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Da magistrato-politico a esattore

Chissà cosa ne penserà Ilda Boccassini sulla scelta di Antonio Ingroia, di accettare l’incarico di Presidente del Consiglio di Amministrazione della Riscossione Sicilia S.p.A.. Il pubblico ministero di Milano non è persona che le manda a dire e già durante la campagna elettorale aveva dichiarato: “Come ha potuto paragonare la sua piccola figura di magistrato a quella di Giovanni Falcone? Tra i due la distanza si misura in milioni di anni luce. Si vergogni”.

Questa “piccola figura di magistrato”, ci ha abituato, in piena attività, a mettere in soffitta il suo dovere alla riservatezza e alla sobrietà e a partecipare alle trasmissioni televisive e a fare pubblici comizi in piazza – senza che mai sia intervenuto il Consiglio Superiore della Magistratura, pur competente a emettere sanzioni – per esternare le sue opinioni personali perfino sulle leggi approvate dal Parlamento. Cosa illegittima dal punto di vista costituzionale, perché anche un magistrato è soggetto alla legge – in questo caso suprema – che oltre a stabilire la separatezza dei poteri, dice che il Parlamento risponde al popolo sovrano, non al potere giudiziario.

Con quest’"itinerario", intessuto di esposizione mediatica, Ingroia ha condotto inchieste che hanno fatto clamore: da quella su Bruno Contrada, condannato in primo grado a 10 anni, poi assolto in appello e condannato definitivamente in Cassazione a quella sul giudice Luigi Lombardini, il cui interrogatorio, condotto da Giancarlo Caselli, da Ingroia e da altri suoi colleghi della Procura di Palermo – e definito ineccepibile dal CSM - si concluse tragicamente con il suicidio del magistrato cagliaritano; da quella su Marcello Dell’Utri, nei confronti del quale Ingroia ottiene una prima condanna per Dell'Utri nel 2004 a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, confermata in appello nel 2010 con una riduzione di due anni, con l’assoluzione per le condotte successive al 1992, perchè i giudici considerano non provato il "patto di scambio" politico-mafioso con Cosa Nostra.

Sentenza di cui la Cassazione dispone l’annullamento con rinvio, con una memorabile requisitoria del Sostituto Procuratore Generale, nella quale il Consigliere Francesco Iacoviello testualmente in esordio dice: “C'è un capo di imputazione che riempie quasi una pagina. Ebbene, dopo averlo letto, possiamo metterlo da parte. Lì dentro non c’è il fatto per cui l’imputato è stato condannato. Quell’imputazione è un fiore artificiale in un vaso senza acqua. Ma non ci doveva essere una pronuncia di assoluzione per quelle imputazioni dal momento che era emerso (in base all’attività integrativa) un fatto nuovo? In questo processo la cosa più difficile è trovare l’imputazione. Bisogna andarsela a cercare nelle pagine del processo. Estrarla da una mezza frase, da un verbo, da un sostantivo. E’ un processo a imputazione diffusa. Le cripto-imputazioni, le imputazioni implicite, le imputazioni vaghe sono state poste al bando dal giusto processo. Se c’è un imputato, ci deve essere un’imputazione”.

Ancora: Ingroia è protagonista del processo al Capitano Ultimo, il colonnello Sergio Di Caprio, autore dell’arresto di Salvatore Riina nel 1993, accusato di favoreggiamento per la ritardata perquisizione del covo in cui si trovava il capo di Cosa Nostra, poi assolto con formula piena assieme al generale Mario Mori.
Prima di andare in Guatemala ad occuparsi per qualche mese dell'Unità di investigazione della Commissione internazionale dell’Onu contro la impunità, interviene all’ultima udienza in occasione del processo sulla Trattativa Stato-Mafia, per la quale nel luglio 2012 aveva chiesto il rinvio a giudizio di dodici persone - i politici Calogero Mannino e Marcello Dell'Utri, gli ufficiali Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, i boss Giovanni Brusca, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà, Bernardo Provenzano, il collaboratore Massimo Ciancimino – e qualche settimana dopo trova il tempo di polemizzare in merito al conflitto tra il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e la Procura di Palermo.

