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Cristiani in fuga anche dal Kurdistan

Era ormai divenuta una consuetudine. Da qualche anno ad Ankawa – sobborgo a maggioranza cristiana di Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno - veniva celebrata la messa di Natale in un tendone capace di accogliere oltre mille persone. Era soltanto uno spazio ulteriore che consentiva ad un numero maggiore di fedeli di assistere alla liturgia. Negli ultimi anni la comunità cristiana nel Kurdistan iracheno era sorprendentemente aumentata, dopo l’arrivo nella regione semiautonoma di migliaia di fedeli, sfuggiti alle violenze anticristiane perpetrare in città come Bassora, Bagdad, Mosul.

Quest’anno però quel tendone ha assunto ben altro significato. Ed è per questo che il patriarca caldeo ha voluto celebrare lì la messa di Natale. In una tenda: lo stesso luogo in cui negli ultimi mesi hanno vissuto decine di migliaia di cristiani. Alla liturgia hanno partecipato il premier del Kurdistan Nerchivan Barzani, altre autorità della regione e diplomatici di diversi paesi. Nella stessa notte, ad Erbil sono state celebrate altre sei messe.

Migliaia di fedeli hanno assistito alla liturgia, sebbene l’atmosfera non fosse certamente di festa. «È difficile festeggiare il Natale mentre tanti nostri fratelli hanno perso tutto - dichiara a La Nuova Bussola Quotidiana un sacerdote caldeo che preferisce mantenere l’anonimato – Soltanto la nostra fede ci permette di conservare ancora un po’ di speranza». Anche per chi è nato in Kurdistan o vi vive già da alcuni anni questo è stato un Natale diverso. «Abbiamo assistito a sofferenze che non dimenticheremo mai. Abbiamo visto il Cristo povero e bisognoso nascere proprio accanto a noi».

Non tutti i 120mila cristiani fuggiti dalle violenze dello Stato Islamico sono riusciti a trovare un alloggio dignitoso. La Chiesa, grazie al sostegno di diverse associazioni, ha messo a disposizione di molte famiglie delle strutture prefabbricate, mentre ad altre ha donato il denaro necessario ad affittare degli appartamenti. Niente di più di qualche stanza condivisa da un numero elevatissimo di persone, eppure una situazione nettamente migliore di molte altre. «Qualche giorno fa ho visitato i campi profughi di Mar Elia e Mar Shmouny – racconta il sacerdote - ed ho visto che molti rifugiati vivono ancora nelle tende, nonostante le rigide temperature invernali». Tra le tende del campo di Mar Elia - dove alloggiano ancora circa 700 rifugiati - vi è anche quella del presepe allestito da alcuni volontari del campo. Uno dei lembi porta la scritta in arabo «La tenda di Gesù».

Molti altri cristiani vivono in edifici in costruzione o in abbandono, come in alcuni centri commerciali incompiuti o in disuso.  «Nello Shlama Mall, di fronte all’arcivescovado caldeo, vi sono 100 famiglie, mentre altre 500 hanno trovato alloggio nell’Ankawa Mall». Sistemazioni di fortuna che poco si addicono a permanenze di lungo periodo, mentre di mese in mese aumenta il desiderio di abbandonare il paese. «Dall’inizio della crisi soltanto ad Erbil hanno richiesto il passaporto ben 12mila persone, in maggioranza cristiane. Molti altri hanno raggiunto Bagdad per ottenere i documenti. Le famiglie spendono cifre enormi soltanto per un pezzo di carta che consenta loro di partire».

A lasciare l’Iraq sono anche cristiani che si erano stabiliti in Kurdistan decine di anni fa e che mai prima di questa crisi avrebbero pensato di emigrare. A differenza di molte altre aree del paese, nella regione semiautonoma i cristiani godevano di una certa tranquillità e avevano un discreto tenore di vita. Altri fedeli continuavano a partire numerosi, eppure la Chiesa era certa di avere un futuro in Kurdistan. Oggi non è più così. I cristiani di queste zone sono consapevoli che ci vorranno anni prima che l’attuale crisi possa volgere al termine e a differenza di molti altri possiedono il denaro necessario ad abbandonare l’Iraq. Un ulteriore colpo inferto al futuro della presenza cristiana nel paese.

«Non sono affatto ottimista. Abbiamo perso la Piana di Ninive e i fedeli che sono partiti forse non torneranno mai più». Il sacerdote critica la mancanza di impegno del governo iracheno, che ha delegato alla Chiesa la totale assistenza dei profughi. Ora si devono attuare misure ben più lungimiranti di quelle intraprese finora. «L’emergenza è finita e si deve pensare al futuro, dare agli sfollati un terreno in cui vivere e delle vere abitazioni.  Altrimenti i fedeli continueranno ad emigrare e chi è già partito non tornerà più. Specie se gli offriamo soltanto una casa prefabbricata di tre metri per sei».