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Il calvario di Cristo in Cina

“Perché muovi le labbra?”. “Prego il mio Dio”. “Proibito pregare Dio con le labbra”. “Lo pregherò col cuore”, risposi. E la sentinella: “Neppure col cuore puoi pregarlo”. (Dal diario di mons. Gaetano Pollio, arcivescovo di Kiafeng, espulso nel 1951)

L’ultima è stata la chiesa di Panshi, che poi è la chiesa “della roccia”, simbolo cristiano per eccellenza, nello Zhejiang. Via la croce, hanno deciso le autorità cinesi: troppo visibile, deturpa lo skyline. E pazienza se l’edificio fosse in regola con tutti i severi parametri imposti dal governo (nazionale e locale) per gli edifici di culto. Alla mezzanotte del 19 giugno, la polizia ha fatto irruzione, rimuovendo i portali. Dopo sette ore, i camion se ne sono andati con la croce ben ancorata nel vano posteriore. Il pastore della chiesa protestante ha domandato ai fedeli – rimasti a vegliare tutta la notte in silenzio orante – di attuare una resistenza passiva: “Non collaborare, non obbedire, non usare violenza”. Si calcola che nell’ultimo anno, nel solo Zhejiang, la campagna di restyling alle chiese decisa dal Partito comunista abbia toccato 425 edifici di culto. E di certo Panshi non sarà l’ultimo caso. Tutto è iniziato quando il segretario del partito locale ha osservato come il panorama di Wenzhou risultasse deturpato dalle croci: “Ce ne sono troppe”, aveva sentenziato.  Da qui, per mascherare quella che appare una vera persecuzione – seppur attuata in guanti bianchi – sono arrivati i provvedimenti legislativi, come s’usa nelle democrazie compiute: un corpus di norme e codicilli che fissa la forma e le misure delle croci; che stabilisce come la croce non possa svettare in cima ai campanili ma solo incassata nel muro dell’edificio e che, comunque, il suo colore non possa risaltare. La parola d’ordine, insomma, è mimetismo. Croci come camaleonti. Al di là della codificazione normativa, lo scenario non è troppo dissimile da quello allestito dai jihadisti seguaci del califfo Abu Bakr al Baghdadi tra la Siria e l’Iraq.

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Sulla stagione delle vessazioni maoiste pare essere scesa una coltre di silenzio: non se ne parla più, quasi fosse stata una parentesi brutta ma ormai chiusa. Un capitolo di storia archiviato, spesso anche dagli stessi perseguitati, convinti in buona fede che con la morte del Grande Timoniere la sorte dei cristiani fosse destinata ineluttabilmente a mutare. A far luce su quel che accadde agli albori dell’èra maoista c’è un libro curato dal giornalista Gerolamo Fazzini, “In catene per Cristo” (Emi), che altro non è che una collezione di diari di martiri nella Cina di Mao. Si tratta di quattro testimonianze autobiografiche che spiegano molto più di edotti saggi socio-politologici protesi nell’illustrare come il gigante asiatico sia sì comunista, ma caratterizzato da un comunismo cosiddetto buono e non oppressivo. Scrive padre Bernardo Cervellera, missionario del Pontificio Istituto missioni estere nonché direttore del portale AsiaNews, che “nella mentalità occidentale vi è uno strano cliché: siccome in Cina è cambiato il sistema economico (da comunista a liberale-anarchico), allora tutto è cambiato: ormai l’Impero di mezzo è un luogo di splendente benessere e di tranquilla libertà religiosa”. Peccato che la realtà sia anni luce distante dal santino da guardare gaudenti prima di mettersi a dormire. Campagne in miseria, lavoratori schiavizzati e dimenticati – e presi in considerazione come fanno gli studenti svogliati con le note a pie’ di pagina – coloro che soffrono per la fede.

