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E' il tempo della missione

Nelle ultime due giornate del suo viaggio in Germania - sabato 24 e domenica 25 settembre - Benedetto XVI si è concentrato su come i cristiani possono, in concreto, rendere pubblica testimonianza alla verità e alla fede. Se giovedì 22 il Pontefice aveva richiamato la politica e le leggi al diritto naturale, evocando - come ha detto lasciando la Germania - «i fondamenti intellettuali dello Stato», se venerdì 23 aveva messo in guardia il dialogo interreligioso ed ecumenico dalla tentazione di «annacquare» la verità nell'illusione di farsi accettare dal relativismo dominante, nel week-end il Papa si è chiesto che cosa possono fare i cristiani in una società «in cui non poche persone vogliono, per così dire, "liberare" la vita pubblica da Dio». Sono parole che il Papa ha rivolto ai rappresentanti delle Chiese Ortodosse, le più vicine - ha ricordato - in un cammino ecumenico che il Papa ha incoraggiato le Chiese d'Oriente a percorrere anche riunendosi fra loro in un concilio pan-ortodosso.

La testimonianza comune è necessaria perché l'ora è grave e cupa. Ai giovani, nella veglia di sabato sera a Friburgo, il Papa ha detto che «il mondo in cui viviamo, nonostante il progresso tecnico, in ultima analisi non diventa più buono. Esistono tuttora guerre, terrore, fame e malattia, povertà estrema e repressione senza pietà. E anche quelli che nella storia si sono ritenuti "portatori di luce", senza però essere stati illuminati da Cristo, l’unica vera luce, non hanno realmente creato alcun paradiso terrestre, bensì hanno instaurato dittature e sistemi totalitari, in cui anche la più piccola scintilla di umanesimo è stata soffocata».

A Erfurt il Pontefice ha ricordato quello che partendo dalla Germania ha poi definito il tempo in cui «si è tentato per decenni di rimuovere la religione dalla vita delle persone», cioè le due dittature patite dai tedeschi dell'Est, i quali hanno «dovuto sopportare una dittatura "bruna" [nazista] e una "rossa" [comunista], che per la fede cristiana avevano l’effetto che ha la pioggia acida». Grazie a Dio, questa pioggia è cessata. «Se in questa città torniamo indietro col pensiero al 1981 [...], trent’anni fa, ai tempi della DDR – chi avrebbe immaginato che il muro e il filo spinato alle frontiere sarebbero caduti pochi anni dopo? E se andiamo ancora più indietro, di circa settant’anni fino al 1941, ai tempi del nazionalsocialismo – chi avrebbe potuto predire che il cosiddetto "Reich millenario" sarebbe stato ridotto in cenere già quattro anni dopo?». Né bisogna dimenticare che «i cambiamenti politici dell’anno 1989 nel vostro Paese non erano motivati soltanto dal desiderio di benessere e di libertà di movimento, ma, in modo decisivo, anche dal desiderio di veracità. Questo desiderio venne tenuto desto, fra l’altro, da persone che stavano totalmente al servizio di Dio e del prossimo ed erano disposte a sacrificare la propria vita».

E tuttavia le conseguenze negative del comunismo non sono ancora scomparse oggi. «Tante conseguenze tardive di quel tempo sono ancora da smaltire, soprattutto nell’ambito intellettuale e religioso. La maggioranza della gente in questa terra vive ormai lontana dalla fede in Cristo e dalla comunione della Chiesa». Mentre nell'epoca del comunismo «molti cattolici risoluti sono rimasti fedeli a Cristo e alla Chiesa proprio nella difficile situazione di un’oppressione esteriore», «hanno accettato svantaggi personali pur di vivere la propria fede» e con coraggio «hanno resistito all’ideologia comunista», le nuove possibilità offerte dalla libertà, pure certamente positive, non hanno però necessariamente «portato anche a crescita nella fede». «Non bisogna forse cercare le radici profonde della fede e della vita cristiana in ben altro che non nella libertà sociale?».
Incontrando a Friburgo il Consiglio del Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi il Papa ha tratto un esempio dai programmi «exposure» che permettono a cattolici europei di andare a vivere per qualche tempo in un Paese del terzo mondo, sperimentandone i problemi dall'interno. «Immaginiamo che un tale programma exposure abbia luogo qui in Germania. Esperti provenienti da un Paese lontano verrebbero a vivere per una settimana presso una famiglia tedesca media. Qui ammirerebbero tante cose, ad esempio il benessere, l’ordine e l’efficienza. Ma, con uno sguardo non prevenuto, constaterebbero anche tanta povertà: povertà per quanto riguarda le relazioni umane e povertà nell’ambito religioso».

