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Forse l’Occidente si è svegliato. E si è accorto che il Califfato non si combatte con le prediche e i buoni propositi

Sul tamburo delle dichiarazioni fatte dai parlamentari pentastellati che sono informati di tutto tranne di come va il mondo, Rodolfo Casadei, nostro inviato a Erbil, ha lanciato un tweet: «Prima che io riparta per l’Italia, voglio presentarli al Califfo di Mosul e lasciarli lì con lui». Può essere un’idea. Ma se l’arroganza dell’ideologia avanza, bisogna capire bene che l’ideologia è sempre indifferenza ai fatti. E che la madre dell’ideologia (che sempre, prima o poi, genera violenza) è il disinteresse alla verità, forma suprema dell’immoralità.
Prendiamola alla larga. Nel gennaio 2008, quando papa Ratzinger venne invitato all’Università della Sapienza di Roma, egli, nella sua allocuzione, tra le altre cose, aveva previsto di rimarcare che la legittimità di una carta costituzionale e, quindi, di una democrazia, «deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa “forma ragionevole” Habermas annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un “processo di argomentazione sensibile alla verità” (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren)».
Alla fine Benedetto XVI dovette rinunciare. Prima a entrare e a tenere la sua allocuzione alla Sapienza. Poi, direttamente al papato. D’altra parte, già due anni prima di essere bandito dall’università di Roma, a Ratisbona, il papa tedesco aveva ammonito lo spirito del tempo ad emendarsi dal doppio nichilismo che lo stava trascinando verso la rovina. Inascoltato e, anzi, apostrofato dalle cancellerie internazionali, dovette quasi chiudersi in San Pietro per sfuggire al linciaggio del sistema mediatico, intellettuale e diplomatico globale.
iraq-bombardieri-usaLiberal di qua e islamisti di là, New York Times (che chiese al papa di scusarsi pubblicamente) e Fratelli Musulmani (che chiesero al papa di scusarsi pubblicamente) offrirono la conferma che la lectio ratisbonense aveva colto nel segno. La Chiesa cattolica ha pagato a caro prezzo il «processo di argomentazione sensibile alla verità» testimoniato da Benedetto XVI. Venne gonfiato a dismisura lo scandalo dei preti pedofili. E per anni, fino alla rinuncia ratzingeriana al soglio petrino e all’avvento di Francesco, la Roma cattolica è stata aggredita e perseguitata da media, spioni, traditori, corti, tribuni, opinioni pubbliche cosiddette, di ogni colore, credo e latitudine.
Adesso la verità ci è venuta a trovare in forma di Califfato. E le democrazie tremano (anche perché con il secondo mandato di Obama sembrava che l’America avesse l’isolazionismo e l’Europa, che già non sta molto bene ed è impegnata quasi soltanto ad alzare il pavimento dei diritti e ad abbassare il soffitto dei doveri, oltre alla recessione e alle divisioni interne, si è pure regalata un grosso problema in Ucraina). Eppure. Ancora il 14 febbraio di quest’anno il Patriarca dei cattolici iracheni Louis Raphael Sako raccontava al nostro Leone Grotti verità scandalose.
Fernando FiloniTipo. «Nel 2003 c’erano 1,5 milioni di cristiani in Iraq. Oggi non più di 300 mila. Circa dieci cristiani al giorno lasciano il paese mentre la guerra tra sunniti e sciiti fa quasi mille morti al mese». E ancora. «L’Occidente è cieco perché non ha religione, non se ne preoccupa più, anzi accoglie i musulmani, permette loro di costruire moschee e centri religiosi mentre i paesi arabi non permettono ai cristiani neanche di tenere in casa la Bibbia. Ci deve essere reciprocità ma l’Occidente non la richiede. I paesi occidentali devono aiutare i cristiani non in quanto cristiani, ma in quanto minoranze. Si parla dei diritti dell’uomo, ma dove sono questi diritti? L’Occidente cerca solo interessi, basta guardare che risultato hanno avuto le guerre in Medio Oriente. Dove sono la democrazia e la libertà in Libia? Dove sono in Siria?».
