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La caduta dei professori dittatori (sinistra demitiana e dossettina)

Postconcilio

Per 25 anni hanno dominato il mondo cattolico. Sono gli intellettuali della sinistra dc. Ora il loro declino chiude un'epoca

L'ultima cerimonia, Ciriaco De Mita, l'ha dedicata alle sue teste d'uovo (subito dopo aver firmato il suo ultimo atto di presidente: un'autostrada per Nusco). Fra le teste d'uovo che si era portato a Palazzo Chigi brillava quella di Ruggero Orfei. Era anche lui all'università Cattolica di Milano con Ciriaco negli anni Cinquanta. Poi, per due decenni, la più velenosa penna anti-Dc fu la sua. È uno dei cattolici per il divorzio nel '74 e alcuni anni dopo è l'autore di «un'ignobile trasmissione» contro Moro (il giudizio è di De Mita) trasmessa dalla tv. Con De Mita segretario del partito ha dominato un «partito degli intellettuali» fatto di personaggi del genere. Dossettiani «non democristiani», come sottolineava Orfei nel suo libro più famoso, "L'occupazione del potere - I democristiani '45-'75", che hanno esercitato una vera tirannia sulla cattolicità italiana. «Abbiamo vinto!» urlava Ruggero Orfei, correndo incontro a De Mita nei corridoi del Palaeur, subito dopo la sua elezione al Congresso del 1982. Paolo Prodi - che viene dalla stessa covata dell'università Cattolica di Milano, e perfino dal covo dell'Augustinianum, che oltre all'appello per il divorzio del '74 ha firmato anche il documento di quest'anno anti-Ratzinger dei 63 teologi, e che è stato uno dei luogotenenti chiamati da De Mita a Piazza del Gesù - ha capito che adesso son proprio finiti gli anni del dominio: «Un'epoca è finita» ha annunziato mesto sulla rivista della Lega democratica «si è chiusa definitivamente l'età degli esterni», cioè l'imbroglio. Ed ha aggiunto: «Un fatto ormai chiaro sin da ora è la crisi della sinistra della Dc: essa non esiste più come possibile punto aggregante per il cattolicesimo democratico».

In effetti dal terremoto e dalle faide di questi mesi uscirà una sinistra frantumata. Ma adesso è soprattutto il mondo cattolico italiano, o meglio quel che è rimasto del mondo cattolico italiano, che si trova d'improvviso libero dalla pesante tirannia del partito degli intellettuali, che in questi decenni hanno tentato l'impossibile e menzognera operazione di riempire il vuoto di esperienza e di vita cristiana con i loro discorsi prima culturali, ora etici (in ogni caso sempre con scopo politico).

Attraverso gli strumenti del potere di De Mita era stato definitivamente imposto sui cattolici italiani una sorta di dispotismo teologico mai visto prima. Tutto contento, Francesco D'Onofrio poteva dichiarare trionfante: «All'interno delle organizzazioni cattoliche o si è demitiani o si è antidemitiani; e questo non si può dire di nessun altro leader». D'Onofrio, che poi De Mita nominò commissario della Dc romana, è uno dei 75 esterni eletti delegati al Congresso del 1982; che parteciparono all'elezione di Ciriaco (ha poi raccontato allegramente di aver conosciuto De Mita «per motivi vagamente clientelari», in relazione ad un concorso a cattedra per l'Università). Quella degli «esterni» è stata davvero l'operazione più intelligente di De Mita: attorno ad una leadership illuminista raccoglieva l'unità di tutte le sigle cattoliche, la Lega democratica di Scoppola e compagni, i cattolici del Comitato di collegamento di Mangialardi, ed il Movimento popolare. In occasione del Congresso del 1982, con grande lungimiranza, Augusto Del Noce consigliava a Formigoni e Buttiglione di non votare per De Mita; ma, in quell'occasione, prevalse 1'«autorevolezza » di Marcora. Anche monsignor Marra, attuale vescovo ausiliario del cardinal Poletti a Roma (allora alla Segreteria di Stato, dove era nell'équipe di Benelli) inutilmente consigliò alcuni responsabili dell'associazionismo cattolico di non votare per Di Mita.