I quattro diari raccontano esperienze che non appartengono a “un lontano passato, ma continuano ancora nel presente, talvolta con meno crudeltà, ma sempre con un controllo totalitario sulla vita dei cristiani”. Ma perché i maoisti ce l’avevano tanto nei confronti dei cristiani e in particolare dei cattolici? Dietro il mantra imperialista – ogni vescovo o semplice o prete o laico sbattuto in galera era accusato d’essere al soldo dell’imperialismo – c’era la volontà pianificata di spezzare il legame fra la chiesa cattolica cinese e quella universale; legame rappresentato in forma suprema dal Papa. Monsignor Domenico Tang, gesuita e arcivescovo di Canton, detenuto per ventidue anni senza subire un processo (neppure un processo farsa), spiegò nel suo diario che la scelta di rimanere legato a Roma, al Papa e alla chiesa universale era da considerarsi irrevocabile. “Costi quel che costi”. E che fosse quella la porta da scardinare lo dimostra anche l’ultimo interrogatorio cui fu sottoposto il presule: “Per quanto riguarda il Vaticano, come la vedi? Che cosa ne sai? Quali sono i tuoi sentimenti?”. Tang ricorda che “se non avessi risposto secondo le loro idee, non avrei neanche potuto immaginarmi le conseguenze. Tuttavia dichiarai fermamente: ‘C’è un legame dogmatico inseparabile tra noi e il Vaticano. Se ci separassimo dal Vaticano, non faremmo più parte della chiesa cattolica. Senza il Papa, non c’è la chiesa cattolica’. All’udire ciò, il giudice si fece molto austero e disse con rabbia: ‘Ritorna in cella e cerca di imparare a rieducarti’”. In occidente, e soprattutto in Italia, le notizie che giungevano dalla Cina erano lette in modo disinteressato, almeno fino al 1951, quando tra gli espulsi dal regime figurava l’arcivescovo di Kaifeng, Gaetano Pollio, che negli anni successivi sarebbe stato capo delle diocesi di Otranto prima e Salerno poi. Padre Piero Gheddo, decano dei missionari italiani, ricorda che “anche tra i cattolici non mancavano voci di comprensione nei confronti dei comunisti cinesi e di critica alle missioni”. Sui cristiani cinesi pendeva la nomea di essere “cristiani del riso”, uomini e donne rei d’aver barattato la fede in cambio di qualche vantaggio materiale. “Salvo poi scoprire che i cristiani del riso erano gli stessi che poi si sono fatti uccidere pur di non rinunziare alla fede”, aggiunge Gheddo.

Subivano di tutto. Ricorda Pollio nel suo diario che “i processi si svolgevano quasi sempre di notte e duravano da un minimo di tre ore a otto. Nessuna difesa, all’infuori della mia ferma volontà di resistere alle assurde e menzognere accuse”. Le torture erano terribili al punto che “le confessioni, con la morte che ne segue o con la condanna ai lavori forzati, sono l’unica via per mettere termine a una vita impossibile”. Mons. Tang, il vescovo di Canton, ha descritto nei minimi dettagli il lavaggio del cervello praticato sui cristiani: “Un momento della giornata dei detenuti era dedicato a una sorta di ‘infusione del pensiero’. Ci ordinavano di leggere quell’importante giornale comunista che è il Quotidiano del popolo. Il giornale non riportava notizie, ma conteneva soltanto articoli sul materialismo marxista, sull’ateismo, sul leninismo e sul pensiero di Mao Zedong. Spesso – proseguiva il presule gesuita – usavano gli altoparlanti per ore e ore, costringendo i detenuti ad ascoltare”.

