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L’Inquisizione modernista

Se guardiamo alla storia della Chiesa di questi ultimi cinquant’anni, è ormai possibile notare un graduale e sistematico rafforzamento al suo interno della corrente modernista, le cui finalità sono sempre più chiare e che essa stessa del resto esprime apertamente, sentendosi ormai sicura di poter dominare la Chiesa e ridurla ai suoi scopi.

Tutto è cominciato, come ormai si è appurato da recenti studi storici, con l’infiltrazione di elementi criptomodernisti ben organizzati a livello mondiale soprattutto tra i periti del Concilio Vaticano II, personaggi che per lo più erano stati censurati dal vigilante Pio XII, ma che sotto il pontificato del Beato Giovanni XXIII, ingannando lo stesso Papa, ebbero per oscure ed astute manovre, la possibilità di collaborare ufficialmente ai lavori del Concilio.

Si è trattata di una vera e propria rivalsa del mai sopito modernismo, che a suo tempo era stato condannato da S.Pio X. Questa volta esso pensò che fosse giunto il suo momento approfittando del fatto che uno degli scopi principali del Concilio, per espressa dichiarazione di Papa Giovanni, era quello di un confronto con la modernità.

Ovviamente il Papa intendeva tale progetto come confronto critico, sulla base del precedente immutabile patrimonio della dottrina cattolica, tenendo conto degli errori già condannati. Alla luce di tale sacro ed intangibile patrimonio si doveva fare un vaglio sapiente, prudente e coraggioso, onde assumere il positivo e respingere il negativo, così come l’organismo sano, quando si alimenta assume ciò che lo nutre ed evacua gli elementi inutili o dannosi.

Naturalmente i modernisti al Concilio dovettero agire con somma circospezione per non farsi scoprire, ma più volte ebbero l’audacia di proporre apertamente i loro piani, cosa che naturalmente suscitò l’opposizione dei membri più saggi ed equilibrati dell’assemblea conciliare, sicchè questi piani furono sventati. E del resto, come poteva essere altrimenti, data la presenza nell’aula conciliare della luce dello Spirito Santo?

Così avvenne che i modernisti finirono per dare un contributo positivo senza che fosse stato loro possibile far deviare, come avrebbero voluto, la barca di Pietro, ma consentendo al Concilio quell’impostazione tipicamente progressiva o, per dir così, sanamente progressista, che è stato uno dei suoi meriti principali e per la quale esso è rimasto alla storia: far avanzare la Chiesa nella conoscenza della verità e nello sviluppo della santità, cosa del resto obbligatoria per ogni buon cattolico, guidato da Cristo “alla pienezza della verità”. Il Concilio così ci insegna ad essere moderni, ma nel contempo ci preserva proprio con una sana modernità dalle insidie diaboliche del modernismo.

Ma che è successo dopo il Concilio? Le cose sono ormai note a tutti: questi modernisti, che allora si facevano chiamare “progressisti” per darsi un’etichetta accettabile, cominciarono gradatamente, ancora cautamente, ma con estrema determinatezza, ad uscire allo scoperto, approfittando di un clima di ingenuo ottimismo che si era diffuso nell’episcopato, generalmente convinto che ormai era giunta l’era del dialogo e della conciliazione della Chiesa col mondo moderno. Per questo si abbassarono le difese e chi ancora ricordava la necessità di vigilare contro l’errore, cominciò ad essere visto o come un seccatore “profeta di sventura” o come un attardato, superato dalla storia e fermo al preconcilio, chiuso al soffio dello Spirito Santo, che ormai avrebbe avviato una “nuova “Pentecoste”.

In tal modo, gradatamente ma irresistibilmente, in gran parte a causa di un mancato discernimento e per conseguenza di un mancato intervento da parte dell’episcopato, timoroso di esser considerato come retrogrado o reazionario, ha cominciato a crearsi una specie di chiesa nella Chiesa, in quanto, se nell’immediato postconcilio ci fu la famosa sbracata “contestazione” della gioventù scatenata, di singoli preti che convolavano a nozze, religiosi chiassosi e teologi ribelli, soprattutto con le cosiddette “comunità di base”, un fenomeno barbarico che destò unanime disapprovazione per la sua evidente sconcezza, finchè si giunse addirittura al terrorismo rosso degli anni ’70, a partire dagli anni ’80 i modernisti cambiarono tattica.

Mantennero in sostanza i princìpi rivoluzionari e sovversivi che avevano animato il ’68, ma, al fine di attirare la stima dell’episcopato e dei cattolici normali, cominciarono a fingere un’ingannevole moderazione affettando disprezzo per gli estremisti, ma in realtà rafforzando un’azione sovversiva, adesso più insidiosa e pericolosa, di demolizione e falsificazione della Chiesa cattolica con l’intento di sostituirla con una finta “chiesa” di marca gnostica e massonica, come ho denunciato in un precedente articolo apparso su questo sito.