Forse si renderebbero conto che «viviamo in un tempo caratterizzato, in gran parte, da un relativismo subliminale che penetra tutti gli ambiti della vita. A volte, questo relativismo diventa battagliero, rivolgendosi contro persone che affermano di sapere dove si trova la verità o il senso della vita. E notiamo come questo relativismo eserciti sempre di più un influsso sulle relazioni umane e sulla società». Ne troviamo esempi «nell’incostanza e nella discontinuità di tante persone e in un eccessivo individualismo. Qualcuno non sembra affatto capace di rinunciare a qualcosa o di fare un sacrificio per altri. Anche l’impegno altruistico per il bene comune, nei campi sociali e culturali, oppure per i bisognosi, sta diminuendo. Altri non sono più in grado di legarsi in modo incondizionato ad un partner. Quasi non si trova più il coraggio di promettere di essere fedele per tutta la vita; il coraggio di decidersi e di dire: io ora appartengo totalmente a te, oppure di impegnarsi con decisione per la fedeltà e la veracità, e di cercare con sincerità le soluzioni dei problemi».

«A questo punto - ha detto ancora il Papa nella veglia di Friburgo con i giovani - non dobbiamo tacere il fatto che il male esiste. Lo vediamo, in tanti luoghi di questo mondo; ma lo vediamo anche – e questo ci spaventa – nella nostra stessa vita. Sì, nel nostro stesso cuore esistono l’inclinazione al male, l’egoismo, l’invidia, l’aggressività».

Nell'omelia di domenica a Friburgo il Papa ha perfino fatto notare che «ci sono teologi che, di fronte a tutte le cose terribili che avvengono oggi nel mondo, dicono che Dio non possa essere affatto onnipotente. Di fronte a questo, noi professiamo Dio, l’Onnipotente, il Creatore del cielo e della terra. E noi siamo lieti e riconoscenti che Egli sia onnipotente. Ma dobbiamo, al contempo, renderci conto che Egli esercita il suo potere in maniera diversa da come noi uomini siamo soliti fare. Egli stesso ha posto un limite al suo potere, riconoscendo la libertà delle sue creature. Noi siamo lieti e riconoscenti per il dono della libertà. Tuttavia, quando vediamo le cose tremende, che a causa di essa avvengono, ci spaventiamo».

Il male esterno, ha detto il Papa ai giovani, «con una certa autodisciplina [...] forse è, in qualche misura, controllabile. È più difficile, invece, con forme di male piuttosto nascosto, che possono avvolgerci come una nebbia indistinta, e sono la pigrizia, la lentezza nel volere e nel fare il bene. Ripetutamente nella storia, persone attente hanno fatto notare che il danno per la Chiesa non viene dai suoi avversari, ma dai cristiani tiepidi».

Al Consiglio del Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi il Pontefice ha fatto notare che questi cristiani tiepidi s'incontrano anche nella Chiesa Cattolica tedesca, che pure sembra tanto vigorosa dal punto di vista organizzativo. In Germania «tante persone sono carenti dell’esperienza della bontà di Dio. Non trovano alcun punto di contatto con le Chiese istituzionali e le loro strutture tradizionali. Ma perché?». «In Germania la Chiesa è organizzata in modo ottimo. Ma, dietro le strutture, vi si trova anche la relativa forza spirituale, la forza della fede in un Dio vivente? Sinceramente dobbiamo però dire che c’è un’eccedenza delle strutture rispetto allo Spirito. Aggiungo: La vera crisi della Chiesa nel mondo occidentale è una crisi di fede. Se non arriveremo ad un vero rinnovamento nella fede, tutta la riforma strutturale resterà inefficace».

Nella Messa di domenica a Friburgo Benedetto XVI ha commentato un Vangelo dove «il Signore conclude la sua parabola con parole drastiche: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio [...]". Tradotta nel linguaggio del tempo, l’affermazione potrebbe suonare più o meno così: agnostici, che a motivo della questione su Dio non trovano pace; persone che soffrono a causa dei loro peccati e hanno desiderio di un cuore puro, sono più vicini al Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli “di routine”, che nella Chiesa vedono ormai soltanto l’apparato, senza che il loro cuore sia toccato da questo, dalla fede».

