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Francia. Il problema dei bambini indottrinati all’islam radicale

«Sei un’infedele e brucerai all’inferno». Sono queste le parole che Elise (nome di fantasia) si è sentita dire da sua figlia Nina, di appena 5 anni. La madre francese sa che «lei non comprendeva veramente quelle parole ma ripeteva solo ciò che suo padre le diceva». Quando Nina cominciò a dire che «suo padre l’avrebbe portata a fare un grande viaggio», Elise ha subito temuto che la volesse portare in Siria a combattere il jihad.
TREMILA MONITORATI. Elise è atea e ha divorziato da Jean dopo che è finito in prigione, nel 2012, dove è stato radicalizzato da un predicatore islamico. La storia che Elise ha raccontato a L’Express non è unica nel suo genere. Sono 6.000 gli europei che combattono in Siria; di questi, come rivelato dal premier Manuel Valls, 1.550 circa sono francesi. Ma ben 3.000 francesi sono monitorati ogni giorno in patria, per evitare che si rechino a combattere con lo Stato islamico o compiano attentati.
COSTUME DA BAGNO. «Nina ha cominciato ad arrabbiarsi perché non pregavo. In vacanza in Italia si è infuriata perché andavo in spiaggia con il costume da bagno», continua Elise. La mamma francese non poteva però impedire che il marito vedesse la figlia un fine settimana su due, come stabilito dai giudici, ma aveva paura per lei, perché il marito voleva ritirarla da scuola, non farle più fare sport, né suonare uno strumento musicale.
GIUSTIZIA INADEGUATA. Dopo aver comunicato ogni cosa alle autorità, nessuno ha fatto niente. «Educare i propri figli secondo principi religiosi, considerati da alcuni come radicali, non è vietato in Francia e non è proprio dell’islam», spiega l’indifferenza delle autorità Marie-Pierre Hourcade, presidente dell’associazione francese dei magistrati per i giovani e la famiglia. «Non bisogna generalizzare: praticare una religione in modo rigoroso non è per forza una prima tappa verso la Siria».

NINA COME ASSIA? Non generalizzare, però, non significa neanche ignorare un problema che in Francia è diventato serissimo. Nina infatti potrebbe finire come la piccola Assia, che nel 2013 è stata rapita dall’ex compagno di Meriam Rhaeim e portata in Siria a combattere, nonostante le minacce della madre alle autorità.
«DECAPITAVA LE BAMBOLE ». Il caso di Assia è finito bene, ma Sara, cinque anni, potrebbe non essere così fortunata. La madre Leïla ha chiesto ai giudici di allontanare il padre dalla bambina, perché stava «esagerando». Dopo averle proibito di andare al parco, dove avrebbe potuto incontrare degli «infedeli», le ha permesso di giocare con bambole e peluche, ma prima li «decapitava» perché «rifiutava ogni rappresentazione visiva animale o umana. Per cui tagliava la testa ai suoi giochi».
SPIARE TUTTI. All’inizio Leïla aveva acconsentito alle richieste di suo marito. Ma quando lui si è rifiutato di iscrivere la bambina a scuola, pretendendo che a cinque anni portasse il velo integrale, e ha cominciato a parlare di portarla «in Siria o in Yemen», la madre lo ha denunciato e ha chiesto il divorzio. La giustizia, però, non ha ancora deciso se «allontanare o meno il padre», afferma l’avvocato della donna. Il problema dei giudici è che servono «prove tangibili» e trovarle in tempo non è facile. Il premier francese Valls ha proposto anche per questo una soluzione nella nuova legge di riforma dei servizi segreti: spiare telefonate e traffico internet di tutti i francesi. Una norma che ha suscitato fortissime polemiche in Francia.
@LeoneGrotti

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