Purtroppo, in questi ultimi tre mesi, la verità si è squadernata al di là di ogni immaginazione. Non solo i combattenti jihadisti dell’Isil (“Daesh” in arabo “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”) hanno conquistato giacimenti petroliferi e hanno iniziato a commerciare il greggio al mercato nero. Non solo hanno reclutato in massa combattenti (bambini compresi) in città e paesi della Siria e dell’Iraq. Non solo hanno messo in fuga le truppe regolari irachene e, dopo aver goduto dei finanziamenti e di un flusso ininterrotto di armi provenienti da Occidente e da Oriente, si sono impossessati di un formidabile arsenale militare fornito dagli Stati Uniti all’esercito di Baghdad. Non solo hanno rivendicato, documentandole e vantandosene sui social network, le stragi, le torture, le decapitazioni, le crocifissioni, compiute nella loro “guerra santa”.
stato-islamico-califfato-obiettivi-jihadNon solo hanno compiuto tutto ciò col metodo del terrore, procurando disperazione, morte, distruzione di massa: a partire dal 29 giugno scorso, dopo aver sopraffatto in Siria e in Iraq gli ex alleati dei gruppi terroristici affiliati ad Al Qaeda, considerati troppo “moderati”, hanno anche innalzato la loro bandiera nera e proclamato la nascita di uno Stato, lo Stato Islamico, su un’area che, per adesso, si estende da Aleppo (Siria) a Dyala (Iraq). Ma che nei loro progetti si dovrebbe estendere dall’Indonesia alla Spagna.
Nella prima fase di avanzata del Califfato, strategicamente decisiva si è rivelata la conquista di Mosul, una delle grandi città irachene, dove dagli inizi dello scorso giugno, dopo aver provocato la fuga di 500 mila abitanti, i jihadisti presidiavano l’imponente diga sul Tigri alta 131 metri e lunga 3,2 chilometri. Potenzialmente un’arma di distruzione di massa. I militanti dello Stato islamico avevano infatti già usato quest’arma all’inizio di quest’anno. Quando, dopo aver conquistato la città di Falluja, 60 chilometri a ovest di Baghdad, avevano chiuso i canali di scarico dell’acqua della diga sull’Eufrate, provocando lo straripamento del fiume, la fuga dalle loro case di migliaia di persone, un numero imprecisato di vittime e l’allagamento dei terreni agricoli fino alle porte della capitale.
iraq-siria-califfato-tempi-copertinaA partire dal 29 giugno scorso, nelle terre del Califfato viene applicata la sharia – o legge del Corano – nella sua versione originale e integrale. Di conseguenza, viene imposta la conversione forzata all’islam così come avveniva ai tempi di Maometto (VII secolo d.C). Sotto questo tipo di “governo”, in alternativa alla conversione o al versamento di una tassa esorbitante, c’è solo la morte. Confiscati e saccheggiati i beni e le abitazioni dei cristiani, particolarmente cruenta si è rivelata la persecuzione della minoranza yazida. Gli islamisti procedono nei loro confronti uccidendo gli uomini e rapendo donne e bambini per rivenderli nei mercati. Le donne sono ridotte a schiave sessuali. Esattamente come accadeva nei secoli delle grandi conquiste islamiche.
Da Aleppo a Mosul, sedici province sono ancora oggi sotto il governo del Califfato. Inoltre, nonostante i raid aerei americani tentino di bloccarne l’avanzata, grazie ai combattenti che continuano ad affluire da tutto il mondo arabo ma, potenza attrattiva del nichilismo, anche dall’Occidente (l’altro ieri il ministro dell’Interno francese, Bernard Cazeneuve, ha rivelato che sono almeno 900 i militanti che solo dalla Francia sono andati a ingrossare le file del jihad), i miliziani dello Stato islamico continuano a rappresentare una seria minaccia per Siria, Iraq e Kurdistan, presidiando a macchia di leopardo un fronte che va da Damasco a Baghdad.