Beninteso, «questo, però, non significa affatto che tutti coloro che vivono nella Chiesa e lavorano per essa siano da valutare come lontani da Gesù e dal Regno di Dio. Assolutamente no!». Ma la «parola drastica» di Gesù deve fare riflettere chi riduce l'impegno sociale e caritativo, pure lodevole, a un mero «servizio tecnico», chi trascura il rapporto con la dottrina e il Magistero e oggi - il Papa lo ricorda in tutti i suoi viaggi - «lo studio del Catechismo della Chiesa Cattolica», chi dimentica che una Chiesa locale, sia pure ricca di opere come quella di Germania, porta frutto solo se rimane «unita con i Successori di san Pietro e degli Apostoli».
Qualche volta abbandonano le opere, ma manca «l'umiltà [la quale] è una virtù che nel mondo di oggi e, in genere, di tutti i tempi, non gode di grande stima. Ma i discepoli del Signore sanno che questa virtù è, per così dire, l’olio che rende fecondi i processi di dialogo, possibile la collaborazione e cordiale l’unità. Humilitas, la parola latina per “umiltà”, ha a che fare con humus, cioè con l’aderenza alla terra, alla realtà. Le persone umili stanno con ambedue i piedi sulla terra. Ma soprattutto ascoltano Cristo, la Parola di Dio, la quale rinnova ininterrottamente la Chiesa ed ogni suo membro».

Sono concetti che il Pontefice ha ribadito nel lungo discorso di Friburgo ai cattolici impegnati nella Chiesa e nella società, esposti allo scoraggiamento e alla tentazione di cedere alla pressione del relativismo dominante. «Da decenni - ha detto loro il Papa - assistiamo ad una diminuzione della pratica religiosa, constatiamo un crescente distanziarsi di una parte notevole di battezzati dalla vita della Chiesa. Emerge la domanda: la Chiesa non deve forse cambiare? Non deve forse, nei suoi uffici e nelle sue strutture, adattarsi al tempo presente, per raggiungere le persone di oggi che sono alla ricerca e in dubbio?».
Il Pontefice ha risposto con un aneddoto. «Alla beata Madre Teresa [1910-1997] fu richiesto una volta di dire quale fosse, secondo lei, la prima cosa da cambiare nella Chiesa. La sua risposta fu: Lei ed io!». La risposta implica che nella Chiesa, è vero, c'è sempre bisogno di cambiare, di convertirsi. Ma «come deve configurarsi allora concretamente questo cambiamento? Si tratta qui forse di un rinnovamento come lo realizza ad esempio un proprietario di casa attraverso una ristrutturazione o la tinteggiatura del suo stabile? Oppure si tratta qui di una correzione, per riprendere la rotta e percorrere in modo più spedito e diretto un cammino? Certamente, questi ed altri aspetti hanno importanza. Ma per quanto riguarda la Chiesa, il motivo fondamentale del cambiamento è la missione apostolica dei discepoli e della Chiesa stessa. Infatti, la Chiesa deve sempre di nuovo verificare la sua fedeltà a questa missione».

La missione non cambia, non è mai cambiata, perché viene dal Signore. «A causa delle pretese e dei condizionamenti del mondo, però, la testimonianza viene ripetutamente offuscata, vengono alienate le relazioni e viene relativizzato il messaggio». Quando i cristiani sono fedeli alla missione, il mondo li perseguita. «Nello sviluppo storico della Chiesa si manifesta, però, anche una tendenza contraria: quella cioè di una Chiesa che si accomoda in questo mondo, diventa autosufficiente e si adatta ai criteri del mondo».

Per ripartire dalla missione, «per corrispondere al suo vero compito, la Chiesa deve sempre di nuovo fare lo sforzo di distaccarsi dalla mondanità del mondo. Con ciò essa segue le parole di Gesù: "Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo" (Gv17,16)».

Paradossalmente, «in un certo senso, la storia viene in aiuto alla Chiesa attraverso le diverse epoche di secolarizzazione, che hanno contribuito in modo essenziale alla sua purificazione e riforma interiore. Le secolarizzazioni infatti – fossero esse l’espropriazione di beni della Chiesa o la cancellazione di privilegi o cose simili – significarono ogni volta una profonda liberazione della Chiesa da forme di mondanità: essa si spogliava, per così dire, della sua ricchezza terrena e tornava ad abbracciare pienamente la sua povertà terrena. Con ciò, la Chiesa condivideva il destino della tribù di Levi che, secondo l’affermazione dell’Antico Testamento, era la sola tribù in Israele che non possedeva un patrimonio terreno, ma, come parte di eredità, aveva preso in sorte esclusivamente Dio stesso, la sua parola e i suoi segni. Con tale tribù, la Chiesa condivideva in quei momenti storici l’esigenza di una povertà che si apriva verso il mondo, per distaccarsi dai suoi legami materiali, e così anche il suo agire missionario tornava ad essere credibile».

