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Giammai la verità vera è intollerante

Durante il volo verso Madrid, a Benedetto XVI è stata rivolta la seguente domanda: «La tolleranza reciproca è più necessaria che mai. Lei insiste sempre molto sul tema della verità. Non pensa che questa insistenza sulla verità e sull’unica Verità che è Cristo […] indirizzi alla contrapposizione e alla difficoltà di dialogare e cercare insieme agli altri?». Il Papa ha risposto: «è vero che nella storia ci sono stati anche abusi, sia del concetto della verità, sia del concetto del monoteismo; ma sono stati abusi […] perché la verità è accessibile solo nella libertà. Si possono imporre con violenza comportamenti, osservanze, attività, ma non la verità! La verità si apre solo alla libertà, al consenso libero, e perciò libertà e verità sono intimamente unite, l’una è condizione per l’altra».

Pur limitandoci a pochi cenni - di per sé il tema richiederebbe una monografia - vorremmo di seguito svolgere una breve riflessione su questa questione.
In effetti, spesso si accusa di intolleranza chi afferma la conoscibilità di una verità oggettiva, lo si accusa di voler imporre la verità e di non rispettare coloro che pensano e vivono diversamente da lui.
Sennonché, questa concezione è autocontraddittoria perché afferma che la tolleranza è un valore, con una tesi (la tesi: «chi sostiene la conoscibilità della verità è intollerante e violento perché la vuole imporre e non rispetta gli altri che la pensano e vivono diversamente da lui») che ha la pretesa di essere conoscibile, vera e oggettiva.

Inoltre, se esercitare la tolleranza vuol dire rispettare la dignità di tutti, allora l’intolleranza è la prassi di colui che calpesta in vario modo la dignità umana, cioè è la violenza nelle sue varie forme.
Ora, tale esercizio della tolleranza (quale rispetto della dignità umana) non è in contrasto con la conoscibilità della verità, anzi la esige, perché è possibile denunciare e condannare l’intolleranza (cioè il comportamento di chi calpesta la dignità umana) solo se è conoscibile ed è vero che «bisogna esercitare la tolleranza», solo se è conoscibile ed è vero che «bisogna rispettare la dignità di tutti». Solo la conoscibilità della verità può far da baluardo contro la malvagità umana, compreso il totalitarismo: se spesso si dice che il totalitarismo nasce dalla pretesa di detenere la verità, in realtà le tesi che hanno generato i totalitarismi erano solo presunte verità, e inoltre il totalitarismo può essere condannato appunto soltanto se è conoscibile ed è vero che «l’uomo possiede una dignità intangibile, che non si deve assolutamente calpestare».

Così, se e quando esercitare la tolleranza vuol dire - come qualcuno sostiene - cercare solo il dialogo e non la verità, allora:
a) il dialogo viene implicitamente e contraddittoriamente considerato un fine veramente buono dell’agire intersoggettivo;
b) il dialogo diventa una forma raffinata di manipolazione (da parte di chi è più abile, che manipola il meno abile per fargli fare ciò che vuole), oppure si riduce a futile gioco.

In effetti, il dialogo è un grande valore, molto prezioso, ma non è un fine in se stesso, bensì è un mezzo per la scoperta cooperativa della verità e quest’ultima, sebbene non sia mai totalmente conoscibile da un uomo, per le ragioni poc’anzi esposte è un bene ancor più prezioso.

Ancora, la conoscibilità della verità non comporta necessariamente la violenza nemmeno nella forma dell’imposizione della verità. È vero che c’è chi vuole imporre la verità, ma c’è anche chi la vuole piuttosto proporre attraverso spiegazioni ed in modo maieutico. Tra l’altro, con la costrizione esteriore si può ottenere un’adesione esteriore e di facciata ad una tesi, ma non quella interiore; quest’ultima nasce piuttosto mostrando all’interlocutore delle ragioni persuasive. Anzi, con la costrizione esteriore è facile ottenere proprio il rifiuto interiore di una certa tesi, per reazione alla violenza subita. Un discorso analogo vale per la trasmissione della fede: «La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuole condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia» (Benedetto XVI, Discorso all’Università di Ratisbona).

Quanto al rapporto tra libertà e verità, va proprio rilevato che la verità rende liberi (Gv 8, 32). Uno dei (diversi) motivi di questa tesi è il seguente. Solo chi raggiunge la verità può scegliere con cognizione di causa e agire liberamente senza farsi condizionare o influenzare, solo chi conosce le alternative e la verità sulle alternative che gli si parano di fronte può selezionarle liberamente, altrimenti si farà manipolare dagli altri: crederà di essere libero quando invece è manovrato da singole persone, oppure dai media, dalle lobbies, dai gruppi di pressione, dai potenti, ecc.

Insomma, per concludere di nuovo con Benedetto XVI, «La verità come tale è dialogica perché cerca di conoscere meglio, di capire meglio e lo fa in dialogo con gli altri. Così, ricercare la verità e la dignità dell’uomo è la maggiore difesa della libertà».