sono una costante, determinata dal bisogno di far vedere che non potranno più nuocere, dalla ricerca di condanne e punizioni esemplari che colpiscano gli occhi prima ancora che la testa, dal crescente bisogno di certificare mediaticamente la morte come pure l’esistenza in vita.

Nel caso di Gheddafi il cinismo e la deriva etica non si sono limitati alla messa in onda del drammatico video. Dapprima internet e poi, di riflesso, la tv e i giornali hanno integrato l’effetto shock del filmato originario trovando altre immagini girate durante la cattura e l’uccisione del Rais, andando nel frattempo a colmare anche le lacune sulla dinamica dei fatti e implementando in tempo reale gli archivi, diventati presto veri e propri dossier dedicati alla parabola del Colonnello.

Uno di questi, a disposizione nella versione online del “Corriere della sera”, si intitola significativamente “Game over” e la scelta lessicale non è soltanto un gioco di parole ma l’ennesima connotazione della sovrapposizione tra il piano della realtà dei fatti e quello della sua rappresentazione virtuale. Le due parole appartengono al linguaggio dei videogame e vederle stampate sul primo piano di un uomo ucciso barbaramente è un ulteriore sfregio a quella pietas che dovrebbe albergare naturalmente in ciascuno di noi, in qualunque situazione.
Anche di fronte alla morte violenta di un dittatore.