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Ecco perché legnano ciò che non riescono a domare (Cl)

Nell’ultimo week-end dal cilindro di Repubblica sono usciti due titoli molto grevi. “La maxi-truffa degli amici di Formigoni”. “È caccia al forziere di Cl”. Lo stile dei pezzi a corredo è il solito. Molto ventriloquio, nessun diritto alla difesa. Ma la novità, rispetto alla domandina al Governatore riproposta ad libitum, è notevole. Non riguarda l’uomo politico per il quale la nota lobby chiede mattanza con qualsivoglia straccio di avviso di garanzia (oltre che, dicono i promoter dell’Expo in giro per il mondo per attrarre investimenti, rovinare l’immagine della Lombardia all’estero). La novità riguarda Cl. Che Repubblica derubrica a “movimento clericale”. E verso il quale lancia l’accusa implicita di non essere altro che un retrobottega della famosa “Casta”. Il che rappresenta un salto di qualità rispetto al trattamento usuale (niente di meno che quello riservato alla marcia per la vita, guidata da gente limpida e buona come il cardinal Raymond Burke, ma bollata da Repubblica di “neofascismo”).
Eppure, è appena ieri che Ezio Mauro ha ricevuto in grembo una umilissima e cercatrice di perdono lettera del capo di Cl don Julián Carrón. Dunque come si spiega questo salto di inimicizia? In realtà Cl è forse l’unico caso italiano di autentico e ultrapacifico anarchismo informale. Di fenomeno, cioè, non prodotto e non governabile in vitro da classi dirigenti che, mutando i nomi ma non gli interessi, occupano stabilmente il cuore dello Stato da cinquant’anni. Dal 1954 ad oggi, l’accento posto da don Giussani su realtà, ragione, libertà come amiche della fede in Cristo, è qualcosa che fa impazzire i potenti. Nello Stato e dentro la Chiesa. Il mescolarsi di ragazzi e ragazze con un maestro irritò l’idea di morale dei clerico-Dc di anni Cinquanta e Sessanta. Così come il rimanere legati a una presenza cristiana negli ambienti risultò intollerabile all’ideologia, supposta rivoluzionaria, del Sessantotto. E ancor più intollerabile, dopo il ’68, fu il fatto che Giussani e i suoi tennero duro, attraversando gli anni di piombo, riconquistando e facendo vivere i giovani mentre gli ubriachi di ideologia portavano i loro a morire.
E così, mentre i capi degli ubriachi divennero illustri direttori di giornali, politici, professori, magistrati, Cl produceva i Formigoni, ma anche tanti bravi professori, medici, ingegneri. Tutto ciò che loro chiamano “sistema di potere” e che invece è il potere di un’educazione che costruisce persone e opere. Tutta gente che non ha mai preteso per sé l’esclusiva dell’onestà (come invece l’hanno pretesa gli Scalfari e i Berlinguer mentre si nutrivano del Potere). E che hanno fatto molte cose buone. Come insegna la Lombardia. Che non sarà la Campania del “rinascimento di Bassolino” sostenuto per un ventennio da Repubblica (e che, notizia di questi giorni, ha prodotto qualcosa come 13 miliardi di euro di buco). Ma che è pur sempre un caso da Europa mentre il resto dell’Italia è scivolato verso il Maghreb. Ecco perché sospettiamo che un Carlo De Benedetti, editore di Repubblica che ha le sue idee, ma anche l’esperienza imprenditoriale per distinguere la libertà di informazione da una campagna di aggressione, se solo avesse l’opportunità di conoscere certe realtà probabilmente tirerebbe le orecchie a maestranze così asservite al retrobottega manettaro da picconare Cl come un bifolco picconerebbe una rosa in un campo di verze.