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Il fascino discreto della tecnocrazia

In Italia si torna improvvisamente a parlare di "governo dei tecnici". Apparentemente sembra cosa innocua, persino buona.

I tecnici - pensiamo noi tutti quidam de populo - sono per definizione coloro che possiedono il know how necessario - quello che invece agli altri difetta - per destreggiarsi con rapidità ed efficacia dentro gineprai troppo intricati. Per comune sentire, i tecnici sono quelli che la sanno lunga, che sono bravi, che tolgono le castagne dal fuoco, e che siccome non sono legati alle pastoie delle partigianerie politiche stanno comunque al di sopra, dall’alto calando come numi portentosi nella pienezza dei tempi e all’ora x per sistemare tutto prima che tutto rovinosamente crolli. Sono loro i veri uomini di una provvidenza positiva e positivista che non conosce ostacoli, ritardi o nemici. Più o meno come Superman. La lingua del quale, però - l’inglese -, ai "tecnici" strappa la maschera tipica e topica del supereroe mostrando - traduzione papale papale - il volto dei technocrats.

I tecnocrati non sono infatti dei semplici tecnici. Non sono l’idraulico, l’antennista e il tapparelliere della società organizzata che, mano alla cassetta degli attrezzi, accomodano buchi, cortocircuiti e guasti. Assomigliano piuttosto a sacerdoti, o almeno a vati, forti di riti, liturgie e fedi. Sono come dei santoni, dei guaritori, dei guru, e le loro virtù taumaturgiche sono tanto potenti e indispensabili che al loro cospetto tutto il resto sparisce.

Prima a sparire è la democrazia, quella che, secondo Winston Churchill, è il peggiore dei sistemi politici se si eccettuano tutti gli altri, la quale ancora si regge su quella cose prosaica che sono le elezioni.

Ora, in democrazia, il cittadino - parafraso la grande storica francese del Medioevo e della borghesia moderna Régine Pernoud (1909-1998) - è tale se fa almeno due cose (il resto è lasciato alla discrezione personale): paga le tasse e vota. A causa di ciò, in democrazia chi ottiene il maggior numero di voti vince e gli altri perdono, e chi vince governa mentre gli altri dall’opposizione sorvegliano, controllano e avanzano proposte alternative. La definizione stessa di democrazia non permette mai il contrario: cioè che chi prende più voti di tutti venga dichiarato perdente e che chi viene acclamato vincitore abbia preso meno voti degli altri, insomma che chi perde governi e che chi vince guardi. Se ciò accadesse, parleremmo subito tutti di democrazia ferita, violata, adulterata, sfregiata, tradita, magari persino di dittatura.

Di suo la tecnocrazia - cioè il governo dei tecnocrati che sono i tecnici al potere di tutto e di tutti, mezzi che diventano scopi - è il colpo secco assestato al momento giusto per fermare il loop elettorale - il voto che produce vincitori e vinti, governi e opposizioni - onde farne senza. È l’antipolitica per eccellenza.

L'UTOPIA AL POTERE
La tecnocrazia, termine e idea - ideologia -, nasce con il profeta del socialismo utopistico, il francese Claude-Henri Rouvroy, conte di Saint-Simon (1760-1825) che nel suo Réorganisation de la société européenne (1814) si esprime con parole (pre)positiviste: «Tutte le scienze, di qualsiasi specie esse siano, non sono che una serie di problemi da risolvere, di questioni da esaminare, e differiscono tra loro solo quanto alla natura di tali questioni. Così, il metodo che si applica ad alcune di esse deve convenire a tutte per il fatto stesso che conviene ad alcune [...]. Finora, il metodo delle scienze sperimentali non è stato introdotto nelle questioni politiche: ciascuno vi ha contribuito con i propri modi di vedere, di ragionare, di valutare, e ne consegue che in esse non c’è ancora esattezza delle soluzioni né generalità dei risultati. Ora è tempo che cessi questa infanzia della scienza».