Naturalmente il secolarismo non vuole favorire l'opera della Chiesa ma attaccarla. E tuttavia questo attacco ha spesso l'effetto contrario. «Gli esempi storici mostrano che la testimonianza missionaria di una Chiesa "demondanizzata" emerge in modo più chiaro». Non si tratta di una sorta di furbizia, per cui qualcuno si mette a tavolino e studia «una nuova tattica per rilanciare la Chiesa. Si tratta piuttosto di deporre tutto ciò che è soltanto tattica e di cercare la piena sincerità, che non trascura né reprime alcunché della verità del nostro oggi, ma realizza la fede pienamente nell’oggi vivendola, appunto, totalmente nella sobrietà dell’oggi, portandola alla sua piena identità, togliendo da essa ciò che solo apparentemente è fede, ma in verità sono convenzioni ed abitudini».
Non si tratta neppure - sbaglierebbe, ha detto il Papa, chi pensasse il contrario - di «ritirarsi dal mondo», di non occuparsi della società o non annunciare la dottrina sociale della Chiesa. Al contrario «una Chiesa alleggerita degli elementi mondani», che pone la sua fiducia essenzialmente nella verità, può annunciare in modo più forte «la signoria dell’amore di Dio» sulla storia, una signoria che non riguarda solo i singoli ma anche la società.

Si può dire lo stesso «con altre parole: la fede cristiana è per l’uomo uno scandalo sempre e non soltanto nel nostro tempo. Che il Dio eterno si preoccupi di noi esseri umani, ci conosca; che l’Inafferrabile sia diventato in un determinato momento afferrabile; che l’Immortale abbia patito e sia morto sulla croce; che a noi esseri mortali siano promesse la risurrezione e la vita eterna – credere questo è per noi uomini una vera pretesa. Questo scandalo [...] non può essere abolito se non si vuole abolire il cristianesimo».

Purtroppo, ha aggiunto il Papa alludendo alla questione dei preti pedofili, lo scandalo fondamentale che la fede è per il mondo «è stato messo in ombra proprio recentemente dagli altri scandali dolorosi degli annunciatori della fede. Si crea una situazione pericolosa, quando questi scandali prendono il posto dello skandalon primario della Croce e così lo rendono inaccessibile, quando cioè nascondono la vera esigenza cristiana dietro l’inadeguatezza dei suoi messaggeri».
Eppure Gesù ripete ai cristiani, e il Papa ha ripetuto ai giovani a Friburgo: «Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,14). Sentiamo spesso queste parole, ha sottolineato il Pontefice, ma ci sfugge il loro mistero. Il Signore non dice che noi cristiani potremo diventare la luce del mondo se ci convertiremo. Dice che siamo - che siamo ora, con tutte le nostre miserie - la luce del mondo. «Come può allora Cristo dire che i cristiani – e con ciò forse anche quei cristiani deboli e spesso così tiepidi – sono la luce del mondo? Forse capiremmo se Egli gridasse: Convertitevi! Siate la luce del mondo! Cambiate la vostra vita, rendetela chiara e splendente! Non dobbiamo forse restare stupiti che il Signore non ci rivolga un appello, ma dica che siamo la luce del mondo, che siamo luminosi, che splendiamo nel buio?».

Cominciamo a penetrare in qualche modo nel mistero se capiamo che «non sono i nostri sforzi umani o il progresso tecnico del nostro tempo a portare luce in questo mondo. Sempre di nuovo dobbiamo fare l’esperienza che il nostro impegno per un ordine migliore e più giusto incontra i suoi limiti. La sofferenza degli innocenti e, infine, la morte di ogni uomo costituiscono un buio impenetrabile che può forse essere rischiarato per un momento da nuove esperienze, come da un fulmine nella notte. Alla fine, però, rimane un’oscurità angosciante».

