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I morti dell'Airbus il pilota suicida e le nostre domande

Stavolta i kamikaze islamici non sono venuti a soccorrerci, a dare una ragione politica e ideologica a un terrore che ci lascia spaesati e senza fiato. Qui non ci sono attentati con i kalashnikov, né bombe o martiri di Allahi che si fanno saltare con le cinture esplosive. Stavolta non ci saranno manifestazioni di piazza, né cartelli né slogan da esibire come quel superbo Je suis Charlie che ci ha rincuorato e dato coraggio nei giorni dei massacri parigini. No, oggi quei 150 morti, fatti a pezzi e sbrindellati sulle Alpi, ragazzi e bambini, non si possono mettere sul conto di nessun nemico, Califfo nero e Stato islamico, sedicente o no. contro il quale vendicarsi e pareggiare i conti con missili e bombe. Niente barbe, né bandiere, né musulmani esagitati sulle Toyota con i mitra spianati davanti alle telecamere: il colpevole della strage è uno solo, ha un nome occidentale, purissimo tedesco di Germania. Andreas Lubitz, co-pilota diplomato con il massimo dei voti, uno dei migliori della flotta Lufthansa. Ne ha fatti fuori 150 in uno schianto di follia, di depressione post amore rifiutato, sindrome di burnout, gabbando il collega e lasciandolo terrorizzato fuori dalla porta.

Niente proclami, dichiarazioni o filmati: solo un respiro regolare e tranquillo, racconta la scatola nera dell’Airbus, prima di portare l’aereo a esplodere contro la montagna. Che diranno adesso quei laici illuminatissimi sempre pronti ad accusare le religioni di ogni guerra e nefandezza? Qui non c’è nessun Dio da inchiodare, semmai la sua mancanza da bestemmiare. E allora? Pazzia, neuroni che improvvisamente si incendiano e bruciano, ordinano a occhi e mani e braccia di scendere in picchiata, di bloccare i comandi fino all’impatto finale. “Schettinen”, ha titolato il Giornale, togliendosi lo sfizio (macabro) di restituire gli insulti beffardi di Der Spiegel al popolo italiano il giorno dopo il naufragio della Concordia al Giglio. Lubitz come Schettino, affossatore dell’arroganza e infallibilità tedesca, ma in un copione rovesciato: il nostro comandante fuggì dalla nave lasciando affogare 32 poveri naufraghi, il copilota tedesco barricato in cabina per trascinare tutti nell’abisso. Senza che nessun capitano Falco potesse ordinargli di tornare in sé, aprire quella porta e riportare l’Airbus in quota. Ok, con i tedeschi siamo pari, ma resta ancora quella domanda: perché? Resistiamo, ma tocca scendere in profondità, non negli abissi dell’ideologia, ma ancora più giù: nello sprofondo del cuore umano per vedere se esiste risposta.

Prima, però, altre domande vengono dall’anima davanti alla foto del bravo pilota, giovane e biondo, che offrono i giornali, mentre ci guarda felice con il Golden Bridge, il ponte di San Francisco, sullo sfondo. L’immagine della speranza e della baldanza giovanili. Fino a ieri. Oggi la guardi e ti chiedi come farai a fidarti ancora di chi ti porta in cielo a 38mila piedi dal suolo? Come farai, dopo il decollo, a slacciare le cinture e chiedere gentilmente alle hostess un cuscino per dormire? Non è possibile, non è razionale. È un atto di fede, ha ricordato Vittorio Macioce sul Giornale (il commento più bello sulla tragedia). «E la fede annulla la statistica, non ammette l’imponderabile. Tu prendi l’aereo convinto che il dovere del pilota sia decollare e atterrare. Alla fine magari fai anche l’applauso». Si chiama “certezza morale” questa fede-fiducia nelle buone intenzioni del prossimo, quella convinzione indiscutibile senza la quale l’esistenze sarebbe solo spavento e tormento senza fine. Lubitz depresso perché la fidanzata l’aveva piantato? Embè? La Lufthansa lo paga (e bene) per volare a Dusseldorf mica per strappare lacrime con la sua infelice love story. Abbiamo già le nostre grane quotidiane per occuparci pure degli amori dei piloti.  Eppure, la scatola nera ci dice che quei 150 disgraziati sono morti “solo” per quello: perché quel tipo in cabina s’è sentito improvvisamente non amato. Assurdo, vero? Certo, l’altro siamo noi, ma poi bisognerebbe ciascuno vivere a “destini separati”, come i letti di quei coniugi che ormai hanno poco da spartire.

«Mi domando se le stelle sono illuminate perché ognuno possa un giorno trovare la sua», dice il Piccolo Principe al serpente. Raccontano che Andreas Lubitz amasse molto il capolavoro di Antoine de Saint Exupery, scrittore e aviatore come lui, morto abbattuto da un caccia della Lufwaffe sul finire della seconda guerra mondiale. Ma qual era la stella del kamikaze tedesco? E quella dei passeggeri dell’Airbus, e la nostra? Solo quella montagna dove, presto o tardi, tutti andremo a schiantarci o c’è dell’altro?  È la Settimana Santa, sono i giorni della Passione: ma come si fa a piangere un Dio crocefisso duemila anni fa quando oggi tocca inchinarci sulla fossa comune dove un pazzo ha buttato 150 vite innocenti? Quanto sembrano inutili e oscene le polemiche di quelli che ora blaterano sul disastro annunciato, sulla sicurezza dei jet e sull’inefficienza della compagnia aerea e suoi folli piloti. Ma via, l’unica verità già annunciata è quella della polvere cui siamo destinatii. Il resto è Mistero. Tanto per ricordare chi comanda davvero lassù.

Siamo fatti per vivere, non per morire, fragili esistenze con il desiderio dell'eterno. La religione non c’entra, è il nostro cuore a esigerlo. Ma ci vorrebbero uno scudo, una mano da stringere, un corpo da abbracciare, che ci sostengano per tutto il tempo necessario al disvelamento di quel “misterioso” Mistero. «Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi», dice ancora il Piccolo Principe. La strage di Seyne-les-Alpes riconduce lì, a quell’”invisibile”, e ricorda che nel sacrificio della Croce un Dio assassinato dagli uomini si è consegnato al patibolo per guadagnarci alla vita. Basta questo per stare davanti ai rottami di quell'Airbus? Chi ha un altro segreto, parli.