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Il caso Esposito dimostra: giustizia da riformare

Il presidente della sezione feriale della Cassazione, Antonio Esposito è stato messo sotto procedimento disciplinare dal Consiglio superiore della Magistratura dopo la sciagurata intervista rilasciata alcuni giorni fa sul “Mattino”, nella quale rivelava le motivazioni della sentenza di condanna definitiva di Silvio Berlusconi prima che venissero depositate. Esposito avrà forse altri pregi, non quello della riservatezza. Commentando in quell’intervista la sentenza  (emessa, lo ricordiamo, proprio dalla sua sezione) sul processo Mediaset, ha dichiarato che l’ex premier «è stato condannato perché sapeva», non «perché non poteva non sapere». Cosa cambia nella sostanza? Poco o nulla. Berlusconi è stato considerato colpevole di frode fiscale e dovrà scontare, a meno di colpi di scena, la pena per quel reato.

La gravità della sortita del magistrato non può e non deve tuttavia sfuggire alla gente di buon senso, anche a chi non mastica tutti i giorni diritto. Esposito ha smentito di aver pronunciato quelle frasi, ma il sonoro dell’intervista registrata lo inchioda alle sue responsabilità. Il direttore del quotidiano napoletano lo ha ribadito: il magistrato voleva proprio dire quello, ha anticipato ad un organo d’informazione le motivazioni della sentenza, non ancora rese note per le vie ufficiali. Alla faccia della terzietà, della sobrietà, dello stile di vita specchiato e della limpidezza operativa che dovrebbero contraddistinguere chi fa la professione di Esposito. Si è verificato l’ennesimo cortocircuito tra settori politicizzati della magistratura e alcuni media che puntano ad esasperare il conflitto tra poteri.

Il Primo Presidente della Corte di Cassazione, Giorgio Santacroce si è limitato a giudicare “inopportuna” l’intervista rilasciata da Esposito. Da ambienti della Cassazione si minimizza e si evidenzia che quell’intervista «non inficia, né cambia la decisione sul processo Mediaset». Il ministro della Giustizia, Cancellieri ha chiesto a Santacroce elementi informativi sulla vicenda e, infine, il Consiglio Superiore della Magistratura ha avviato opportunamente l’azione disciplinare nei confronti dell’”incauto” magistrato, come peraltro sollecitato da tre dei membri laici dell’organo di autogoverno dei giudici. Adesso toccherà alla prima commissione del CSM, competente sui trasferimenti d’ufficio per incompatibilità, far luce sul comportamento di Esposito.

Ma indipendentemente dal dispositivo del verdetto di piazza Cavour sul caso Mediaset, i nodi da sciogliere sono due. Sul piano disciplinare, come si può ammettere che il titolare di un procedimento riveli anzitempo le motivazioni di una sentenza definitiva attraverso le colonne di un giornale? Come è stato detto, Esposito non è nuovo a scivolate di questo tipo, sul piano della riservatezza e dell’eleganza, essendosi abbandonato, durante una cena di gala a Verona, a giudizi non proprio lusinghieri ed equilibrati su Silvio Berlusconi, che, a distanza di qualche tempo, sarebbe stato un “suo” imputato. Quale obiettività di giudizio avrebbe potuto garantire dopo quelle improvvide e spericolate esternazioni sulla vita privata dell’allora premier pronunciate durante quell’occasione mondana e riportate dal quotidiano Il Giornale?

Il quotidiano La Repubblica ha bollato quelle ricostruzioni come prove della “macchina del fango”, assimilandole al “caso Mesiano”. No, le cose non stanno così. Il “caso Mesiano” è stato un pessimo esempio di giornalismo proposto da Canale Cinque e, in quella circostanza, bene ha fatto l’Ordine dei giornalisti a intervenire per punire un giornalista che aveva criticato il giudice Mesiano (autore della sentenza Mondadori) per il colore dei suoi calzini, cioè per un particolare assolutamente marginale e non essenziale ai fini del corretto esercizio del diritto di cronaca. In questo caso si sono ricostruite sul quotidiano Il Giornale le dichiarazioni rese in un contesto informale dal magistrato Esposito, che avrebbe il dovere di tacere su processi in corso e quello di non giudicare personaggi pubblici sui quali potrebbe essere chiamato ad esprimersi, in modo imparziale e in applicazione delle leggi vigenti, in un’aula di Cassazione. Ed è quello che è poi accaduto.

Se il Consiglio Superiore della Magistratura non avesse avviato un’azione disciplinare nei suoi confronti, avrebbe indirettamente avallato un precedente pericoloso, quello di un magistrato che, in maniera disinvolta, commenta e anticipa in un’intervista giornalistica i contenuti di una sentenza emessa da una sezione da lui presieduta.

Il secondo nodo da sciogliere, conseguente al primo, attiene alla credibilità di una magistratura che preferisce parlare attraverso i media, utilizzandoli come cassa di risonanza di verdetti “a effetto” e dalle ricadute incalcolabili per l’intero sistema politico. Nel Dna di un magistrato, oltre che l’imparzialità, dovrebbero esserci una continenza formale, uno stile di vita sobrio, un’idiosincrasia invincibile verso tutti i riflettori mediatici, che inevitabilmente annebbiano, tolgono lucidità, condizionano. Alcuni magistrati in Italia fanno carriera sfruttando la loro notorietà acquisita sul proscenio mediatico, giocando di sponda con alcune redazioni giornalistiche e violando, come nel caso di Esposito, inderogabili obblighi di riservatezza.

La vicenda Esposito è l’ennesima riprova di quanto sia urgente una riforma della giustizia nel nostro Paese, a prescindere dai processi a Berlusconi. La separazione delle carriere e la responsabilità civile dei magistrati sono due dei tasselli che possono contribuire a far rientrare un ordine dello Stato nel suo alveo naturale disegnato dalla Costituzione, senza indebiti sconfinamenti nella lotta politico-ideologica.

Il Consiglio Superiore della Magistratura, oltre che aprire procedimenti come quello (quanto mai opportuno) nei riguardi di Esposito, dovrebbe vigilare affinchè l’imparzialità della magistratura non venga neppure lontanamente messa in dubbio da deplorevoli comportamenti come quello del magistrato cassazionista. Esposito non avrebbe mai dovuto rilasciare quell’intervista né abbandonarsi a confidenze come quelle della cena veronese. I bizantinismi correntizi e le lotte di potere all’interno della magistratura sono i veri nemici di qualsiasi riforma della giustizia nel rispetto delle leggi e a garanzia del cittadino e minano dal fondo il funzionamento della democrazia. Sono un tarlo da estirpare al più presto e senza tentennamenti, vincendo ataviche resistenze corporative e anacronistici collateralismi.