Fonti internazionali citate dalla Bbc stimano a 1,2 milioni il numero degli iracheni minacciati e sospinti dai miliziani islamisti ad abbandonare le loro case. E sono stimati a due milioni gli sfollati che sopravvivono in condizioni disperate in campi profughi, ospiti di chiese o strutture pubbliche, accampati per strada, in un’area compresa tra il Kurdistan iracheno, il nord del Libano e il sud della Siria.
cristiani-perseguitati-iraq-tempi-copertinaIl governo italiano è stato tra i primi, il 6 agosto scorso, a inviare un suo rappresentante a Erbil (il vice ministro degli Esteri Lapo Pistelli), capitale del Kurdistan iracheno che ospita circa 150 mila profughi. E a partire dal 15 agosto, su pressione soprattutto della Francia che unilateralmente aveva già deciso l’invio di armi in Kurdistan, oltre agli aiuti umanitari l’Unione Europea ha ufficializzato all’unanimità la propria disponibilità a fornire armi ai curdi. Attualmente, infatti, i curdi rappresentano l’unica forza sul terreno in Iraq che, insieme all’esercito di Assad e agli sciiti di Hezbollah in Siria, sta contrastando militarmente l’avanzata del Califfato.
Nel frattempo, la mobilitazione internazionale a favore dei perseguitati e l’intervento di ingerenza armata deciso prima dal presidente Barack Obama e, a seguire, dall’Europa, sta dando i suoi primi frutti. Dieci giorni di raid americani hanno già ottenuto il doppio risultato di aprire varchi umanitari ai cristiani inseguiti nel deserto e di spezzare l’assedio stragista della minoranza yazida accampata e stremata sui monti Sinjar. Inoltre, giusto nella serata di domenica 17 agosto, dopo una giornata di intensi bombardamenti e ben quattordici raid americani sulle postazioni jihadiste, i peshmerga curdi hanno riconquistato la diga di Mosul che i miliziani dello Stato islamico si accingevano a far saltare per allagare le zone dell’Iraq fuori dal loro controllo. Sarebbe stata un apocalisse lungo tutta la valle di Ninive.
Quanto suona realistica la drammatica lettera dello scorso Ferragosto, «redatta con il consenso unanime dei vescovi di Mosul di tutte le chiese» e inviata all’Occidente e alla Lega araba da Sako. C’è un’unica possibilità perché i cristiani e le altre minoranze religiose non scompaiano dalla faccia del Medio Oriente: «Gli Stati Uniti d’America, anche a causa del loro prolungato coinvolgimento nelle vicende irachene, l’Unione europea, e la Lega araba hanno la responsabilità di agire in modo rapido per una soluzione. Essi devono ripulire la piana di Ninive da tutti i miliziani jihadisti e aiutare queste famiglie di sfollati a ritornare ai loro villaggi di origine e ricostruire le proprie vite; essi devono poter mantenere e praticare in modo libero la loro religione, la propria cultura e tradizioni mediante una Campagna internazionale, che sia attiva ed efficace, fino a che il governo centrale e il governo regionale curdo non entrino in carica e siano in grado di occuparsene in prima persona».
A partire dall’8 agosto, data di inizio dei raid americani, cristiani, yazidi, musulmani sciiti e le altre minoranze che tra Siria e Iraq compongono la fiumana degli sfollati e perseguitati dai tagliagole islamisti, possono nutrire la ragionevole speranza che il mondo non si è dimenticato di loro. Alla fine, la cultura delle mani pulite a braccia conserte è stata – così almeno speriamo – sconfitta. È solo l’inizio. Già in concomitanza della riconquista della diga di Mosul, dalla Siria è arrivata la notizia di 700 membri della tribù sunnita Chaitat sterminati perché ribelli all’autorità del Califfato. E ancora nella giornata di ieri, mentre i miliziani ripiegavano dall’area nord di Mosul, le bande jihadiste si vendicavano della perdita del controllo della diga facendo saltare il ponte di Fadiliyah, a 100 chilometri da Baghdad e seminando il terrore nei villaggi attorno al ponte.

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