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George on my mind

Politica estera

Ha unito il Paese come hanno fatto ben pochi altri presidenti, lo ha diviso solo in nome di una convinzione morale superiore, lascia comunque una eredità enorme con cui si dovranno confrontare tutti. A cominciare da Barack Obama. Con un passato da mezza calzetta, George W. Bush ha saputo trasformarsi in un grande leader, amato e odiato come si conviene. Finirà nei libri di storia. Ecco perché

George W. Bush jr., si sa, è il rampollo di un casato influente e ricchissimo, ma questo al 43° presidente degli USA è giovato poco. A chi non perde occasione per elencarne le gaffe all’ombra inquietante del padre-presidente, quel George W.H. Bush sr. che gli aliterebbe da sempre sul collo, va infatti anzitutto ricordato che il suo augusto genitore fu, a suo tempo, un presidente parecchio incolore, che giunse alla Casa Bianca solo perché era stato il vice di Ronald W. Reagan, che la presidenza la perse con disdoro alla prima occasione e che la sua guerra in Iraq ce la deve ancora spiegare perché mica l’abbiamo capita.
Certo, i petrodollari di papà sono stati importanti, e chi lo nega, ma il puzzo di greggio con cui i Bush hanno fatto fortuna si è trasformato, nel caso di Bush sr., nella puzza sotto il naso tipica dei wasp del New England yankee, mentre in Bush jr. è divenuta quel lezzo ruspante di vacca e di bisonte che si respira in Texas. Laggiù, infatti, W. è rinato a nuova vita imparando i modi della gente comune, l’american way of life della provincia, lo spirito conservatore dell’America profonda, le vie del “popolo delle Chiese”, insomma il senso autentico di quella che si fregia del titolo di “Right Nation”.

In passato Bush jr. è stato una mezza tacca, un figlio di papà senza spina dorsale, un uomo che gettava le braccia sempre al collo ma della bottiglia; così Bush sr., deluso, non lo ha mai aiutato né a farsi strada in politica, né a diventare governatore (e pure brillante) del rude Texas, né a conquistare la Casa Bianca, quanto meno non lo ha fatto nel modo in cui ci si aspetterebbe in casi (“dinastici”) come questi.
Epperò Bush jr. ha saputo prima cercarsi una via di uscita e poi trovarla, complice in questo Lady Laura, sua moglie, inseparabilmente al suo fianco. Al colmo della piccolezza umana, ha persino riscoperto Dio divenendo un born-again, un cristiano maturo (adulto non lo scriverò mai...), uno che prende sul serio la propria umanità perché prende sul serio la fede e che prende seriamente la fede fino a decidere di portarla in tutte le cose umane che fa. La rotazione dei sacchi della spazzatura condominiale, per esempio, oppure la presidenza del Paese più potente del mondo.
Il toccare questo tasto irriterà alcuni, altri non capiranno cosa la privacy del presidente possa centrare con l’amministrare gli Stati Uniti, ma senza la fede religiosa che lo anima Bush jr. e il suo doppio e laicissimo mandato alla Casa Bianca risulterebbero a dire il meno schizofrenici.

Dalle stalle texane alle stelle
Non si capirebbe, cioè, la presidenza di un uomo in continua maturazione, costantemente alla ricerca del senso dei gesti che compie (gesti di ricaduta enorme, di portata mondiale), convinto che nove volte su dieci le scelte a cui è chiamato siano di natura eminentemente morale e quindi che la politica estera sia la continuazione, su più vasta scala, di quella domestica il cuore della quale è anzitutto il governo della propria coscienza sotto lo sguardo vigile dell’Onnipotente.
Quando si presentò alla nazione nel 2000, Bush jr. non aveva ancora del tutto smaltito la sbornia di una vita indecisa, forse addirittura inconcludente, tant’è che l’elettorato se ne accorse al volo e lui vinse le elezioni di strettissima misura. Ma il compito di erudirlo, anche a suon di schiaffoni, se lo è assunto la storia e così quatto anni dopo, nel 2004, tre anni dopo il 2001, quello dell’Undici Settembre, il Bush che chiese il bis al Paese riuscì in una impresa storica. Non solo seppe (rara avis) trasformare un sostanziale impasse in un trionfo, ma lo fece radunando attorno a sé per la prima volta protestanti evangelicali, cattolici (che lo votarono come mai avevano votato un Repubblicano), ebrei e non solo i soliti noti, persino elementi (in piena guerra all’islamismo terrorista) del mondo musulmano.

