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Fare ricorso contro l'Imu? Tremonti pubblica i moduli

L’Imu sulla prima casa? È «incostituzionale». Perché «non è una imposta sulla proprietà, ma contro la proprietà e il risparmio degli italiani. Per questo, si può e si deve reagire per farne dichiarare l’incostituzionalità». Parola di Giulio Tremonti. Mentre il Pdl studia le mosse per azzerare il balzello sull’abitazione principale (si veda l’articolo a pagina 3), il ministro dell’Economia lancia l’offensiva per recuperare quanto versato dai cittadini nel 2012, tra il primo acconto di giugno e il saldo di dicembre. Una botta da 4 miliardi di euro che ha steso le famiglie italiane. Il professore di Sondrio, che nel 2008 con il premier Silvio Berlusconi aveva firmato il decreto per l’abolizione dell’Ici proprio sulla prima casa, è partito a testa bassa e sul sito internet www.listalavoroliberta.it ha pubblicato i moduli per chiedere alle amministrazioni locali la restituzione delle somme versate.

Una iniziativa che potrebbe aprire le porte a una vera e propria class action fiscale. Tremonti ha articolato l’operazione in quattro fasi: istanza di rimborso al sindaco, ricorso alla commissione tributaria provinciale, denuncia di incostituzionalità, sentenza della Corte costituzionale. Perché l’Imu sulla prima casa calpesta i principi della Legge fondamentale dello Stato? Spiega Tremonti: «I vizi costituzionali  hanno origine e derivazione dalla scelta di sviluppo della sua base imponibile, identificata in valori immobiliari che sono stati rivalutati di colpo e di imperio, in forma lineare, senza alcun collegamento con i valori economici reali sottostanti e in più senza flessibilità nella previsione di criteri correttivi successivi». Secondo l’ex ministro «i valori immobiliari possono scendere o precipitare (ed in realtà stanno davvero scendendo o precipitando), ma il debito di imposta resta sempre uguale!».
Frattanto, visto che manca poco più di un mese al fischio di inizio, sale l’attesa per il redditometro: l’attesissima partita  sta per cominciare. Ma le regole del gioco non sembrano uguali per tutti. O, per lo meno, non appaiono omogenee. E visto che si tratta di fisco, non è un aspetto di secondo piano. I nuovi strumenti dell’amministrazione finanziaria messi in campo per dare la caccia ai furbetti delle tasse potrebbero favorire le famiglie numerose e, in qualche modo, penalizzare i single. Una sorta di clamorosa disparità di trattamento (vietata dalla Costituzione italiana) che, nei prossimi mesi, appassionerà gli esperti di diritto e che, tra poche settimane, potrebbe mettere nei guai parecchi contribuenti italiani. Il fisco spia i contribuenti con un sistema unico, ma quando si tratta di fare i conteggi e di calcolare il reddito presunto, sulla base delle spese e dei beni posseduti, usa una doppia velocità. Due regolamenti diversi. Illegale? Si vedrà.

A svelare ieri il trattamento diversificato per i nuclei familiari è stato il Sole24Ore. Che il giorno dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale del decreto sul nuovo redditometro ha affidato agli esperti tributari la realizzazione di prime simulazioni sulla congruità dei redditi dichiarati da alcune famiglie tipo. Un’operazione che ha portato alla luce il fatto che la «spesa media non cresce in proporzione ai componenti il nucleo familiare». Contro il redditometro, peraltro, si sono scagliati pure i professionisti. Secondo i commercialisti, i consulenti del lavoro e i tributaristi è necessario che sia riconosciuta ampia possibilità di difesa ai contribuenti davanti agli uffici dell’agenzia delle Entrate in caso di contestazioni di redditi più alti di quelli effettivamente percepiti. Le lamentele dei professionisti ruotano attorno alle spese presunte. Sostengono che non ci siano   parametri credibili e  che uno strumento induttivo, qual è  il redditometro, non possa essere preciso. Non solo. Dicono pure che sia difficile, per il cittadino, conservare tutte le ricevute. A meno che non si intenda trasformare la propria abitazione in un mega archivio di scontrini e fatture.