Riguardo l’utilizzazione delle intercettazioni telefoniche tra lo stesso Napolitano e l'imputato Nicola Mancino, risoltosi con la sentenza della Corte Costituzionale che accoglie il ricorso di Napolitano e che prevede la distruzione delle intercettazioni, Ingroia commenta: "Cornuti e mazziati. Le ragioni della politica hanno prevalso su quelle del diritto. La sentenza della Corte costituzionale rappresenta un brusco arretramento rispetto al principio di uguaglianza e all'equilibrio fra i poteri dello Stato". Inizia così la sua campagna elettorale di “rivoluzionario civile”, che proseguirà nei giorni successivi con innumerevoli interventi televisivi. Tra i quali se ne segnala uno “epico” alla trasmissione di Santoro, Servizio Pubblico, nel corso della quale, in collegamento dal Guatemala, prima sostiene che "Borsellino è stato ucciso perché considerato un ostacolo alla trattativa, ma come faceva Cosa nostra a saperlo? Deve averlo saputo dallo Stato. Se la strage di via d'Amelio non è stata pensata, attuata, da uomini dello Stato, di certo lo Stato ne è stato complice. Questo posso dire di saperlo", poi – rivolgendosi all’imputato Calogero Mannino – riesce a dire: “Lei è stato risparmiato da Cosa Nostra per la trattativa Stato-Mafia e sull’altare della trattativa è stato ucciso Paolo Borsellino".

Antonio Ingroia non è nuovo a lanciarsi in giudizi e opinioni che in seguito è costretto a rivedere. Se ne ricorda uno, in particolare, relativo a Massimo Ciancimino. Delle dichiarazioni del figlio di “Don Vito”, Ingroia si è avvalso per anni, fino a dedicargli un ritratto nel capitolo “Padri e figli” del suo libro “Nel labirinto degli dei” (Feltrinelli, 2010). Sono i tempi nei quali entrambi sono abbonati ad intervenire nelle trasmissioni di Santoro. Raccontava Ingroia: “Dal primo incontro ho capito che Ciancimino jr era fatto di tutt’altra pasta. Tanto il padre era ombroso, tanto il figlio Massimo è gioviale. Non ho mai visto il padre abbandonare l’espressione adirata. Massimo non è certo attaccato alla cultura dell’omertà. Il suo problema, semmai, è l’opposto: quello di parlare troppo, preferibilmente con i giornalisti, specie dei suoi interrogatori, per i quali è tenuto a rispettare la segretezza”.

Poi, è lo stesso Ingroia, nel 2011, a disporre l’arresto del figlio dell’ex Sindaco di Palermo, accusato di calunnia aggravata a carico dell’ex capo della polizia, Gianni De Gennaro. Qualche mese prima dell’arresto, nella prefazione del libro di Torrealta, “Quarto livello”, Ingroia aveva specificato, quasi preveggente: “E’ bene che il lettore sappia che le ricostruzioni e interpretazioni sul ‘Quarto livello’ derivano tutte dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino e da un appunto presentato da lui stesso, e che nulla di tutto ciò, secondo le sue stesse dichiarazioni, è frutto di sua conoscenza diretta, bensì derivata dal padre Vito. Se, come giustamente diceva Falcone, è un abbaglio parlare di mafia strutturalmente subordinata alla politica, ancora più sbagliato sarebbe ipotizzare un livello, superiore al ‘livello politico’ e a quello ‘militare’, individuato in un sommo direttorio affollato da uomini degli apparati dello stato, più o meno ‘deviati’”.

Eppure, nonostante queste riflessioni, Ingroia dichiara, ben prima della sua discesa in campo in politica, quando era ancora nel pieno delle sue funzioni di magistrato, che “Forza Italia è una diretta emanazione della mafia”. Anche qui per il CSM non è stato meritevole di alcuna sanzione. Strana storia, quella di questo magistrato. La sua decisione di rifiutare la Procura di Aosta – forse troppo lontana dalla Sicilia, ma vicina, come tutto il nord, ai tentacoli della mafia - e di accettare la proposta di Rosario Crocetta, che dovrà ottenere il nulla osta del CSM, troverà forse una spiegazione “politica” e quindi arzigogolata, come accade spesso.

Fa riflettere la presa di posizione di ieri del Codacons, che dichiara: “Non è possibile che un magistrato, candidato alle elezioni politiche in tutta Italia tranne che in Valle d’Aosta, non sia eletto da nessuna parte e gli venga offerto il posto di Presidente di un così importante ente proprio nella regione dove per anni ha esercitato la funzione di magistrato. Nonostante il fine pubblico della nomina l’incompatibilità è evidente: come può un magistrato che fino a ieri ha indagato in Sicilia, assumere il compito di far pagare le tasse proprio nella regione in cui ha operato e ha acquisto informazioni nell’ambito delle sue funzioni?”.
Domanda non certo peregrina, anche se di questi tempi, di nulla più ci si può meravigliare per quanto riguarda il sistema giustizia. Per non parlare dei gabellieri. Di San Matteo, del resto, ce n’è stato solo uno nella storia.