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Foscolo: Ortis, tra desiderio del Cielo e impotenza della ragione

Primo romanzo della letteratura italiana, sulle orme del genere epistolare tanto diffuso in quegli anni (I dolori del giovane Werther di Goethe e La nuova Eloisa di Rousseau), Le ultime lettere di Jacopo Ortis rappresentano un chiaro esempio di azione tragica (lettera al Pellico del 23 febbraio del 1813) e sono diventate l’emblema della sensibilità romantica in Italia. Il suo autore, Foscolo, ha addirittura incarnato in vita l’ideale dell’eroe romantico tanto che da lui si recavano le giovani generazioni per trarre conforto e ispirazione.

Gioverà ricordare, seppure brevemente, la celebre vicenda dell’Ortis, perché possano essere poi più utili le considerazioni che seguiranno. Fuggito da Venezia, in seguito al trattato di Campoformio (1797), Ortis si reca sui Colli Euganei, ospite di un conoscente dell’amico Lorenzo Alderani, il confidente a cui il protagonista indirizza per iscritto i suoi pensieri e le sue vicende. Ivi, conosce la figlia del proprietario di casa, Teresa, e in breve tempo si innamora di lei, ricambiato. Non più di un bacio furtivo è il frutto di questa relazione impossibile. La bella e sensibile ragazza è, infatti, già promessa sposa al ricco Odoardo. Ortis abbandona così la famiglia che gli ha dato ospitalità, deluso anche nella passione amorosa. Viaggia per l’Italia, Milano, Firenze, Ventimiglia, poi ancora Ravenna, Venezia. In questo esilio itinerante, alla notizia del matrimonio di Teresa, Ortis medita il suicidio. Morirà agonizzante, proprio lì nella casa dei Colli Euganei dove aveva per poco tempo pensato di sopire la delusione politica con l’amore per una donna.

Nell’Ortis la figura dell’illuminista è in maniera paradigmatica rappresentata da Odoardo. Freddo e calcolatore, fa tutto con l’orologio in mano, è un «di que’ rosai senza rose che […] fanno temere le spine». Si chiede Ortis nella lettera all’amico Lorenzo: «Cos’è l’uomo se tu lo abbandoni alla sola ragione fredda, calcolatrice? Scellerato, e scellerato bassamente […]. Odoardo […] mangia, legge, dorme, passeggia, e tutto con l’oriuolo alla mano». Viene qui descritta l’immagine tipica dell’illuminista che usa la ragione come misura della realtà e dell’intero universo, non spalancato con stupore e meraviglia al creato. A proposito di Odoardo scrive Ortis: «Non parla con enfasi se non per magnificare tutta la sua ricca e scelta biblioteca».

Ortis, invece, è animato da profonde domande sulla vita e sul destino, come quando si chiede, rifacendosi ai Pensieri di Pascal: «Io non so né perché venni al mondo; né come; né cosa sia il mondo; né cosa io stesso mi sia. E s’io corro ad investigarlo, mi ritorno confuso d’una ignoranza sempre più spaventosa. Non so cosa sia il mio corpo, i miei sensi, l’anima mia; e questa stessa parte di me che pensa ciò ch’io scrivo, e che medita sopra di tutto e sopra se stessa, non può conoscersi mai. Invano io tento di misurare con la mente questi immensi spazj dell’universo che mi circondano. Mi trovo come attaccato a un piccolo spazio di uno spazio incomprensibile, senza sapere perché sono collocato piuttosto qui che altrove; o perché questo breve tempo della mia esistenza sia assegnato piuttosto a questo momento dell’eternità che a tutti quelli che precedevano, e che seguiranno. Io non vedo da tutte le parti altro che infinità le quali mi assorbono come un atomo».