Lungo questa via - battuta anche dal "padre" del positivismo Auguste Comte (1798-1857) e sapientemente denunciata da Augusto Del Noce (1910-1989) - il primo passo - strumentale - è la tendenza ad affiancare il potere politico per "consigliarlo" in modo "competente", ma il secondo - finale - è quello di sostituire completamente la politica avendola giudicata un mezzo ultimamente inefficiente.

Il criterio della valutazione discrezionale tipico della politica - che al meglio impegna e implica parametri di natura morale - viene così rimpiazzato da una semplice valutazione metrica, fatta esclusivamente di quei calcoli e di quelle previsioni matematiche improntate a mere logiche di efficienza che per ciò stesso si intendono neutre sul piano etico.

Ma evidentemente non è vero. Non è vero perché così non può essere. Nulla è completamente scevro da implicazioni morali, e anche i mezzi più neutrali - cioè utilizzabili sia bene sia male - nascono comunque in un certo modo, in un tal contesto, in luoghi e momenti precisi, nonché da determinate menti e animi umani che criteri morali, quali che siano, li hanno sempre. Nemmeno la scienza - gli esempi si sprecano - lo è, anche se lo dovrebbe, o così ancora ci piace credere. Meno ancora la scienza dei numeri quando applicata ai bilanci delle vite di persone e popoli interi, e impiegata al posto della politica ma non meno politicamente.

Molte cose a questo proposito le spiega assai bene lo statunitense James Burnham (1905-1987). Comunista trotzkysta duro e puro che prima si laureò al Balliol College dell’Università di Oxford (allievo di J.R.R. Tolkien e del grande padre gesuita Martin C. D’Arcy) e assai più tardi si convertì al conservatorismo (qualcuno lo definisce antesignano dei neocon), cattolico di nascita, lapso e poi riconvertito, inventore della popolare espressione "Terza guerra mondiale" per definire la Guerra fredda (1945-1989), insignito nel 1983 della Medaglia presidenziale della libertà da Ronald W. Reagan (2011-2004), Burnham ha pubblicato la propria opera più famosa nel 1941. In inglese s’intitolava The Managerial Revolution e in italiano l’edizione più recente (Bollati Boringhieri, Torino 1992) suona, in modo solo apparentemente ineccepibile sul piano filologico, La Rivoluzione manageriale (manager andrebbe tradotto: dirigenti? quadri?); ma è la prima, storica traduzione realizzata da Mondadori nel 1946 a cogliere nel segno grazie a una felice licenza linguistica: La rivoluzione dei tecnici.

Burnham fu tra quelli che registrarono in presa diretta il passaggio dalla tecnocrazia sognata di Saint-Simon ai tecnocrati in cattedra dell’ora presente. Iniziò tutto negli anni 1930, quando "tecnocrazia" indicava il progressivo estendersi - per alcuni un sogno, per altri un incubo - del potere degli "addetti ai lavori" in società politiche - quelle occidentali - sempre più in crisi: nel Nuovo Mondo imperava il New Deal (1933-1937), in Europa le grane irrisolte della Prima guerra mondiale (1914-1918) già inesorabilmente portavano alla Seconda (1939-1945). Si trattò dapprima di tecnici industriali, capaci anzitutto di far girare la produzione, poi però sostituiti dai loro dirigenti aziendali, e questo di mano in mano che l’ingrandirsi dei complessi industriali e delle corporation indeboliva la proprietà di intraprese più piccole o di singoli, affiancandosi a uno Stato sempre più invasivo.

Le necessità della Guerre fredda sancirono dunque l’ingresso dei dirigenti nei comparti statali, dalla produzione alla difesa, dall’educazione all’ambiente. Per agire efficacemente, i dirigenti aziendali si misero a contare sull’aiuto pratico di propri missi dominici, i funzionari e gli impiegati statali. Il paragone non è una boutade. In inglese clerk, "funzionario di sportello", è la traslazione del clericus medioevale - sempre clerk - che, laicizzato e secolarizzato (ne parlano Samuel T. Coleridge [1772-1834] e alla sua scuola T. S. Eliot [1888-1965]), è divenuto il membro di una élite resasi disponibile al gran tradimento culturale denunziato da Julien Benda (1867-1956) con La trahison des clercs (1927) e da Thomas Molnar (1921-2010) in The Decline of the Intellectual (1961). Quei funzionari, organizzati, altro non configurano se non quel "potere degli uffici" che chiamiamo burocrazia - stigmatizza a dovere in Burocrazia (trad. it. Rubbettino, Soveria Mannelli [Catanzaro]) di Ludwig von Mises (1881-1973) - e di cui conosciamo l’immenso potere di elastica viscosità: frenante oppure oliante, sempre a seconda del bisogno tecnocratico.

