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Dopo ogni genocidio diciamo «mai più». Però rimaniamo in silenzio su quello dei cristiani iracheni

Articolo tratto dall’Osservatore Romano - Al tema dei diritti umani e della politica estera dell’occidente di fronte alla tragedia dei cristiani e delle minoranze religione in Iraq il settimanale britannico «The Tablet» (www.thetablet.co.uk) dedica un ampio articolo di Francis Campbell, già ambasciatore del Regno Unito presso la Santa Sede e attuale rettore della St. Mary’s University a Twickenham. Dell’articolo, che uscirà sul «Tablet» del 16 agosto, anticipiamo una sintesi.
La tragedia dei cristiani iracheni
di Francis Campbell
Perché tanto silenzio sulle minoranze religiose ed etniche irachene? Non ci siamo ripromessi, dopo tanti genocidi, che “mai più” li avremmo tollerati? Oggi la nostra società è guidata più dal rumore che dai principi e quindi non vede la persecuzione dei cristiani come una causa popolare o politicamente corretta. L’obiettività è messa da parte a favore della soggettività e dà adito a un’applicazione parziale, ingiusta e incoerente di una politica estera in base alla quale alcune cause catturano la nostra attenzione mentre altre no.
Che cosa succede in Iraq settentrionale? Lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (Isis) controlla adesso circa un terzo della Siria e nei due mesi scorsi ha guadagnato circa un quarto del territorio iracheno. Circa sei milioni di persone vivono in aree controllate dall’Isis, ormai tristemente rinomato per un livello di odio e di estremismo che raramente si è visto nel corso della storia umana contemporanea.
iraq-siria-califfato-tempi-copertinaGli estremisti hanno occupato un vuoto in Iraq approfittando di confini deboli, della frammentazione tra diversi gruppi etnici, dell’assenza di una governance inclusiva e della guerra civile in atto in Siria. Il rischio adesso è che le turbolenze sunnite irachene si intreccino a questa specie più velenosa di ideologia militante. Da quando è arrivato in Iraq, l’Isis si è diffuso nella parte settentrionale del Paese e adesso si trova di fronte alla regione semi-autonoma del Kurdistan. Ha seguito sempre lo stesso schema, vale a dire quello di individuare, nei luoghi che invade, le minoranze religiose. Le case dei cristiani sono state segnate con il simbolo distintivo di “N”, Nazareni, prima che i cristiani stessi fossero privati delle proprietà, le loro chiese distrutte o convertite in moschee e alla fine fossero espulsi dai luoghi in cui erano vissuti per quasi 1900 anni.
Il 18 luglio l’Isis ha dato l’ultimatum finale ai cristiani di Mosul: convertirsi o subire la violenza. A oggi, non sappiamo quanti siano scappati, ma molti di essi sono fuggiti a Qaraqosh. La città è caduta nelle mani degli estremisti la scorsa settimana. Dobbiamo adesso affrontare la realtà che i cristiani e altre minoranze religiose come gli sciiti, gli yazidi e gli shabak vengano cacciati di città in città. È su questa base — il tentativo di evitare lo sterminio di un’intera cultura e di un’intera civiltà — che gli Stati Uniti hanno deciso di intervenire con raid aerei limitati e lanci umanitari, ma senza inviare truppe di terra.
cristiani-perseguitati-iraq-tempi-copertinaIndifferenza o rimozione da parte dell’occidente? Quando il Segretario generale delle Nazioni Unite ha definito lo scorso mese gli eventi di Mosul un «probabile crimine contro l’umanità», le sue parole non hanno trovato in occidente orecchie disposte ad ascoltare. Gli organi informativi consueti sono rimasti quasi tutti in silenzio mentre venivamo a sapere dei tentativi di spazzare via culture e civiltà millenarie. Paragonate questo silenzio alla grande attenzione rivolta alle proteste delle Pussy Riot nel 2013, a proposito della libertà di parola in Russia.
Dunque perché Mosul non ha fatto breccia? Le ragioni sono complesse e relative agli eventi collegati all’invasione del 2003. La causa si trova forse nella situazione interna dell’Iraq e nelle possibilità di intervenire in modo efficace per restaurare un Governo inclusivo e una democrazia che superi la divisione etnica e religiosa. Potrebbe trattarsi di una situazione intricata a livello più ampio, in occidente, relativamente al tipo di comportamento da assumere di fronte a una primavera araba ormai trasformatasi in inverno. O potrebbe trattarsi di una crisi più vasta che concerne le priorità assegnate alle questioni di politica estera, il modo in cui queste ultime richiamano l’attenzione e, ben più importante, sollecitano un’azione.
La tragedia delle minoranze religiose in Iraq e ciò che sta loro accadendo in tempo reale costituisce una sfida molto importante per i Governi che dichiarano di essere fondati su valori oggettivi: con quale criterio le questioni sono considerate una priorità e diventano degne di attenzione in questo mondo sempre più soggettivo? Quando ricordano la Shoah, o quello che è accaduto nei Balcani, in Cambogia, in Rwanda e in Burundi, i Governi ripetono “mai più”. Ma eccoci qui di nuovo, nel silenzio.
Cosa fare, dunque? C’è una serie di questioni a breve termine da affrontare, quali la formazione di un Governo iracheno inclusivo capace di venire incontro ai bisogni umanitari e di sicurezza delle popolazioni dislocate, sconfiggendo l’Isis e ricostruendo l’Iraq. Per sconfiggere gli estremisti, l’Iraq avrà bisogno di coesione interna e di assistenza dall’esterno.
Ci sono anche questioni più generali relative al Medio oriente, al ruolo della religione e alla praticabilità dei confini tra Stati esistenti, confini creati nella prima parte del ventesimo secolo, e a come possa essere mantenuta un’identità pluralista.
Ma al di là di questa regione e delle sfide attuali c’è anche una serie di questioni per le democrazie occidentali, compresi i media. Questioni riguardanti il criterio obiettivo utilizzato per determinare gli interessi, gli interventi e le azioni in politica estera. Se veramente vogliamo che non si verifichino “mai più”, allora gli avvenimenti di Mosul e nel nord dell’Iraq ci dimostrano che i nostri sistemi non sono abbastanza robusti e oggettivi per impedire i crimini contro l’umanità o i genocidi. Ci dobbiamo chiedere perché per noi alcune cause e alcune vite valgono più di altre. Mi aspetterei una politica estera basata sui valori di una democrazia rappresentativa per poter rispondere a questa domanda.

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