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Il ritorno di Erode

L’Avvento è cominciato, il tempo di attesa in cui volgiamo lo sguardo verso l’imminente alba con rinnovata speranza. Ogni anno la liturgia ci invita a pregare insieme a tutta la Chiesa per la nuova nascita di Cristo dentro la stalla dei nostri cuori e per le grazie di cui avremo bisogno nell’attesa della sua venuta finale. Le letture riguardano la speranza che sorge in mezzo alle tenebre, parlano di nascita e di morte e della gioia eterna che verrà quando non ci sarà più la morte. Fino a quel ritorno definitivo nella casa del Padre, continuiamo a vivere in questo mondo che deve ancora essere curato da Cristo. Il bambino Gesù è tra noi, e lo è anche Re Erode.

Quasi ogni anno leggo ad alta voce ai miei figli il grande classico di Charles Dickens, Canto di Natale. Quasi tutti e sei lo hanno riletto per conto loro e hanno visto le tre versioni cinematografiche più famose. Ci sono sempre spunti nuovi che saltano fuori in tutte le storie di Dickens e il Canto non è un’eccezione. Ti trovi a ridere per qualcosa che l’anno precedente non ti faceva ridere nemmeno un po’; quest’anno trattieni a stento il singhiozzo per un passo che l’anno precedente ti aveva lasciato indifferente. Un dettaglio, un modo di dire, una pennellata geniale dell’autore e il grande spettacolo della vita umana si rivelano come qualcosa di molto misterioso, qualcosa che contiene molta commedia, tragedia e una grande gloria nascosta, molto più grande di quella che supponevamo ci fosse.

La storia è solo apparentemente semplice. Riguarda le scelte, la paura, la famiglia, la ricchezza e la povertà, e la solitudine che viene vinta dalla misericordia. Misericordia divina e misericordia umana. Scrooge è senza dubbio l’archetipo della figura umana completamente chiusa in se stessa, che ha un profondo rancore verso le persone indigenti e difende il suo potere e le sue ricchezze con una lunga sfilza di “ragionevoli” giustificazioni. Nell’imminenza del Natale, Scrooge commisera il suo impiegato Bob Cratchit; pensa che abbia troppi bambini e che sia stata la sua (di Bob) sconsideratezza al riguardo ad averlo costretto a una vita da schiavo e in povertà assoluta.

Il figlio malato di Bob, Tiny Tim, è uno degli aspetti più disperati della vita dei Cratchit, pensa Scrooge senza un minimo di compassione. Nell’introduzione a una vecchia edizione del libro, G.K. Chesterton scrisse: «Per rispondere a chiunque parli di scarti della popolazione basta chiedere loro se si sentono degli scarti di popolazione e, se la risposta è negativa, come fanno a saperlo».

Molta gente moderna, ingannata dalla propaganda del “sovrappopolamento” e contagiata dalla paura e dalla solitudine, sarebbe d’accordo con Scrooge nel dire che Bob Cratchit e sua moglie hanno inquinato il pianeta con troppi piccoli Cratchit. Di certo, direbbe questa gente, Bob avrebbe dovuto fare affidamento su una forma più efficace di controllo delle nascite! Se non fosse stato così egoista, si sarebbe fatto una vasectomia molto tempo prima. O forse, sua moglie avrebbe dovuto farsi legare le tube. E un aborto o due prima dell’intervento avrebbero provveduto a una protezione a posteriori, così da assicurare una qualità di vita molto migliore alla loro famiglia. Vien da chiedersi, anche, cosa direbbe un genetista odierno riguardo a Tiny Tim. Sarebbe diventato il perfetto candidato per la selezione genetica, l’espulsione precoce, gli studi sugli organi o la sperimentazione fetale? E cosa ne sarebbe stato del povero vecchio Scrooge? È evidente che quest’uomo proviene da una famiglia problematica. Se la qualità della sua vita non è più tollerabile, non dovrebbe forse mettersi a pensare di programmare una “morte dignitosa”? E poi, se le sue condizioni non lo permettono e non ha parenti stretti che possano farlo al suo posto, lo stato sarà lì ad assicurarsi che la sua fine avvenga attraverso un processo legale, igienico e indolore.

