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Benedetto XVI: «Tra cattolici e musulmani l'equilibrio è fragile: prevalga la ragione»

 Benedetto XVI ha la voce un po’ bassa e arrochita ma l’aria serena. Il Volo AZ 4000, con l’A320 “George Bizet”, è partito da un’ora e mezzo quando il Papa, come tradizione, raggiunge i giornalisti in fondo l’aereo e risponde alle domande che gli hanno preparato, lette da padre Federico Lombardi. Il ventiquattresimo viaggio internazionale del pontefice è forse il più delicato. Ma Benedetto XVI non si sottrae né evita di affrontare gli argomenti più ardui. Alle prime due domande risponde in francese, la lingua che parlerà nei tre giorni di permanenza in Libano. Alle altre in italiano.

La visita

Santo Padre, in questi giorni ci sono anniversari terribili, come l’11 settembre o il massacro di Sabra e Shatila. Alle frontiere del Libano c’è una sorta di guerra civile, il rischio della violenza è sempre presente. Con quale sentimento affrontate questo viaggio? È stato tentato di rinunciare per l’insicurezza o qualcuno le ha suggerito di rinunciare?

«Cari amici, sono molto riconoscente per questa possibilità di parlare con voi. Nessuno mi ha consigliato di rinunciare a questo viaggio e per parte mia non ho mai pensato a questa ipotesi. Perché so che se la situazione diventa più complicata diventa ancora più necessario dare questo segno di fraternità, di incoraggiamento, di solidarietà. Dunque questo è il senso del mio viaggio: invitare al dialogo, invitare alla pace, contro la violenza, andare insieme per trovare la soluzione dei problemi. E dunque i sentimenti in questo viaggio sono soprattutto sentimenti di riconoscenza per la possibilità di andare ora in questo Paese che come ha detto Giovanni Paolo II è più di un Paese, è un messaggio, in questa regione dell’incontro delle origini delle tre religioni abramitiche. E sono riconoscente soprattutto al Signore che mi ha dato la possibilità; sono riconoscente a tutte le istituzioni e le persone che hanno collaborato e collaborano ancora; e sono riconoscente a tante persone che mi accompagnano con la preghiera, con questa protezione della preghiera… Sono felice e sono sicuro di poter fare un servizio reale per il bene degli uomini e per la pace».
Un gran numero di cattolici manifesta inquietudine davanti alla crescita dei fondamentalismi in varie regioni del mondo e davanti alle aggressioni delle quali sono vittime molti cristiani. In questo contesto difficile, come può la Chiesa rispondere all’imperativo del dialogo con l’Islam, sul quale lei ha più volte insistito?
«Il fondamentalismo è sempre una falsificazione della religione, è contro l’essenza della religione che vuole riconciliare e creare la pace di Dio nel mondo. E dunque il compito della Chiesa e delle religioni è: purificarsi. Una auto-purificazione delle religioni da queste tentazioni è sempre necessaria. Ed è nostro compito illuminare, purificare le coscienze, rendere chiaro che ogni uomo è un’immagine di Dio e noi dobbiamo rispettare nell’altro non solo la sua alterità ma nell’alterità l’essenza comune, d’essere un’immagine di Dio, dobbiamo trattare l’altro come immagine di Dio. Dunque il messaggio fondamentale della religione è d’essere contro la violenza che è una falsificazione, come il fondamentalismo. Deve essere per l’educazione e l’illuminazione e la purificazione delle coscienze, per renderle tolleranti, capaci di dialogo, riconciliazione e pace».

