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Che senso hanno i calci e gli sputi al cadavere del mostro Priebke? Esiste un limite anche per l’odio

Il prefetto di Albano è l’unica persona decente: «Ho autorizzato le esequie di Priebke perché per me i morti sono tutti uguali». Già, la morte, è l’unica forza della natura che ha il potere di renderci davvero tutti uguali. È la “livella” come la chiamava il nostro Principe Antonio de Curtis, in arte Totò.
E invece no. Pare che, nel caso in questione, l’Italia abbia scoperto anche il tremendo primato di ospitare gente che pretende di contendere l’uguaglianza alla morte. Come è potuto accadere? Semplice. Complice una stampa e un universo di spettacolo digitale, dalla tv al famoso social network, che non dice e, tantomeno, rivela nulla della realtà, ci sono degli italiani che si sono fatti trascinare all’assalto di un funerale, a sputare e a tirar calci a una bara. Italiani che hanno chiamato questa infamia: giustizia. Guardate le loro facce livide. Sono lì. Su tutti i giornali. E dai giornali, quasi benedette, urlano la loro furia cieca e folle. Che pena.
Che pena vedere scene di violenze intorno a un cadavere. E che ulteriore infamia leggere di queste cose sui giornali senza udire nessuna voce che si alzi per condannare con parole inequivocabili l’assalto a un funerale, l’infierire su un morto, i calci e gli sputi a una bara.
Chiaro che fucilare 335 civili in rappresaglia di 33 militari vittime di un attentato partigiano fu atto mostruoso. Ma è trascorso quasi un secolo da quei fatti. Che senso ha rinfocolare la memoria e prendersela con il cadavere di un criminale di guerra che fu, e che con la sua morte non c’è più? Come è potuto accadere che autorità, intellettuali, giornali, abbiano messo addirittura in discussione la legittimità della sepoltura di un uomo?
Che pena queste personalità di Stato, di cultura, di giornalismo collettivo, di Chiesa cattolica, di comunità ebraica, che hanno offerto il destro alla disumanità di quella plebe vuota che per una sera ha trasformato Albano nel girone più melmoso dell’inferno dantesco, là dove non meriterebbe di apparire neppure «quella sozza e scapigliata fante/ che là si graffia con l’unghie merdose».
Da quanto tempo i popoli rendono sepoltura ai morti, amici o nemici che siano? L’Aiace e l’Antigone di Sofocle, tragedie ben riflessive sul tema della liceità morale di lasciare insepolto il cadavere dì un nemico ucciso, furono rappresentate tra i greci già cinque secoli prima di Cristo. Esiste un limite anche per l’odio. Spingere la vendetta fino all’insepoltura del nemico non è onorare le vittime del nemico. Né tantomeno la giustizia. «Non costituisce un affronto a quest’uomo – dice Ulisse del cadavere di Aiace – bensì alle leggi degli dèi». E con gli dei, cioè «con la misura con cui avrete giudicato sarete giudicati», se la vedranno gli istigatori e la plebe che hanno infierito sul cadavere di Priebke.

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