Noi cristiani siamo la luce del mondo non per i nostri meriti ma perché partecipiamo alla luce di Gesù Cristo. «Intorno a noi può esserci il buio e l’oscurità, e tuttavia vediamo una luce: una piccola fiamma, minuscola, che è più forte del buio apparentemente tanto potente ed insuperabile. Cristo, che è risorto dai morti, brilla in questo mondo, e lo fa nel modo più chiaro proprio là dove secondo il giudizio umano tutto sembra cupo e privo di speranza. Egli ha vinto la morte – Egli vive – e la fede in Lui penetra come una piccola luce tutto ciò che è buio e minaccioso. Chi crede in Gesù, certamente non vede sempre soltanto il sole nella vita, quasi che gli possano essere risparmiate sofferenze e difficoltà, ma c’è sempre una luce chiara che gli indica una via che conduce alla vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). Gli occhi di chi crede in Cristo scorgono anche nella notte più buia una luce e vedono già il chiarore di un nuovo giorno».

Luce «del mondo»: nel senso che «la luce non rimane sola. Tutt’intorno si accendono altre luci. Sotto i loro raggi si delineano i contorni dell’ambiente così che ci si può orientare. Non viviamo da soli nel mondo. Proprio nelle cose importanti della vita abbiamo bisogno di altre persone. Così, in modo particolare, nella fede non siamo soli, siamo anelli nella grande catena dei credenti» che è la Chiesa.

Alle origini di questa catena - e della stessa Germania - ci sono i santi che hanno portato e radicato il Vangelo nella terra tedesca: l'irlandese san Kilian (VII sec.), l'inglese san Bonifacio (673?-754), la principessa di origine ungherese sant'Elisabetta di Turingia (1207-1231), a proposito della quale il Papa ha detto nella Messa a Erfurt che «il frutto della sua santità fu immenso». Se il richiamo ai santi come radici delle nazioni si ripete in tutti i viaggi di Benedetto XVI, a Erfurt il Papa si è chiesto: «Che cosa hanno in comune questi santi? Come possiamo descrivere e rendere fecondo per noi l’aspetto particolare della loro vita? Sì, i santi ci mostrano che è possibile e che è bene vivere in modo radicale il rapporto con Dio, mettere Dio al primo posto e non come una realtà tra le altre».
Nella veglia di Friburgo il Papa ha aggiunto che «ripetutamente l’immagine dei santi è stata sottoposta a caricatura e presentata in modo distorto, come se essere santi significasse essere fuori dalla realtà, ingenui e senza gioia. Non di rado si pensa che un santo sia soltanto colui che compie azioni ascetiche e morali di altissimo livello e che perciò certamente si può venerare, ma mai imitare nella propria vita. Quanto è errata e scoraggiante questa opinione! Non esiste alcun santo, fuorché la beata Vergine Maria, che non abbia conosciuto anche il peccato e che non sia mai caduto».

Il Papa ne ha tratto occasione per ricordare ai giovani che «Cristo non si interessa tanto a quante volte nella vita vacillate e cadete, bensì a quante volte vi rialzate. Non esige azioni straordinarie, ma vuole che la sua luce splenda in voi. Non vi chiama perché siete buoni e perfetti, ma perché Egli è buono e vuole rendervi suoi amici. Sì, voi siete la luce del mondo, perché Gesù è la vostra luce. Voi siete cristiani – non perché realizzate cose particolari e straordinarie – bensì perché Egli, Cristo, è la vostra vita. Siete santi perché la sua grazia opera in voi».

Come fare ad annunciare questa santità a una società che non vuole sentirne parlare? Al momento di congedarsi dalla Germania il Pontefice ha indicato una strada, non certo esclusiva ma oggi importante: disseminare nella società secolarizzata «comunità piccole di credenti – e già esistono – che con il proprio entusiasmo diffondono raggi di luce nella società pluralistica, rendendo altri curiosi di cercare la luce che dà vita in abbondanza». E che cosa annunciare, in particolare? Il Papa lo ha detto ai rappresentanti ortodossi: i cristiani oggi devono «mettere il miracolo dell’incarnazione di Dio al centro dell’annuncio. Consapevoli che su questo miracolo si fonda ogni dignità della persona, si impegnano insieme per la protezione della vita umana dal suo concepimento fino alla sua morte naturale. La fede in Dio, il Creatore della vita, e il restare assolutamente fedeli alla dignità di ogni persona rafforzano i cristiani nell’opporsi con forza ad ogni intervento manipolatore e selettivo nei confronti della vita umana. Inoltre, conoscendo il valore del matrimonio e della famiglia, in quanto cristiani ci sta molto a cuore, come cosa importante, proteggere l’integrità e la singolarità del matrimonio tra un uomo e una donna da ogni interpretazione sbagliata».

Ripartire dalla missione, dunque, annunciando tutta la verità, anche quella morale più sgradita al relativismo. La strada del compromesso può sembrare più agevole. Ma non porta da nessuna parte.