In tal modo il modernismo cominciò a infiltrarsi, oltre che nel basso clero, tra i religiosi e tra la gente, anche negli ambienti della cultura cattolica, soprattutto teologi ed esegeti, ed infine, negli anni recenti, tra Vescovi e Cardinali. Lo scopo dei modernisti, dichiarato già dal famoso Bonaiuti dei tempi di S.Pio X, era ed è quello di “convertire Roma”. Si ripete il disegno di antichi eretici, come per esempio quello di Giordano Bruno, il quale dall’estero venne in Italia con l’intento di convincere il Papa delle sue teorie. Si è creato così quella specie di “magistero parallelo” del quale parlava Paolo VI: sostituire ai vescovi i teologi e gli esegeti, secondo una prospettiva, del resto, di origine protestante.

Oggi un Giordano Bruno  probabilmente insegnerebbe con qualche precauzione, oggetto di qualche sorpresa ma non più di tanto, in qualche Facoltà Pontificia, o sarebbe invitato a parlare nel Cortile dei gentili. Ma allora gli è andata come gli è andata e, come Domenicano suo confratello, devo dire sinceramente che mi dispiace.

Oggi i modernisti, che hanno raggiunto posizioni di potere un po’ dappertutto, si sentono in dovere di esercitare anche loro, in alternativa alla Congregazione per la Dottrina della Fede, da loro giudicata ormai superata e preconciliare, un potere coercitivo che ai loro occhi riflette veramente la volontà di Dio e la voce dello Spirito Santo.

In tal modo, e ormai molti di noi cattolici, fedeli al Magistero e al Papa, cominciamo a farne le spese, è iniziata una nuova inquisizione che, se non dispone di strumenti di tortura fisici, tuttavia si vale delle arti psicologiche più raffinate per diffamare, calunniare, emarginare e distruggere moralmente quei poveri cattolici che non desiderano altro che servire Cristo e le anime, nella fedeltà alla vera Chiesa e al Papa e continuando a contare nell’aiuto e nell’efficacia della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Tra la CDF e l’inquisizione modernista ci sono delle somiglianze, ma più grandi sono le differenze, anzi i contrasti diciamo pure radicali: entrambe si propongono di difendere una dottrina; entrambe, all’occorrenza, ricorrono alla coercizione. Tuttavia, mentre la CDF difende la fede contro l’eresia, l’inquisizione modernista difende l’eresia contro la fede. Quanto ai metodi disciplinari, la differenza sta nel fatto che mentre la CDF gode della pienezza del diritto e quindi agisce alla luce del sole, nel rispetto delle norme approvate dalla Chiesa, l’inquisizione modernista manca di qualunque fondamento giuridico, e a causa di ciò non esita a ricorrere alla violenza e a misure ingiuste, mentre i modernisti si vantano di essere gli uomini del dialogo, del pluralismo e dell’apertura alla diversità.

Così ormai accade che la forza avversa più temibile che la CDF deve affrontare è questo contropotere modernista, che si avvale di strutture interne alla Chiesa stessa. E’ questa la struttura più pericolosa che occorre abbattere affinchè il Popolo di Dio sia protetto dall’eresia e la CDF possa svolgere efficacemente il proprio lavoro.

Certo sembra di trovarsi davanti ad una lotta impari. Le potenze demoniache imperversano, con la diffusione di “dottrine diaboliche” e demòni mascherati da angeli della luce (II Cor 11,14). Siccome poi molti non credono all’esistenza del demonio, mancano le difese, per cui diventano, magari senza accorgersene, degli strumenti di Satana, fossero anche Vescovi o Cardinali. Solo il Papa resiste, e non potrebbe esser altrimenti, ma pochi sono i suoi veri collaboratori: un manipolo di eroi assediato da forze che sembrano prevalere.

Il sogno dei modernisti è lo stesso di quello di Giordano Bruno e di Ernesto Bonaiuti: poter convincere (ossia turlupinare) il Papa. Ma questo disegno satanico (come quando il demonio tentò di far cadere Cristo), disegno che è il massimo dell’empietà, del sacrilegio e dell’illusione, sarà sventato da Dio, se essi persistono, con un castigo terribile. Stiamo stretti anche noi attorno al Vicario di Cristo, oggi sofferente per il tradimento di certi suoi stessi collaboratoti, sosteniamolo, obbediamogli a qualunque costo al di sopra di qualunque superiore che ci ordini il contrario o ci dia cattivo esempio, e scamperemo alla strage.

I modernisti sono spavaldi, prepotenti, sicuri di sé: guai a chi loro disobbedisce, perché impregnati a volte di dottrine idealistico-panteiste, si ritengono o la divinità o comunque un’apparizione (“teofania”) della medesima divinità, soggetto dello “sguardo divino”, come in Hegel o Severino, mentre per loro il Papa, il Magistero e la CDF contano come il due di briscola. Ma forse che questo stato di cose è destinato a durare ancora a lungo? Forse che Dio dal Cielo sta solo a guardare o si è dimenticato della sua Chiesa, del grido dei poveri e degli oppressi e della salvezza dell’umanità?