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Caso Rcs, come la finanza uccide l'editoria

Che cosa si nasconde dietro la partita per il controllo di Rcs, editrice del primo quotidiano nazionale? Da una parte Fiat, che punta a consolidare il suo controllo sul Corriere della Sera (e magari a sostituire alla direzione De Bortoli con Calabresi) dopo che John Elkann è entrato anche nel cda della News Corp di Rupert Murdoch; dall’altra Della Valle, che ha addirittura chiesto l’intervento del Presidente della Repubblica per difendere la libertà d’opinione che, a detta del patron di Tod’s, sarebbe in pericolo a causa delle mire espansionistiche del Lingotto. In mezzo, una serie di intrecci, di trame oscure, di speculazioni anche finanziarie (il titolo Rcs in Borsa continua a salire, così come il titolo Fiat e mercoledì prossimo partirà l’asta sui diritti d’opzione non esercitati, mentre l’ultimo aumento di capitale Rcs ha riscritto la geografia dei soci).

Al di là dei fatti, che temiamo ci vengano raccontati solo in parte, appare significativo, anche se tardivo, il grido d’allarme di Della Valle: "Il totale silenzio della politica vecchia e nuova è un fatto inspiegabile e molto preoccupante per la democrazia. La situazione per me auspicabile, non essendoci editori puri disponibili, sarebbe quella di trovare un gruppo di investitori privati, liberi, italiani che abbiano come unico obiettivo quello di far tornare la società competitiva. E gli attuali soci forti dovrebbero a quel punto, per rendere questo scenario possibile, fare un passo indietro".

Viene da chiedersi in quale Paese abbia vissuto negli ultimi anni Della Valle. Le sue preoccupazioni sono assolutamente fondate e il quadro che lui disegna è lo specchio fedele della realtà. Ma è così da sempre. Perfino un ex giornalista del Corriere della Sera come Massimo Mucchetti, ora parlamentare Pd, in un suo pregevole scritto di qualche anno fa, evidenziava i grumi inestricabili di potere economico-finanziario che si addensavano attorno alle proprietà editoriali, nonostante una delibera di un organismo non più esistente (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio) già negli anni Novanta avesse delimitato i confini di quelle proprietà, vietando l’ingresso delle banche nei patti di sindacato dei giornali.

Il controllo dell’alta finanza, della politica e dei cosiddetti poteri forti sul mondo dell’editoria ha fatto comodo a tutti per sessant’anni: agli editori, che lo hanno usato come strumento di negoziazione e ricatto su altri tavoli; alla politica, che ne ha tratto vantaggio in una logica lottizzatoria e di accomodanti compensazioni; ai direttori, scelti spessissimo con il metro della fedeltà anziché con criteri meritocratici; a molti giornalisti che, compiacendo i propri editori, hanno scalato rapidamente posizioni di carriera abdicando in partenza ad ogni rispetto delle norme deontologiche, prime fra tutte la neutralità.

E il sindacato dei giornalisti per anni che cosa ha fatto per contrastare queste storture del mercato editoriale e per difendere la professionalità dei giornalisti? Ha mai avuto il coraggio di criticare quei cronisti che non vedevano l’ora di farsi etichettare politicamente (o di qua o di là) e che hanno indossato l’elmetto per militare apertamente in una fazione politica rinunciando a dare le notizie o spacciando i commenti di parte per notizie oggettive?

Ci fanno dunque sorridere le prese di posizione della Fnsi che oggi, di fronte a un mondo editoriale in agonia, anche per colpa di molti giornalisti faziosi e impreparati, rivendica una legge sul conflitto d’interessi o uno statuto delle imprese editoriali. Per fortuna il sindacato è sempre meno rappresentativo della categoria che, non a caso, cerca, anche in Rete, forme alternative di rappresentanza e rivendicazione dei propri diritti. Se moltissimi neogiornalisti spesso di qualità, formatisi nelle aule delle scuole di giornalismo, non riescono a trovare lavoro, è anche per colpa di un sindacato corporativo che per anni ha difeso rendite di posizione e non ha mosso un dito per contrastare lo strapotere dell’alta finanza nei giornali. Se anziché essere malati di antiberlusconismo viscerale e preconcetto per vent’anni i vertici della Fnsi fossero stati attenti nel denunciare i veri conflitti di interessi che da almeno mezzo secolo impediscono al mondo del giornalismo italiano di essere libero, probabilmente oggi molte testate non chiuderebbero e molti giornalisti non resterebbero a spasso.

L’innegabile posizione dominante di Berlusconi nel mondo della tv ha funto da foglia di fico per coprire condizionamenti ben più stringenti sul mondo dei media. Non a caso la sinistra, quando ha avuto la possibilità, stando al governo, di ridimensionarla, se n’è guardata bene dal farlo. E allora, è proprio il caso di dirlo, in una democrazia dell’informazione dove vige una gretta concezione padronale e dove comandano in pochi, pochissimi, bando alle ipocrisie e chi è senza peccato scagli la prima pietra. La vicenda Rcs mette a nudo le forti criticità della situazione editoriale italiana, dove non esistono editori puri e non si percepisce neppure la benché minima consapevolezza di quanto radicati e avviluppanti siano i sottili giochi di potere che minano alla radice ogni speranza di libertà.

*Docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano