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Celibato dei preti, facciamo chiarezza

Puntualmente la questione del celibato dei preti ritorna sulle cronache dei giornali, e anche nella intervista a Papa Francesco sull’aereo di ritorno dal pellegrinaggio in Terra Santa, non è mancata la domanda sui “preti sposati”, dato che, come si sa, gli Ortodossi hanno dei preti sposati, e i ministri protestanti e anglicani – identificabili ‘grosso modo’ con i preti cattolici – sono quasi tutti sposati. La domanda del giornalista sembra poi giustificata dal fatto che in Germania i preti cattolici non aspetterebbero altro che il momento per potersi sposare!

Il Papa risponde chiarendo anzitutto che nelle Chiese cattoliche di rito orientale, già «ci sono dei preti sposati!». E prosegue: «Perché il celibato non è un dogma di fede, è una regola di vita che io apprezzo tanto e credo che sia un dono per la Chiesa. Non essendo un dogma di fede, c’è sempre la porta aperta».

Aperta a che cosa? Il Papa non lo dice, e non poteva farlo in una intervista in aereo, necessariamente breve. Perché però le sue parole non si prestino a fraintendimenti, cerchiamo di chiarire alcune cose.

Anzitutto il Papa parla di “celibato”, ed essere celibi, nel senso comune del termine, significa non essere sposati. Nel linguaggio cristiano, però, il concetto di “celibato” è strettamente connesso con quello di “castità” e di “continenza sessuale”. Uno può essere celibe, ma andare a donne, fare lo sporcaccione, ecc. ecc. Quando si dice che un prete deve essere celibe, significa che deve vivere nella castità totale, cioè non solo astenersi da qualsiasi rapporto sessuale, ma anche avere un cuore puro, un cuore libero anche affettivamente, perché è consacrato al Signore. In altre parole, un prete manca al suo impegno di celibato non solo quando va a donne, ma anche quando permette al suo cuore di innamorarsi di una donna, di avere contatti fisici con lei (abbracci, carezze), anche senza arrivare al rapporto sessuale completo. Un prete che ha una “fidanzata”, pur senza andare a letto con lei, manca alla sua promessa di celibato. Per questo stretto legame tra celibato e castità, molti non distinguono più tra celibato (come stato civile) e castità o continenza sessuale (come virtù), e da qui derivano molte confusioni.

Il Papa dunque ha parlato del “celibato” dei preti in senso globale, come stato civile e come virtù, e ha detto che questa è una «regola», aggiungendo che questa regola non è «un dogma di fede». Vediamo di capire meglio.

Esiste nella Chiesa cattolica di rito latino una “regola” o “legge del celibato”. Se si tratta di una “regola”, essa va considerata anzitutto dal punto di vista canonico. Che cosa significa questa regola? Lo dice per la prima volta in modo esplicito il Codice di Diritto Canonico del 1917 (can. 987, § 2), dove si stabilisce che le persone sposate «sono impedite», cioè non possono accedere alla sacra ordinazione. In altri termini, l’essere sposati, l’essere nello stato coniugale, oggi come oggi nella Chiesa cattolica di rito latino, costituisce un “impedimento” canonico alla ricezione del sacramento dell’Ordine. Questo “impedimento” è stato recepito anche dal nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983 (can. 277 § 1). Si tratta di un impedimento “semplice”, tale cioè che l’ordinazione di un uomo sposato risulta illecita, ma non invalida.

Ora questo “impedimento” non esiste da sempre nella Chiesa cattolica. In effetti, nella Chiesa antica i sacri ministri erano scelti sia tra le persone celibi sia tra le persone coniugate. Non abbiamo delle statistiche (o almeno io non le conosco), ma è certo che molti preti e vescovi fossero coniugati. Per fare qualche esempio, che risale addirittura al tempo apostolico, san Pietro era coniugato, mentre san Giovanni certamente era non solo celibe, ma vergine; san Paolo invece era celibe. Per citare altri nomi abbastanza noti, san Paolino, vescovo di Nola, era sposato; così pure s. Ilario, vescovo di Poitiers e san Gregorio, vescovo di Nissa; s. Agostino aveva una concubina, mentre sant’Ambrogio era celibe (e forse anche vergine).

La cosa da tenere presente – e che non tutti fanno – è che chi veniva ordinato (diacono, presbitero o vescovo), fosse coniugato o celibe, da allora in poi si impegnava a vivere nella perfetta continenza. Chiamo questo “la legge della continenza”: non era una legge scritta, codificata, ma scaturiva dalla natura stessa del ministero apostolico, di cui quello diaconale, presbiterale ed episcopale è un prolungamento. Era evidente che l’imposizione della mani per il ministero conferiva una grazia dello Spirito Santo che rendeva la persona totalmente consacrata a Cristo, per il servizio del Vangelo, dei sacramenti e del popolo santo.

Se l’ordinato era celibe, doveva poi vivere questo stato in vera castità, resistendo a tutte le tentazioni e seduzioni della carne, che pure aveva. Evidentemente, ciò non era possibile senza una vita spirituale intensa, perché la castità da sola non sta in piedi, se non è accompagnata dalla preghiera, dallo spirito di servizio, dall’umiltà, dalla carità. Quanti preti e vescovi celibi nella Chiesa antica sono stati anche arrivisti, intriganti, affaristi, amanti della buona tavola, come testimoniano gli scritti di san Cipriano e di san Giovanni Crisostomo!

Se l’ordinato era coniugato, si poneva un’altra serie di problemi: come vivere la continenza stando con la propria moglie? E costei sarebbe stata d’accordo nel rinunciare al rapporto coniugale? Evidentemente, le spose degli ordinati dovevano vivere la stessa spiritualità dei loro mariti, diventati preti o vescovi. Concretamente, avveniva la separazione dei letti e anche, dove possibile, delle abitazioni. Ad esempio, san Paolino e la moglie Terasia, in vista dell’ordinazione di lui come presbitero, decisero di vivere in perfetta castità, pur abitando vicini nel centro monastico da loro fondato a Cimitile, presso Nola, attorno alla tomba di san Felice martire.

Non tutti però erano dei santi. Accadeva che molti preti continuassero ad avere rapporti coniugali con le loro mogli, sia per debolezza, sia per ignoranza delle norme della Chiesa. In genere ci si fidava dei buoni propositi delle persone, ma se la moglie rimaneva incinta, era chiaro che la castità non era stata rispettata. Per questo motivo a partire dal IV secolo i sinodi che si occuparono di tale questione vietarono espressamente ai sacri ministri sposati di continuare la convivenza con le loro mogli. Così il sinodo di Elvira, in Spagna, all’inizio del IV secolo stabilisce che «il vescovo o qualsiasi altro chierico, abbia con sé solo una sorella o una figlia vergine consacrata a Dio» (can. 27). Se si parla di “figlia”, significa che era sposato. Questa norma è affermata ancora più chiaramente nel can. 33: «Si  stabilisce senza eccezioni per vescovi, presbiteri, diaconi [...] questa proibizione: si astengano dall’avere rapporti con le loro mogli e dal generare figli. Chiunque farà ciò sarà per sempre allontanato dallo stato clericale».

Alcuni hanno interpretato questa norma come se il sinodo di Elvira avesse introdotto una novità “da un giorno all’altro”, proibendo quello che prima invece era pacificamente ammesso. Ma tale interpretazione non regge. Emanare un divieto non significa proibire una cosa che prima era permessa, bensì arginare un abuso. Un decreto ancora più solenne è quello del Concilio di Nicea del 325 (I° ecumenico), che dice nel can 3: «Questo grande concilio proibisce assolutamente ai vescovi, presbiteri e diaconi [...] di avere con sé una donna, a meno che non si tratti della propria madre, di una sorella, di una zia e di una persona che sia al di sopra di ogni sospetto».

C’è anche un altro fatto, richiamato proprio da questo canone, che fa pensare che già dai primi secoli i membri del clero fossero in gran parte celibi, ed è il problema delle convivenze. Infatti i preti celibi che non avevano più la madre o non avevano una sorella, da chi dovevano essere accuditi? Alcuni pensarono di prendere in casa una vergine consacrata (le cosiddette virgines subintroductae), per attendere alla faccende domestiche, ma questa era una soluzione per nulla soddisfacente, perché alimentava i sospetti tra la gente. Perciò i vescovi come san Cipriano e san Giovanni Crisostomo condannarono energicamente questa pratica.

In definitiva, dal punto di vista della Chiesa antica, il problema non era se ordinare persone sposate o celibi, ma come vivere autenticamente la castità sacerdotale. L’orientamento prevalente però fu quello di assumere persone celibi, sperando che fossero formate nella virtù. I vari concili medievali che si sono espressi su tale questione, fino al concilio di Trento, constatarono però la difficoltà di avere preti non solo celibi, ma anche capaci di dominare la propria sessualità, per cui spesso vivevano con concubine o addirittura cercavano di sposarsi. Così il concilio Lateranense II (1139) dichiara che se un vescovo, prete o diacono osa contrarre matrimonio, tale matrimonio è invalido. La stessa cosa ripete il concilio di Trento nel 1563 (sess. 24, can. 9). Nonostante queste evidenti difficoltà, la Chiesa latina ha sempre mantenuto la “legge delle continenza”, che di fatto è diventata la “legge del celibato”. Diversamente sono andate le cose nella Chiesa greca, dove a partire dall’VIII secolo, con il Concilio Quininsesto (in Trullo) fu concessa una mitigazione alla legge della continenza, permettendo ai preti e ai diaconi sposati di continuare i rapporti coniugali e quindi di avere figli. Per i vescovi però è rimasta la legge della continenza o celibato.

Riassumendo: la “legge del celibato”, come l’abbiamo spiegata all’inizio, e cioè come norma che per diritto canonico “impedisce” alle persone sposate di accedere al sacramento dell’Ordine, è chiaramente una norma ecclesiastica, cioè fatta dalla Chiesa e non emanante dalla Parola di Dio, che in san Paolo prevede che siano scelte al diaconato, al presbiterato e all’episcopato anche persone sposate, purché lo siano state «una sola volta» e abbiano dato buona prova nell’educazione dei figli (1 Timoteo 3, 2; 3, 12; Tito 5, 6).

La “legge della continenza” invece è, almeno a mio avviso, di origine apostolica e si radica nella figura stessa di Gesù, il quale non si è sposato e ha chiesto ai suoi apostoli una sequela radicale, che comportava un abbandono della vita coniugale a motivo del regno, in accordo con l’eventuale sposa, che da quel momento diventava una “sorella”.

In definitiva, il passaggio dalla stato coniugale a quello sacerdotale è stato ammesso nella Chiesa antica, ma non è ammesso ora nella Chiesa cattolica di rito latino. Invece il passaggio dallo stato sacerdotale a quello coniugale non è mai stato ammesso nella Chiesa, né antica, né moderna, e neppure nelle Chiese Ortodosse. Qui non ci sono “porte aperte”. La ragione è che lo stato sacerdotale è qualcosa di più rispetto allo stato coniugale. Ora si può passare dal meno al più, ma non dal più al meno. 

Quindi dire che nella Chiesa antica i preti si potevano sposare è una sciocchezza; dire che i preti Ortodossi si possono sposare è un’altra sciocchezza. Ma anche dire che la “legge del celibato” ci sia sempre stata nella Chiesa è anch’essa una cosa non esatta. Riprendiamo allora le parole del Papa, sperando che ora siano più chiare: «Il celibato non è un dogma di fede, è una regola di vita che io apprezzo tanto e credo che sia un dono per la Chiesa». Il celibato sacerdotale dunque, pur essendo una regola della Chiesa, è però un “dono” prezioso, che la Chiesa cattolica ha maturato nel tempo e che conserva gelosamente perché è il mezzo migliore per tenere alta la spiritualità dei suoi ministri, in conformità con le esigenze del Vangelo.