Ortis percepisce che la ragione umana si spalanca all’immensità del creato tutta protesa a coglierne l’oltranza e il senso, attratta dal mistero infinito che percepisce e per cui l’uomo sembra essere fatto. Così emerge nella lettera del 13 maggio 1798, quando Ortis scrive dopo essere stato in «estatica contemplazione»: «Scintillavano tutte le stelle, e mentr’io salutava ad una ad una le costellazioni, la mia mente contraeva non so che di celeste, ed il mio cuore s’innalzava come se aspirasse ad una regione più sublime assai delle terra». Ma l’aspirazione umana all’infinito non regge di fronte al senso della precarietà del vivere e alla percezione della sproporzione tra la nostra miseria e l’infinito a cui aneliamo: «Da qualunque parte io corressi anelando alla felicità, dopo un aspro viaggio pieno di errori e di tormenti, mi vedeva spalancata la sepoltura».

Ortis è da un lato attratto dalla forte fede della madre a cui chiede benedizioni e preghiere fino alla fine, dall’altro percepisce che non ha mai amato Dio tanto quanto ama Teresa che è per lei divenuta un vero e proprio idolo. Un’urgenza di Dio, un anelito di pienezza e di senso emergono nelle sue parole quando scrive, rivolgendosi al Creatore: «Io non t’adoro, appunto perché ti pavento – e sento pure che ho bisogno di te. […] Spogliati degli attributi di cui gli uomini t’hanno vestito per farti simile a loro. Non se’ tu forse il Consolatore degli afflitti? E il tuo Figlio Divino non si chiamava egli il Figlio dell’uomo? Odimi dunque. Questo cuore ti sente, ma non t’offendere del gemito a cui la Natura costringe le viscere dilaniate dell’uomo. E mormoro contro di te, e piango, e t’invoco, sperando di liberare l’anima mia- di liberarla? Ma e come, se non è piena di te?». Teresa o Dio? Questa opzione è sintomo della spaccatura che vive Ortis. Il cielo o la terra? L’amore per Dio o per la sua creatura? Dio non c’entra più con la vita. Scegliere lui significa allontanarsi dalla vita. Nel contempo, Ortis, che non vive la carnalità del cristianesimo in seno alla Chiesa, ritorna al Dio disincarnato, distante e vendicativo dell’Antico Testamento tanto da apostrofarlo con le parole dell’Esodo: «Dio forte, prepotente, geloso, che rivedi le iniquità de’ padri ne’ figli, e che visiti nel tuo furore la terza e la quarta generazione».

Il passo dalla percezione di un Dio lontano alla sua negazione è breve. A Ventimiglia, quando medita di fuggire in Francia, nella lettera del 19 e 20 febbraio del 1798, Ortis sembra approdare a un materialismo integrale che non ammette opposizioni. È solo un’impressione. Le ultime lettere sono intrise, infatti, di religiosità, di desiderio di Dio, di struggimento per la fede perduta. Sul comodino della sua camera da letto sta la Bibbia, nel taschino della giacca si trovano le lettere della madre a cui lui chiede la benedizione. Ortis si trafigge nel costato con un pugnale. Le ultime parole scritte all’amico Alderani richiamano quelle pronunciate da Gesù in croce nel Vangelo di Luca. I suoi ultimi giorni sono percorsi da evidenti richiami alla passione di Cristo. La morte avviene il 25 marzo 1799, data fortemente simbolica per la tradizione cristiana: infatti, quando il venerdì santo cade in quella data, la morte di Cristo coincide con l’incarnazione.

Ribelle e raffinato, sensibile ed elitario, Ortis è animato dallo Streben, una sete di assoluto che gli fa percepire che l’uomo è fatto per il Cielo. È figlio, però, della sua epoca. Lui, che percepisce tutti i limiti di quell’Illuminismo che ha esaltato una ragione come misura di tutta la realtà, è imbevuto di quella cultura materialistica secondo la quale nulla di ciò che è materia si distrugge, ma si trasforma. Lui che ha nostalgia della fede di quando era piccolo, che guarda la Via Lattea indagando il Mistero, è solo e non riesce a sostenere la vertigine del senso religioso umano. Ha rescisso i ponti dalla comunità, dalla chiesa, vittima in ultima analisi non tanto della società, ma di quella cultura illuministica che ha voluto creare una terra desolata, dove Cristo e la chiesa non avessero più diritto di cittadinanza. Senza la chiesa e nella solitudine la domanda dell’uomo rimane senza risposta e il dramma umano si tramuta in tragedia.