Circondato dai cervelli di questi «esterni», De Mita è stato trasformato in questi anni in un dogma di fede. Questo dominio sul mondo cattolico è stato, secondo lo stesso Ciriaco, «la cosa più importante che ho fatto da quando sono segretario della Dc». La sua «setta», come la chiamava, ha potuto costruire attorno a lui una specie di magistero parallelo che ha sottomesso tutti. «Cl? Ormai sono isolati» diceva al "Corriere della Sera" il cattolico del-no Luigi Pedrazzi. E non rassegnandosi a ridursi a fiore all'occhiello di una corrente di partito, oltre all'emarginazione, si poteva subire addirittura il pesante sospetto di eresia: «Essi si pongono lontano dalla vita di grazia». A parlare così non era il cardinal Ratzinger, ma un capocorrente, De Mita appunto ("Corriere della Sera", 13 settembre 1988), una vera e propria sentenza di eresia scagliata contro un movimento ecclesiale riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa, colpevole solo di voler restare cattolico anziché ridursi ad essere demitiano. La cosa ha avuto anche i suoi episodi tragicomici. Pippo Baudo, per esempio, l'11 giugno 1987, presentava De Mita in un paesino ligure, Cogoleto, dicendo: «Sono emozionato: attorno a me vedo l'immagine del Crocifisso e De Mita».

Patenti di ortodossia
Alla fine a rilasciar patenti di ortodossia hanno cominciato pure i fratelli laici della setta demitiana. Ecco Scalfari che definisce Andreotti: «Sarà anche cattolico, ma non certo cristiano» (la stessa espressione userà Martinazzoli contro Vittorio Sbardella). Ed ecco che contemporaneamente, nel maggio scorso, "L'Unità", "La Voce Repubblicana" e "Panorama" (imbeccata da Orfei che si fa ritrarre davanti alla Madonna di Czestochowa) pubblicano tre articoli fotocopia: «Dov'è finito don Giussani?». Cl, dicono, ormai non esiste più come movimento ecclesiale, è solo una banda di politicanti. È curioso questo zelo pastorale e teologico su quelle colonne. Ma il «la» era arrivato nei giorni del Meeting '88 da un provocatorio titolo dell'Avvenire: «L'onorevole don Giussani». Lo stesso giorno su "Il Mattino", Giovanni Di Capua, politologo e amico d'infanzia di De Mita, pontificava: «Cl è estraneo alla spiritualità che anima altri movimenti (...). È fuori dall'impegno religioso (...) il suo mestare fede e affari sa di simoniaco». Dopo l'eresia, la simonia.

«Venditori d'indulgenze» aggiungeva il segretario-presidente De Mita. «Teologi da spiaggia» conclude la testa d'uovo Scoppola.

