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Cristiani, bersaglio facile del terrore a Nairobi

Se sia l’inizio di una spirale tragica come quella in cui da mesi è precipitata la Nigeria è difficile dirlo. Certo è che il tragico attentato di domenica in Kenya, con la morte di due bambini durante la Messa del catechismo, non può che incutere lo stesso timore nella comunità cristiana, lo stesso senso di mancata protezione. «Sia i vescovi sia i politici insistono che non siamo di fronte ad una guerra di religione, ma ad una questione politica, legata all’intervento del Kenya in Somalia – hanno sottolineato ieri fonti religiose locali all’Agenzia Fides – . Quest’ultimo attentato è visto quindi come una reazione alla conquista di Chisimaio, l’ultimo bastione degli shabaab nel sud della Somalia, da parte delle truppe keniane con l’appoggio di quelle dell’Unione Africana».

Il legame tra l’attacco alla parrocchia anglicana di San Policarpo a Nairobi e la conquista di Chisimaio era già stato evidenziato da forze di sicurezza locali poche ore dopo l’agguato. Per ora è un sospetto, non una certezza, ma la pista principale seguita da chi indaga è quella.
Domenica la tragedia si è consumata nel quartiere di Pangani, a due passi da quello di Eastleigh, soprannominato «piccola Mogadiscio», perché abitato per lo più da rifugiati somali o kenioti di origine somala che poi ha rischiato di essere vittima di una rappresaglia. «Negli ultimi giorni la polizia ha sequestrato grandi quantità di esplosivi trasportate da persone che si muovevano in auto e su autobus. C’è quindi tutto un movimento di cellule estremiste che stanno facendo arrivare a Nairobi e in altre aree del Paese, degli esplosivi per un’ondata di attentati», riferiscono ancora le fonti.

La forte esplosione che ha interrotto la funzione domenicale è avvenuta intorno alle 10,30, quando una granata ha interrotto improvvisamente la preghiera. Due i morti, due bambini di nove anni, e almeno otto i feriti. «Per gli estremisti musulmani la Chiesa viene vista legata all’occidente, come lo stesso governo del Kenya – hanno spiegato ancora le fonti locali all’Agenzia Fides –. Le chiese sono quindi attaccate perché sono un "soft target", un bersaglio facile e poco protetto. Colpire una chiesa assume subito una dimensione internazionale perché è una notizia che viene ripresa dai media di tutto il mondo».

Appelli alla calma sono arrivati dal vice primo ministro Uhuru Kenyatta che sul suo account Twitter ha condannato gli attentati affermando che il «conflitto non deve degenerare in una guerra di religione». «Mi appello a voi per non permettere a questi terroristi di vincere e dividerci», ha scritto Kenyatta. Il governo ha già predisposto per le prossime settimane ulteriori misure straordinarie all’esterno di chiese e luoghi di culto cristiani. L’ultimo attentato risaliva a tre mesi fa: il duplice attacco a Garissa contro una chiesa e nella cattedrale cattolica della città provocò la morte di 18 fedeli riuniti in preghiera. In Kenya, a differenza della Nigeria teatro di un conflitto interconfessionale che va avanti da decenni, gli attacchi contro chiese e luoghi pubblici si sono intensificati da quando l’esercito di Nairobi, nell’ottobre 2011, è sceso in campo contro gli shabaab in Somalia. La speranza di tutti, ora, è che il Paese non diventi a sua volta un nuovo campo di battaglia per le azioni degli estremisti.