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Coda a New York per i matrimoni gay

La strada all’angolo tra Worth Street e Mott, lungo il confine con Chinatown, è bloccata dalla polizia. Sebastian e John, fasciati dentro due smoking con papillon e scarpe di vernice, sorridono: la prendono come un’attenzione verso di loro, invece che un’offesa. Camminano lungo Worth Street mano nella mano, per mettersi in fila davanti al Lefkowitz Building, l’edificio di Manhattan dove si celebrano i matrimoni. Aspettano il loro turno, entrano in una stanza che chiamano chapel, un ufficio dove li aspetta un giudice. Cinque minuti dopo hanno promesso di accudirsi per il resto della vita, nella buona e nella cattiva sorte, e sono sposi.
Fuori li aspetta una troupe del Daily Show, lo spettacolo comico più abrasivo del liberal patentato Jon Stewart, con lo scopo dichiarato di sfotterli: «Sposi? E chi di voi farà la moglie, se posso essere indiscreto?».
Benvenuti ai matrimoni gay in stile New York: feste, lacrime, veli, confetti, sfottò, proteste e provocazioni. La legge che legalizza le unioni omosessuali è entrata in vigore a mezzanotte, e le prime ad approfittarne sono state Kitty Lambert e Cheryle Rudd, due nonne (nel senso che hanno già svariati nipotini) di 54 e 53 anni. Hanno detto sì sullo sfondo spettacolare delle cascate Niagara. A Manhattan, invece, la gentilezza del protocollo ha ceduto il passo per prime a Connie Kopelov, 84 anni, e Phyllis Siegel, 76. Connie è arrivata sulla sedia a rotelle e ha giurato fedeltà eterna aggrappata ad un carrellino. «Sono senza respiro», ha confidato Phyllis dopo la cerimonia, «fatico a credere che tutto questo sia successo».
Per strada le aspetta il circo, nel senso buono dello spettacolo d’arte varia, che certe volte solo New York riesce ad offrire. All’angolo tra Worth e Mott sta in piedi Dovid Schwarz, un ebreo ortodosso che regge un cartello con su scritto: «Cattiva idea». Ma perché? «Perché i matrimoni tra persone dello stesso sesso corrompono gli esseri umani e la società». Di fronte a lui, sull’altro angolo della via, c’è una tendina tirata su dalla Congregation Beit Simchat Torah, la sinagoga di Manhattan per gay e lesbiche. Un paio di fedeli si stanno sposando, e il rabbino Sharon Kleinbaum risponde a Dovid: «Ha torto: Dio vuole bene a tutti nella stessa maniera. E’ ora che la nostra società apra finalmente gli occhi».
L’American Civil Liberties Union, pioniera delle battaglie per il riconoscimento dei diritti dei gay, ha disegnato un cartello con due Statue della libertà che si tengono per mano. Ma siccome siamo a New York, appunto, c’è anche chi non dimentica che tutto è business: Tweed, un negozio di regali, offre alle coppie appena sposate di partecipare ad una lotteria per vincere due diamanti, nella chiara speranza che poi arrivino centinaia di liste di nozze.
Oltre le transenne che proteggono la fila delle coppie appena uscite dal giudice, un tipo tiene in mano la Bibbia e indossa una maglietta che dice: «Gesù Cristo salva dall’infermo». Legge in continuazione un versetto del Levitico, in cui c’è scritto chi dorme con una persona del suo stesso sesso commette un abominio da pena di morte. I poliziotti lo osservano con attenzione, mentre ad intervalli regolari un gay vestito di nero appena sposato gli urla: «Non giudicate, e non sarete giudicati».
John McKinney esce col suo nuovo sposo, l’italiano Ken Zerilli, e annuncia: «Adesso vogliamo tutto: l’assicurazione sanitaria, tanti figli, dei cani, una bella cucina a casa, e poi anche il divorzio, come le coppie normali». Ken sorride e spiega che al momento ha in mente solo la luna di miele, in Italia. Ogni coppia che esce viene accolta da applausi e coriandoli. Il settimanale New York ha allestito un set fotografico, dove vuole immortalarle tutte. Sono oltre 400 solo a Manhattan, più di ottocento in tutta la città. Frank La Rocca, «italiano di terza generazione, ma napoletano a tutti gli effetti», ha appena detto sì a Frantz Hall: «E’ una questione di diritti umani. Siamo fidanzati da oltre vent’anni: la nostra unione è durata più di quelle di tutte le coppie etero della mia famiglia». Gabrielle, una nera con un enorme tatuaggio sul petto, sventola il certificato matrimoniale per far vedere che ha scelto di prendere il cognome della sua compagna, l’ispanica Jacqueline Cabrera: «Questo pezzo di carta - dice - è soprattutto una garanzia per il nostro futuro insieme e per i nostri figli».
In realtà il loro matrimonio è valido solo a New York, e il presidente Obama per ora è stato molto tiepido sull’ipotesi di farne una questione, e quindi uno scontro, nazionale. «Non importa» dice raggiante Daniel Hernandez, mentre tiene per mano il marito Nevin Cohen. «Il fatto più significativo - aggiunge - è che la nostra società si stia muovendo. E quando New York va avanti, prima o poi tutti la seguono. Obama ha già annullato la politica «Don’t ask, don’t tell», che vietava ai gay di servire apertamente nelle forze armate: quando i politici capiranno le dimensioni demografiche del fenomeno, dovranno adeguarsi». Daniel alza la mano di Nevin e mostra l’anello che porta al dito anulare: «Questi li avevamo fatti fare venti anni fa, quando io e Nevin ci incontrammo. Tutto arriva, per chi sa aspettare».
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