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IRAQ, l’avanzata jihadista dell’ISIS terrorizza il mondo

Negli ultimi giorni, l’offensiva dell’ISIS in Iraq è stata tumultuosa e sanguinosa: 30mila miliziani integralisti tengono in scacco il Grande Medio Oriente e allarmano il mondo. I ribelli jihadisti, protagonisti dell’operazione, fanno parte del cosiddetto Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria o Levante (ISIS). Già impegnati nel conflitto con il regime di Bashar al-Assad, perseguono l’obiettivo di creare un califfato sunnita ultra-reazionario nel territorio di confine tra i due paesi. L’organizzazione fondamentalista, guidata dal comandante Bakr al-Baghdadi, controlla nel solo Iraq un’area pari alle dimensioni del Portogallo, che ospita circa 3,5 milioni di abitanti.

Ci troviamo a osservare non solo la ferocia di una guerra civile e religiosa tra sunniti e sciiti, le due maggiori fazioni islamiche presenti in Iraq, ma anche una guerra contro una tiepida apertura alla modernità, contro un difficile processo di adattamento dell’Islam ai nostri tempi. L’obiettivo del gruppo islamista è quello di ripensare la geografia mediorientale, per piegare i confini politici a uno Stato islamico transnazionale, da cui sferrare una guerra santa su scala globale e creare un califfato universale.

Le fonti internazionali citano un audio di Abu Mohammed al-Adnani, portavoce di ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria o Levante), il quale l’11 Giugno scorso dichiarava:

“Infurieremo su Baghdad, Karbala e Najaf. Dunque siate pronti. Non cedete il territorio che avete sottratto agli sciiti, a meno che non se lo riprendano camminando sui vostri cadaveri. Marciate su Baghdad. Dio non voglia che il disgraziato popolo sciita possa vincere su di voi. Come potrebbero, se sono politeisti? Non fermatevi prima di aver raggiunto Baghdad e Karbala. Siate pronti! L’Iraq diventerà un inferno in terra, per gli sciiti e per gli altri eretici”. Ancora: “E non temono la morte per mano del nemico, né li cambia il carcere. E non hanno paura dei combattimenti e sono diventati pazienti per aver patito la fame e sono stati forti e pazienti all’interno delle carceri, delle prigioni sotterranee, dei deserti, delle valli tra le montagne, e per anni sono stati pazienti, fino a quando Allah ci ha concesso questa vittoria”.

All’inizio di quest’anno l’Iran aveva avvisato che, l’appoggio dato dall’Arabia Saudita agli islamisti in Siria, (nella convinzione che il presidente siriano Bashar Al Assad rappresentasse per la regione una minaccia maggiore), avrebbe creato l’ambiente favorevole per una perfetta tempesta terroristica. Così è stato. L’idea che fosse possibile armare la cosiddetta ala islamica moderata e, allo stesso tempo, contenere e segmentare il sostegno militare per evitare che gli integralisti potessero ricevere armi, non era soltanto irrazionale, ma anche del tutto delirante e irrealistico.

Oggi, l’osservatore occidentale è impaurito di fronte all’agire islamico. Esso appare come una forza, una potenza straordinaria, che nessuno può fermare. Questa situazione, caratterizzata da estreme forme di violenza, corrisponde a ciò che i musulmani chiamano la Sahwah, il Risveglio. In realtà, è il sintomo di una profonda crisi in cui versa il mondo islamico: l’incapacità di adeguarsi al mondo moderno, di assimilare la modernità. L’Islam sta vivendo una crisi profondissima.

Per gli islamisti radicali, che perseguono un progetto d’Islam politico, la colpa di tale crisi ricade sull’Occidente e la sua aggressività. Alcuni fanno risalire questa crisi addirittura alle Crociate, altri alla recente colonizzazione, altri alla creazione dello Stato d’Israele, altri ancora alle aggressioni americane in Afghanistan e in Iraq. Il male dell’Islam verrebbe dall’esterno, dall’altro. Vi è però un altro gruppo, formato da personalità liberali e intellettuali, il quale afferma che il male è dentro l’Islam. Non giungono ad affermare che il male è nel Corano ma si limitano a sostenere un’errata interpretazione dello stesso, ossia un Islam considerato come sistema religioso, politico, sociale e culturale.

Tony Blair rifiuta l’idea che, a causare tale catena di eventi, sia stato l’intervento in Iraq, affermando:

“Dobbiamo liberarci dell’idea che noi abbiamo causato tutto questo. Possiamo interrogarci sul fatto che le nostre politiche lo abbiano aiutato o meno; possiamo domandarci quale sia la scelta migliore tra il fare qualcosa e il non fare niente, ma il punto, resta che la situazione nel Medio Oriente è frutto soprattutto di fattori interni allo stesso Medio Oriente. I problemi del Medio Oriente sono il prodotto di una serie di pessimi sistemi politici uniti a un abuso della religione che risale a molto tempo fa. Cattiva amministrazione, istituzioni deboli, governi oppressivi e un fallimento da parte di alcuni settori dell’Islam nel trovare una relazione equilibrata tra Stato e religione, si sono combinati per creare paesi che sono semplicemente impreparati ad affrontare il mondo moderno. A questa situazione, aggiungiamo una popolazione giovane e senza opportunità di lavoro, un sistema educativo che non soddisfa le necessità dell’economia ed ecco che abbiamo una miscela che porterà sempre, ripeto sempre, a una rivoluzione”.

Il primo passo, per cominciare a capire la situazione, è accettare che tutto è estremamente complesso. Queste guerre non possono essere vinte in modo chiaro e univoco. Non ci sono soluzioni facili o indolori. Intervenire è complicato. Intervenire poco è complicato. Non intervenire è complicato. Per tre anni siamo rimasti a guardare la Siria discendere nell’abisso e mentre scendeva ci portava lentamente con sé. Dobbiamo agire ora per salvare il futuro.

Ancora oggi c’è chi uccide in nome di Dio, rivendicando la validità e l’attualità di alcuni versi del Corano:

“La ricompensa di coloro che fanno la guerra ad Allah e al Suo Messaggero e che seminano la corruzione sulla terra è che siano uccisi o crocifissi, che siano loro tagliate la mano e la gamba da lati opposti o che siano esiliati sulla terra: ecco l’ignominia che li toccherà in questa vita; nell’altra vita avranno castigo immenso.” (Il Corano 5, 33).

E’ il perenne dramma della coscienza europea e occidentale, che è insicura di sé. Naturalmente dobbiamo rispettare i paesi islamici, la loro religione, ma anche chiedere e pretendere il rispetto dei diritti umani, impedendo ogni forma di violenza su chi desidera vivere come cristiano, ateo o semplicemente come vuole. Non dobbiamo lasciarli soli. Si deve fare il possibile affinchè tutti possano vivere in libertà e in pace. Non possiamo voltarci dall’altra parte pensando che non sia un nostro problema, perché lo diverrà molto prima di quanto possiamo immaginare. di Severis