Una strana società, la nostra. Leggi assolutamente bizzarre e leggi profondamente scellerate vengono attualmente discusse in molti circoli, come se fossero opinioni ragionevoli. Tutta questa retorica fa sì che l’uomo moderno cerchi dappertutto e affannosamente delle soluzioni per questioni umane basilari, cioè le cerca ovunque tranne che nell’unico posto dove la vera risposta può essere trovata. Si affida a facili rimedi per evitare il sacrosanto privilegio della vita, che al Signore sembrò perfetto rivestire della carne, e per evitare tutte le responsabilità che derivano da ciò. L’uomo è arrivato a credere, consciamente o meno, che la salute, la fertilità, la generosità siano problemi che occorre limitare, cambiare o controllare a ogni costo. Questa impostazione mentale, sia a livello personale sia come pensiero dominante del Paese, è la ricetta di un disastro. «Dove manca la Parola, il popolo sarà perduto», scrive l’autore dei Proverbi. «Chi cercherà di salvare la sua vita la perderà», ha detto Gesù.

Milioni di esseri muti e innocenti (giovani e vecchi) vengono oggigiorno massacrati con discrezione in molte cliniche e in molti ospedali. Le loro anime invocano Dio. Non importa quante idilliache teorie sulla “qualità di vita” o sul “miglioramento della condizione umana” sostengano l’omicidio di un bambino o di una persona anziana e malata. Questo rimane un omicidio e, in tutte le società civilizzate, ciò significa parlare di vita innocente. Una nazione che permette tutto ciò su larga scala (come il mio Paese), o in qualsiasi misura, invoca la spada della giustizia divina sulla propria testa. Ha assolutamente bisogno, come ne ha avuto bisogno Scrooge, di un intervento che la scuota fin dalle fondamenta.

L’idea di Erode è la negazione della generosità di Dio. Erode ebbe, senza dubbio, delle importanti argomentazioni per commettere la strage degli innocenti e immagino che il motivo principale fosse la necessità di tutelare il bene del suo popolo, l’economia, la sicurezza interna del Paese, tutte cose che non significavano altro che la tutela della sua corona. All’opposto, l’idea di Cristo è l’affermazione di qualcosa di completamente diverso, vale a dire: ognuno di noi è un’effigie vivente fatta a sua immagine e somiglianza, ed è un invitato al banchetto eterno dell’amore. Esiste una corona invisibile per ciascuno di noi, se scegliamo di accettarla; ciascuno di noi è chiamato a essere figlio o figlia di Re. E, inoltre, c’è abbondanza di stanze nella creazione del Re, se viene usata in modo saggio; e c’è anche un numero infinito di stanze nel suo regno eterno. Mentre, invece, la nostra società sta costruendo un mondo in cui non ci sono più stanze. Con ciò non mi riferisco alla mera diminuzione di spazio in ambito geopolitico ed economico. Voglio dire che ci sono sempre meno stanze nel cuore degli uomini moderni.

Se il mondo sta diventando qualcosa di inadatto per i bambini, allora cambiamo il mondo, non eliminiamo i bambini, perché eliminare i bambini rende il mondo un luogo in cui è assolutamente inadatto vivere. Un bambino che nasce con gravi problemi, in esilio, in assoluta povertà ha qualcosa da dire su tutto ciò. Ci dice che vivere è meraviglioso – cioè così pieno di meraviglie – e che, per quanto le nostre vite possano essere difficili siamo sempre chiamati alla gioia. È vero che per tutti c’è un tempo per soffrire, un tempo per perdere tutte le illusioni sulla nostra potenza e autosufficienza, e un tempo per morire. E, sì, ci sono momenti in cui siamo messi alla prova fino all’estremo. Ma la sofferenza non è l’unica parola e, a dire il vero, non è neanche una tra le parole più importanti, sebbene sia una parola necessaria.

Gesù, rivestendosi della carne, ha provato tutto. E anche sua Madre. Dal giorno dell’Annunciazione alla nascita a Betlemme, lei ha sofferto con suo figlio e per suo figlio. Fuggendo da Betlemme nel deserto, facendo ritorno dal deserto fino a Nazaret e, poi, da Nazaret fino al Calvario: per tutto questo tempo il suo dolore è cresciuto, finché il suo cuore è stato trafitto da molte spade e, morendo, lei ha di nuovo generato la vita. La Chiesa è nata sul Calvario, quando il sangue e l’acqua sono sgorgati dal cuore ferito di Cristo, quel cuore che la nostra Madre ha donato a tutte le generazioni del mondo per sempre.

Nell’imminenza del Natale preghiamo con le sue parole: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono». Rallegriamoci perché è nato a noi il Salvatore. E diciamo, usando le parole di Tim: «Dio ci benedica tutti quanti!».