Com’era iniziata la persecuzione, lenta e non da subito percepita in tutta la sua portata drammatica, l’ha descritto padre Leone Chan, sacerdote tra i primi a scappare dalla Cina – dopo quattro anni e mezzo di carcere – per far sapere all’occidente ignaro come si viveva davvero oltre la “cortina di bambù”, dove il Libretto rosso era tutto meno che un breviario di inni all’emancipazione e alla libertà. “La persecuzione non è incominciata con un atto preciso. A poco a poco, incominciarono a stringere i freni, a porre limitazioni, a provocare questo o quel sacerdote, questo o quel cristiano”. All’inizio, notava Chan, “i comunisti si presentarono come amici di tutti, rispettosi delle libertà personali e della religione, difensori dei poveri e dei debiti. Molti cristiani ci misero un po’ di tempo a capire” qual era la situazione reale. In principio, “si pensava che il comunismo cinese fosse diverso da quello russo, più umano, che non facesse questioni di ateismo; invece poi ci siamo accorti che peggio di così non poteva essere”. Lo schema era semplice, nella sua efferatezza: si incominciò con tutti i missionari stranieri, fino a quando non ne rimase nemmeno uno in tutto il paese (bastarono tre o quattro anni). Prima dell’avvento di Mao, erano cinquemila. Poi toccò in rapida sequenza ai preti cinesi e ai cristiani più in vista. Espulsi quando andava bene, fucilati quando si trattava di farla finita in poco tempo, mandati nei laogai quando si doveva rendere più amaro possibile il supplizio.

Giovanni Liao Shouji, catechista e unico laico tra i protagonisti del libro di Fazzini, ne è uscito vivo, seppur menomato nel fisico, con la spina dorsale accorciata e dolori fortissimi alle articolazioni. Il prezzo da pagare per aver dovuto lavorare in una cava di pietra ove ogni operazione era praticata con le sole nude mani. In cella, lo attendevano tre mestoli d’acqua al giorno, che servivano per il ristoro e per lavarsi. Nulla di più. Ecco perché, ripercorrendo quegli anni, Shouji non ha altro modo se non quello di definire “miracoloso” il fatto di essere uscito da una simile esperienza di pressioni fisiche, mentali e morali, con la fede intatta. “Ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede”, scriveva a conclusione del diario, riprendendo le parole di san Paolo.

Anche nel clero per molto tempo ci si illuse di poter convivere con i comunisti, continuando a coltivare la crescita della piccola famiglia cristiana cinese. Padre Chan racconta i primi grandi raduni della chiesa patriottica, ai quali partecipavano – non tutti costretti – anche centinaia di sacerdoti: al termine di queste assemblee paracongressuali “si teneva l’elezione dei vescovi. Ci furono alcuni che si rifiutarono di eleggerli, ma la maggioranza di noi votò perché pensammo che fosse soltanto una farsa per poter continuare a esercitare un po’ di ministero. Comunque si trattava solo di elezione. Noi, in altre parole, pensavamo di eleggere soltanto un nostro superiore. Il brutto fu che poi diversi di questi vescovi eletti si fecero consacrare”. Ecco come si determiò lo strappo con Roma e la nascita delle cosiddette due chiese.

Combattere la buona battaglia significava anche celebrare l’eucaristia dietro le sbarre, cosa vietatissima che poteva costare severe punizioni corporali – la tortura preferita dai carcerieri consisteva nel sollevare il prigioniero legato per i pollici e farlo cadere di colpo sul pavimento. Il vescovo Pollio è orgoglioso quando scrive d’essere riuscito a dire messa per ben cinquantanove volte, clandesinamente: “In cella mi fu dato uno sgabello, e io pensai ‘questo sarà il mio altare’; avevo una scodella per bere l’acqua bollente e dissi ‘questa sarà il mio calice’”. Mancava il vino, ma attraverso uno strategemma riuscì a farselo arrivare dall’episcopio. E così, “vestito da galeotto, senza paramenti, senza tovaglie e lumi, in piedi o seduto a terra davanti a quello sgabello, offrivo su di un pezzo di carta o nel palmo della mano un boccone di pane, offrivo in quella tazza un po’ di vino e continuavo la messa, dal prefazio fino alla comunione”. Le sentinelle “più volte penetrarono improvvisamente in cella mentre celebravo, ma non si accorsero mai che compivo l’atto più sacro che esista”.