I cattolici che non si rassegnano a stare nel «parco giochi» per ragazzi o per inabili costruito da De Mita sono avvisati: eresia, simonia e scomuniche. La stampa «cattolica» è stata lo specchio di questo asservimento mortificante. In tutto l'arco delle sue testate. C'è padre Angelo Macchi che condanna la nuova segreteria di Forlani uscita dal Congresso di febbraio, per una volta in perfetto accordo con padre Sorge. Lo stesso identico giudizio appare, fotocopiato su "Famiglia Cristiana", "Jesus", "Avvenire" e "La Civiltà Cattolica". "L'Osservatore Romano", che per una sua secolare tradizione evitava perfino le questioni d'interesse nazionale, s'immischia nei giochetti di corrente, pubblicando, il giorno dopo la relazione del segretario uscente, De Mita, un clamoroso inno all'avellinese: «Ha avuto innanzitutto il merito di ricordare che il maggior partito italiano è qualcosa di più di un semplice meccanismo di potere; un ricordo forse salutare o almeno necessario, anche all'interno della stessa Dc». Ciriaco poteva ben dire: «Per essere sincero, qualcuno mi ha aiutato fuori della Dc: è la Chiesa, basta aver letto l'Osservatore per capirlo». Un anziano e combattivo prelato come il cardinal Silvio Oddi ha dichiarato: «"L'Osservatore Romano" non riflette il pensiero della Santa Sede. Non è il giornale ufficiale del Vaticano. Non mi fa nessuna meraviglia che sia demitiano. Il direttore e De Mita sono compaesani». Ed ancora: «Non mi meraviglierei se venisse sostituito Mario Agnes (...). Se è vero che Agnes si è un po' compromesso con De Mita, beh, certamente lo cambieranno. "L'Osservatore" dovrebbe prendere posizione sui grandi temi politici e sociali, ma non dovrebbe mai entrare nel gioco piccolo delle correnti dei partiti italiani». Al cardinale sarà forse tornato in mente il memorabile fulmine scagliato, dalle colonne de "Il Quotidiano" (21.1.1958), dal cardinale Alfredo Ottaviani del Sant'Uffizio: «Servire la Chiesa e non servirsene». Il gesuita padre Gliozzo, interpellate fonti autorevoli, annotava a futura memoria chi erano i destinatari del fulmine: «La Base, gli ex-gronchiani, i democristiani di sinistra». Perché la sinistra dc aveva un suo ruolo e una sua utilità, ma in Vaticano si vedeva un pericolo mortale nella pretesa di certi «intellettuali cattolici» di usarla per prendere in pugno il mondo cattolico. Com'è stato possibile che Ciriaco De Mita, che alla Cattolica faceva l'eretico, che rifiutava il giuramento antimodernista, che «non perdeva un numero del "Mondo" di Pannunzio e dell'"Espresso" di Benedetti», che fu diffidato dai vescovi irpini, che definisce «il cristianesimo non cultura di verità, ma di ricerca», abbia finito per prendere in pugno la cattolicità italiana? Eugenio Scalfari disse a "Panorama": «De Mita non fa mistero di avere fra i suoi libri di capezzale autori laici, liberali. Naturalmente ha una sua fede religiosa, ma quello è un fatto privato. Per noi non ha nessun rilievo». Ma doveva averlo poco anche per l'interessato, visto che la sua segreteria cominciò con la liquidazione del Banco Ambrosiano, e il protagonista, 1'«intellettuale cattolico» Nino Andreatta, come ministro del Tesoro, l'8 ottobre 1982, non esiterà a chiamare in causa direttamente il Papa, in Parlamento (l'"Osservatore" a quel tempo protestò vivacemente).

Cervelli irpini
Una volta per tracciare un suo autoritratto, De Mita si identificò nel suo padre-maestro, don Giuseppe Passaro: «Non ero del tutto sicuro che credesse in Dio, ma certo era un umanista e attraverso di lui compresi il potere grandioso dell'intelligenza ben coltivata». Attorno a De Mita si aggregò una schiera di intellettuali dalle stesse caratteristiche e dalle analoghe ambizioni di potere: uno spettro di posizioni politiche che va da Scoppola a Sorge, da Andreatta ai Prodi, da Elia a Bolgiani e Rosati, dalla Sinistra indipendente alla destra tecnocratica, ma tutti con la stessa storica pretesa di usare il mondo cattolico, ormai sempre più vuoto, come trampolino di lancio delle proprie mire (potere accademico, poltrone nel parastato, Iri, Stet, Rai, potere sui mass media...). Tempo fa a Vallombrosa, Ruggero Orfei, ridacchiando, tracciava un ritratto di Scoppola che si può applicare alla perfezione a tutto questo partito intellettuale: «È un'idea fissa quella d Scoppola (basta vedere il suo saggio su De Gasperi, ndr) di intendere i cattolici come una massa di incoscienti, di "deficienti" (nel senso che manchi loro sempre qualcosa), i quali aspettano solo una parola d'ordine "illuminata" senza la quale non potrebbero essere che fascisti o tendenzialmente tali». "Il Sabato" dall'85 - '86, allorché su era definitivamente affrancato dalla soffocante «tutela» di queste teste d'uovo, su è preso per anni de «rozzo fascista». Franco Bolgiani ha paragonato "Il Sabato" a "Il Borghese" e al «Ministero della cultura popolare fascista». Paola Gaiotti ci definiva rozzi, indecenti ridicoli e falsi. Paolo Cabras, già prima (su "Il Popolo" del 19.10.1986) accusava Mp di essere come i cattolici che sostenevano «Franco in Spagna e Salazar in Portogallo». E allora «al rogo»: «"Il Sabato" su è posto fuori della comunità ecclesiale» sentenzia il teologo inquisitore del Tg1 Paolo Giuntella. Scoppola invoca l'Inquisizione. E Mario Gozzini, consulente della Cei poi eletto senatore dal Pci, sentenzia che chi scrive ciò che scrive "Il Sabato" «non può venire considerato una seguace e difensore della Chiesa».