Per capirci, un esempio classico e paradigmatico del modus tecnocratico è quello del liberal Robert S. McNamara (1916-2009), prima presidente della Ford Motor Company, quindi ministro della Difesa degli Stati Uniti con i presidenti liberal John F. Kennedy (1917-1963) e Lyndon B. Johnson (1908-1973), infine presidente della Banca Mondiale dal 1968 al 1981.

CERTI CAMBI DI FRONTE
Per la tecnocrazia - che a livello popolare vede riflesso il proprio giro mentale in parole jolly quali per esempio "casta" - il nemico da battere è insomma la democrazia.
Essa, infatti, la democrazia, dà fastidio: rallenta, si torce, avanza per svicolare indietro, progredisce e torna sui propri passi, si consulta, ascolta pareri, muta propositi, fa i conti (se serve anche due volte), non prevarica.

La democrazia è cioè il segno evidente dell’attività politica, la quale è il luogo del possibile e del confronto. Come il mercato. Si tratta e si contratta onde spuntare condizioni migliori e prezzi vantaggiosi. Ma per chi gira sempre con il libro delle soluzioni nel taschino, per chi si picca di dare lezioni a tutti, per chi sa persino raddrizzare le gambe ai tavoli vittoriani tutto questo è mera perdita di tempo.

Per i tecnocrati la democrazia e la politica restano come dei "corpi intermedi" che, frapponendosi fra gli illuminati finalmente insediati al potere e la grezza realtà da dirozzare affinché produca in fretta, rallentano la marcia sistematutto del Grande Fratello.

Parole preziose le verga a questo proposito Papa Benedetto XVI che, nell’enciclica Caritas in veritate (2009), al capitolo sesto, interamente dedicato all’argomento, osserva: «l’assolutismo della tecnica tende a produrre un'incapacità di percepire ciò che non si spiega con la semplice materia» (n. 77). Infatti, se «la tecnica è l’aspetto oggettivo dell'agire umano, la cui origine e ragion d'essere sta nell'elemento soggettivo: l'uomo che opera», «per questo motivo la tecnica non è mai solo tecnica» (n. 69): esprime sempre anche aspirazioni, tensioni dell’animo, orientamenti culturali. Oggi, in particolare, «il processo di globalizzazione potrebbe sostituire le ideologie con la tecnica, divenuta essa stessa un potere ideologico, che esporrebbe l’umanità al rischio di trovarsi rinchiusa dentro un a priori dal quale non potrebbe uscire per incontrare l'essere e la verità». (n. 70). A questo punto, «lo sviluppo tecnologico può indurre l'idea dell'autosufficienza della tecnica stessa quando l'uomo, interrogandosi solo sul come, non considera i tanti perché dai quali è spinto ad agire. È per questo che la tecnica assume un volto ambiguo» (n. 70). E «questa visione rende oggi così forte la mentalità tecnicistica da far coincidere il vero con il fattibile. Ma quando l'unico criterio della verità è l'efficienza e l'utilità, lo sviluppo viene automaticamente negato. Infatti, il vero sviluppo non consiste primariamente nel fare» (n. 70).

Di fronte alla repentina svolta dell’intero spettro politico italiano (le eccezioni sono esattamente tali), tanto repentina da parere imposta da un potere sul serio forte, il cittadino democratico italiano, in specie e per di più se cattolico, quello abituato a pagare le tasse e a votare, resta con un palmo di naso e con una domanda: se non rispondono più a un mandato popolare scaturito dalle elezioni, a chi rispondo i tecnocrati? E se il voto è l’unico criterio che in democrazia conta, è democratica la tecnocrazia? Si accettano solo risposte tecnicamente esatte.