Nel contesto dell’onda del desiderio di democrazia che si è messa in moto in tanti Paesi del Medio Oriente con la cosiddetta “primavera araba”, data la realtà sociale della maggioranza di questi Paesi in cui i cristiani sono minoranza, non c’è il rischio di una tensione inevitabile tra il dominio della maggioranza e la sopravvivenza del cristianesimo?
«Direi che di per sé la primavera araba è una cosa positiva: è il desiderio di più democrazia, di più libertà, di più cooperazione, di una rinnovata identità araba. E questo grido della libertà che viene da una gioventù più formata culturalmente e professionalmente, che desidera più partecipazione nella vita politica e nella vita sociale, è un progresso, una cosa molto positiva e salutata come tale anche da noi cristiani. Naturalmente dalla storia delle rivoluzioni noi sappiamo che il grido della libertà, così importante e positivo, è sempre in pericolo di dimenticare un aspetto e una dimensione fondamentale della libertà, cioè la tolleranza dell’altro e il fatto che la libertà umana è sempre una libertà condivisa, che solo nella condivisione, nella solidarietà, nel vivere insieme con determinate regole può crescere. E questo è sempre il pericolo, così anche in questo caso e dobbiamo fare tutti il possibile perché il concetto di libertà, il desiderio di libertà vada nella giusta direzione, non dimentichi la tolleranza, l’insieme, la riconciliazione come parte fondamentale della libertà. E così anche la rinnovata identità araba implica, penso, anche il rinnovamento dell’insieme secolare, millenario, di cristiani e arabi che proprio insieme, nella tolleranza di maggioranza e minoranza, hanno costruito queste terre e non possono non vivere insieme. Perciò, penso, è importante vedere l’elemento positivo di questi movimenti e fare il nostro perché la libertà sia concepita nel modo giusto e risponda al maggioro dialogo e non alla dominazione di uno contro l’altro».

In Siria come tempo fa in Iraq molti cristiani si sentono costretti a malincuore a lasciare il loro Paese. Che cosa intende fare o dire la Chiesa Cattolica per aiutare in questa situazione, per arginare la scomparsa dei cristiani in Siria e in altri Paesi mediorientali?
«Devo innanzitutto dire che non solo i cristiani fuggono ma anche i musulmani. Ma naturalmente il pericolo che i cristiani si allontanino e perdano la loro presenza in queste terre è grande, dobbiamo fare noi il possibile per aiutarli a rimanere. L’aiuto essenziale sarebbe la cessazione della guerra, della violenza, questa crea la fuga e quindi il primo atto è fare tutto il possibile perché finisca la violenza e che sia realmente creata una possibilità di rimanere insieme anche in futuro. Che cosa possiamo fare contro la guerra? Diciamo naturalmente sempre difendere il messaggio della pace, chiarire che la violenza non risolve mai un problema, e rafforzare le forze della pace. Direi importante è il lavoro dei giornalisti che possono aiutare molto per dimostrare come la violenza distrugge e non costruisce, non è utile per nessuno. Poi direi forse gesti della cristianità: giorni di preghiera per il Medio Oriente, per i cristiani e i musulmani, mostrare la possibilità di dialogo e di soluzione. Direi anche che deve finalmente cessare l’importazione di armi, perché senza l’importazione delle armi la guerra non potrebbe continuare, invece dell’importazione delle armi che è un peccato grave si dovrebbero importare idee di pace, creatività, trovare soluzioni da accettare ognuno nella sua alterità e dobbiamo quindi nel mondo rendere visibili il rispetto delle religioni, gli uni degli altri, il rispetto dell’uomo come creatura di Dio, l’amore del prossimo come fondamentale per tutte le religioni. In questo senso con tutti i gesti possibili, con aiuti anche materiali, bisogna aiutare perché cessi la guerra la violenza e tutti possano ricostruire il Paese».

Lei porta un esortazione apostolica indirizzata a tutti i cristiani del Medio Oriente. Oggi è una popolazione sofferente. Oltre alla preghiera e ai sentimenti di solidarietà, lei vede passi concreti che le chiese e i cattolici dell’Occidente, soprattutto in Europa e America. possono fare per sostenere i fratelli del Medio Oriente?
«Direi che dobbiamo influire nell’opinione politica e chiedere ai politici di impegnarsi realmente con tutte le forze, con tutte le possibilità, con creatività per la pace, contro la violenza. Nessuno dovrebbe sperare in vantaggi dalla violenza, tutti devono contribuire. In questo senso è un lavoro di armonizzazione, di educazione, di purificazione, è molto necessario da parte nostra. Del resto le nostre organizzazioni caritative dovrebbero anche aiutare in modo materiale e fare di tutto. Abbiamo organizzazione come i Cavalieri del Santo Sepolcro, di per sé solo per la Terra Santa, ma simili organizzazioni potrebbero aiutare materialmente, politicamente e umanamente anche in questi Paesi. E direi ancora una volta: gesti visibili di solidarietà, giorni di preghiera pubblica, simili cose possono allarmare l’opinione pubblica, essere veramente fattori reali. Sono convinto che la preghiera ha un effetto: se fatta veramente con fiducia e fede, avrà il suo effetto».