De Mita sostiene che «in Irpinia c'è il 70 per cento dell'intelligenza nazionale». La sua Irpinia è fatta di questo partito intellettuale. «Eccoli là gli unici che pensano» disse Arnaldo Forlani, sarcastico, nei giorni del Congresso, davanti alla porta dove su riuniva la setta demitiana.

Anche Pio XII, che agli intellettuali non riconosceva nessun diritto di dominio, su è dovuto prendere del fascista in molte pubblicazioni di storia contemporanea dei circoli scoppoliani e, addirittura, dalla tribuna ufficiale del Convegno della Cei del 1976 «Evangelizzazione e promozione umana», nella relazione di Franco Bolgiani (scritta in collaborazione con Scoppola, e poi pubblicata dall'"Espresso"). Negli anni del suo pontificato queste teste d'uovo erano giovani leve della Fuci, dei Laureati cattolici, dell'università Cattolica, genericamente «dossettiani». Nel 1956 una memorabile attacco de "La Civiltà Cattolica" definirà la filosofia di Maritain «un naturalismo integrale» e, rilevando il suo storicismo e la vicinanza alle posizioni di Croce, concludeva: «L'umanesimo integrale non è una umanesimo intrinsecamente cristiano, non è l'umanésimo dell'uomo rigenerato dalla grazia». Un giudizio pesantissimo che aveva di mira più che il filosofo francese la sua traduzione italiana, che lo stesso Dossetti definirà «una miscela largamente venata di laicismo».

La conquista del '64
Scoppola, nel suo libro "La «nuova cristianità» perduta", sottolinea «negli anni del pontificato pacelliano la frattura fra il mondo cattolico e le élite intellettuali cattoliche» e poi descrive la loro riscossa, la loro guerra per il predominio. È con il '64 che l'Azione cattolica viene finalmente conquistata dalle élite intellettuali provenienti dalla Fuci e dai Laureati cattolici. Sotto la guida di don Franco Costa il vivo arcipelago dell'Ac viene ricondotto ad una monolitica ed esclusiva prospettiva intellettuale, quella della Fuci.

Per le realtà più vive, nate, per grazia, in quell'alveo, cominciano tempi duri. Don Luigi Giussani, fondatore di Gioventù studentesca, racconta: «Mentre, infatti, fino al 1964, l'Azione cattolica era stata in genere comprensiva, benevola e possibilista nei confronti della nostra esperienza, dalla fine di quell'anno (ossia da quando prevalsero nell'organizzazione le tesi fino ad allora portate avanti dalla Fuci, ndr) lo spazio a noi concesso cominciò a ridursi sempre più, e progressivamente svanì la possibilità di una dialogo che fino ad allora era stato intenso e continuo». Di colpo esplode la crisi della cattolicità: «Gli iscritti all'Azione cattolica» racconta Scoppola «che avevano raggiunto nel periodo della maggiore diffusione i tre milioni, scendono a 600mila quando, sotto la presidenza di Bachelet, su fa strada la cosiddetta "scelta religiosa"». Per le élite intellettuali cattoliche è una specie di «purificazione», ma per la Chiesa inizia un'autentica tragedia. Queste élite in teoria dicevano di accogliere la preoccupazione pastorale di Paolo VI («riscoprire la centralità dell'annuncio di Cristo, l'annuncio della fede da cui tutto il resto prende significato» così Paolo VI definiva la scelta religiosa), ma poi la traducevano in una guida così monolitica e intollerante che sarà disastrosa per la Chiesa.