Quell’incanto oggi si è già rotto, ma Bush ha dimostrato che è possibile realizzarlo, se solo si sa interpetare la domanda che proviene dallo spirito americano più autentico.
Tra 2000 e 2004 è insomma successo che una sorta di speciale “grazia di stato” ha una volta in più maturato l’inquilino della Casa Bianca come accadde in passato solo con il “magico” Reagan”.
Bush jr. non è stato un uomo politico nato conservatore; è stato un uomo ben consigliato (quindi capace di scegliersi i consiglieri adatti) che ha imparato ad ascoltare per esempio i conservatori, a divenirne amico, a farsene pure paladino, e questo perché nel popolo conservatore non ha visto solo (come altri leader troppo miopi fanno invece costantemente) una mera riserva elettorale, un frutto da spremere finché c’è succo, un giocattolo con cui trastullarsi, così come nemmeno esclusivamente l’espressione d’interessi di parte o di culture partigiane.

Bush ha imparato a farsi amico dei conservatori perché in loro ha intravisto il meglio del Paese, il suo significato più autentico, la promessa per il futuro. Il sensus nationis. La cosa iniziò nel 1964 con Barry M. Goldwater, non accadeva più dagli anni 1980 di Reagan, Bush jr. finirà nei libri di storia.
Indossati questi panni, Bush non li ha mai dismessi: non li sta dismettendo nemmeno ora, adesso che l’orologio scandisce, contando alla rovescia, le poche ore che lo separano dall’adieu definitivo al Paese, almeno nella veste di suo Commander-in-Chief.
Il tragico Martedì Nero che listò a lutto gli Stati Uniti, allorché gli assassini di Al Qaeda violentarono il Paese che gli era stato affidato affinché ne reggesse le sorti politiche, il presidente Bush tenne un discorso alla nazione, alle 8,30 ora di Washington. Quasi in conclusione citò il Salmo 23: «Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me». Di più, molto di più (com’è stato non simpateticamente notato dall’ex theocon Damon Linker) del «God bless America» divenuto tradizione da Reagan e con Reagan.

Quel che lui ha visto
Fu in quel preciso e tutto sommato breve istante che Bush decise.
Gli parve, in quel frangente, di capire che ne andava della civiltà occidentale per intero, dell’eredità tutta di un mondo e di una cultura colme di torti ma pure splendenti di gemme: quello, cioè, che intendono davvero dalle sue parti quando, pensando alla bandiera e alla mamma, dicono american way of life. A Bush jr. parve di capire così, e pure che il fronte su cui combattere fosse unico benché double-face, una faccia interna e una esterna, i barbari alle porte e i sabotatori alle spalle. Gli parve di capire così, se si è sbagliato lo ha fatto con una coscienza superiore, con uno slancio ulteriore, con un supplemento di anima (eccoci) che ci mancherà.
Senza leggerla così, la storia di Bush jr. alla Casa Bianca resta muta.
Non direbbero cioè alcunché le sue strenue lotte per concedere sgravi fiscali a enti e a istituzioni gestiti da comunità religiose di ogni credo, le uniche capaci di vera carità e di assistenza non assistenzialistica; le telefonate in diretta ai pro-lifer antiabortisti, l’intervento in prima persona per cercare di salvare la vita a Terri Shindler Schiavo uccisa invece da qualche giudice more nazista, nientemeno che il veto presidenziale per bloccare il finanziamento della ricerca sulle cellule staminali embrionali umane con soldi dei contribuenti e il ripetuto diniego (in base a una legge dell’era Reagan “dimenticata” da Bill Clinton) di versare quegli stessi soldi all’ONU finché ne perdureranno le politiche antinataliste in giro per il mondo.

Protestante hard, Bush ha voluto andare a scuola di dottrina sociale cattolica convinto che in essa vi sia il vero buongoverno, l’autentico umanesimo, il sano conservatorismo, l’unico liberalismo possibile. Del principio di sussidiarietà, “cattolico” e preilluminista, ha fatto una divisa politica e quando ha ricevuto Papa Benedetto XVI alla Casa Bianca è sembrato Costantino.
La guerra? Bene, grazie. La crisi economica? Pessima, ma i presidenti passano e vanno, ieri Bush domani Obama. Restano invece gl’interventi strutturali: tipo le nomine a vita operate da Bush alla Corte Suprema, che portano a 4 su 9 i conservatori e alla maggioranza (5) i cattolici, Chief Justice compreso. Non era mai successo. Conta più un gesto così di mille we can. È alla Corte Suprema che spetta il compito di vegliare sulla costituzionalità della produzione legislativa, vale a dire sull’intento originario del Paese, sulla sua anima, sul suo cuore. Ogni cosa americana passa, nel bene o nel male, da lì e Bush lo ha capito meglio di ogni altro.
Buon riposo, presidente. A ripensarla torna in mente quel vecchio controrivoluzionario dell’Ottocento spagnolo, Juan Donoso Cortés, per il quale tutte le dottrine politiche sono in realtà scelte teologiche.