Giulio Andreotti, che di don Costa era amico dalla gioventù, lo ricorda così nel suo "Diario": «Un uomo di una delicatezza straordinaria ed anche di tanta ingenuità quando si occupava di politica. Lungo il dibattito sul divorzio si era illuso, confondendo cortesi colloqui con parlamentari non democristiani con l'impegno a votar contro la proposta Fortuna. Rimase sconvolto dai risultati».

L'ingenuità e il massimalismo, in certi casi l'ambizione personale, portano queste élite intellettuali in una continua, disastrosa rotta di collisione con Giulio Andreotti. In un'intervista all'"Europeo", Giuseppe Lazzati diceva una po' imbarazzato: «Sì, anche Andreotti era giovane» cioè veniva dalla Fuci «però lui stava con De Gasperi». La concretezza fattiva di Andreotti, ereditata da De Gasperi, che è un'enorme ricchezza per i cattolici, è stata avversata ferocemente da tutti i dossettiani, che preferivano le loro complicate evoluzioni intellettuali, e si ritenevano la vera e più degna classe dirigente.

Monsignor Giovanni Marra ha dichiarato di recente che «Andreotti è la figura più rappresentativa del mondo cattolico di Roma», cioè un erede del grande realismo cattolico con cui la Chiesa ha attraversato i secoli, sempre diffidando delle utopie intellettuali e politiche. Il laico Giovanni Malagodi ne ha tratteggiato un ritratto che merita attenzione: «L'unico democristiano ad avere un forte senso dello Stato. Non si fa catalogare né a destra né a sinistra. È il solo che ha saputo fare i conti con il nuovo socialismo e il comunismo in trasformazione. È anche l'unico che sia riuscito a far capire alla Chiesa che erano finiti i tempi di Leone XIII. Le sue convinzioni sullo schieramento internazionale dell'Italia sono le più realistiche. Quello che fa in politica è sempre utile al Vaticano, spesso utile anche all'Italia».

Se si paragona questo profilo alla supponenza dell'intellettuale di Nusco, che dichiara: «Non riesco neanche a pensare cosa sarebbe la Dc senza di me», si ha la misura del colossale abbaglio del mondo cattolico nell'accettare di subire il dispotismo demitiano. Ben altro lo stile del politico romano. "Panorama" segnala che alle Europee «Andreotti ha chiesto voti per Formigoni, ma anche per Rosy Bindi (assistente di Bachelet e vice presidente dell'Ac, ndr) e in Veneto ha promosso un incontro Cl-Ac, per anni divisi». "Panorama" non racconta però che De Mita, allarmato per questo ritorno alla libertà e al dialogo del mondo cattolico, è corso subito a Padova, pochi giorni dopo, a dichiarare che il mondo cattolico di diritto appartiene alla sua «setta».

Il caso Paolo VI
La sinistra dc è stata la prima vittima di De Mita. Ma anche di un intellettualismo che ha radici lontane. Il cardinal Montini, a cui Scoppola sempre attribuisce la paternità dei «cattolici intellettuali», fu il primo a rendersi conto di una loro nefasta tendenza alla strumentalizzazione dei cattolici. In un recentissimo libro di memorie del cardinal Giovanni Colombo sono riportate alcune lettere rivelatrici. Scrivendo ad un politico, il 26 giugno '59, lo invita «a non avallare con la sua autorità la corrente che qui ci fa tribolare e che non può meritare la fiducia di tutti i cattolici». A chi si riferisce? Lo scriverà dopo, parlando della «distanza, ch'è virtualmente una rottura, ormai esistente a Milano fra la Democrazia cristiana, tutta in mano nel suo apparato direttivo alla così detta "Base", e il campo cattolico. Dialogo ormai non è possibile con questa fazione, non ad altro impegnata che a promuovere gli interessi socialisti a spese della vera Democrazia cristiana e della tradizione cattolica in essa rappresentata». Diventato papa Paolo VI, infatti, esplode subito in grande «questa crisi», come racconta Scoppola, «una spaccatura fra i "montiniani" e Montini stesso che è il Papa. Una parte della cultura cattolica si sente "tradita" da Montini». Proprio Paolo VI infatti aveva messo fine all'esperimento bolognese. Attorno al cardinal Lercaro, si era raccolta, con Dossetti, la parte più oltranzista delle élite intellettuali (troviamo qui La Valle, Alberigo, Pedrazzi e i vari cenacoli bolognesi del Mulino, del Centro di documentazione, e poi "L'Avvenire d'Italia" e "Il Regno"). Il cardinal Lercaro era uomo buono, ma forse anch'egli un po' idealista. Nelle sue "Lettere dal Concilio" (edizioni Dehoniane) il personaggio più citato e osannato è l'«Avvocato Ortolani». Proprio costui (che salirà poi alla leadership «ufficiale» della P2 con Gelli) diverrà il più fidato sostenitore di Lercaro, a cui procurerà pure cospicui finanziamenti per «mantenere agli studi i suoi ragazzi» di Bologna (in San Petronio c'è addirittura una statua di Manzù «dono del Cavaliere Ortolani»). Una volta cresciuti, gli intellettuali bolognesi (oggi foraggiati dai finanziamenti del Pci), coltiveranno l'ambizione di produrre la «primavera bolognese», ovvero l'avanguardia della sperimentazione conciliare. Paolo VI si opporrà duramente e Lercaro si dimetterà.

Esplode qui la rottura. La delusione di Paolo VI toccherà poi il colmo dell'amarezza con la vicenda del referendum sul divorzio, quando la gran parte delle élite intellettuali, che tanti anni prima aveva cresciuto come un padre, decide per la pubblica disobbedienza alla Chiesa. Sarà una ferita insanabile. Paolo VI, acutissimamente, denuncerà il crollo della fede in Italia. Le sue sono parole di dolore, di passione per la Chiesa. Ma resteranno non condivise, inascoltate e talora derise. Lo stato maggiore delle élite intellettuali si scatenerà ancora di più. Il Convegno ecclesiale del 1976, disertato dal Papa e da molti vescovi, segnerà l'apoteosi del potere degli intellettuali (la Santa Sede non riuscirà nemmeno ad ottenere le dimissioni del Comitato preparatorio dopo la morte di Bartoletti). L'"Espresso" dedicherà un servizio ai nuovi leader dei cattolici italiani: padre Sorge, Giuseppe Lazzati, Franco Bolgiani, Pietro Scoppola, Filippo Franceschi, Achille Ardigò... «L'organigramma» scriverà Sandro Magister «non potrebbe essere più eloquente: non solo per le presenze, ma anche per le assenze». In questi anni, come anche oggi, insieme alla diaspora dei cattolici, soprattutto verso il Pci (oggi verso il «nuovo» Pci), torna continuamente fuori il progetto del secondo partito cattolico.

Si tratterà perlopiù dei propositi delle élite intellettuali di farsi largo nella Dc e possibilmente prenderne le redini. Passiamo in rassegna questi tentativi. Del possibile secondo partito parla Ruggero Orfei su "Il Manifesto" il 18 dicembre 1974. Quindi, Luigi Macario, segretario aggiunto della Cisl e firmatario dell'appello dei cattolici del no, in un'intervista su "Il domani d'Italia" (febbraio 1975), la rivista di Galloni e Pratesi (poi passato al Pci nel '76). In quei mesi ne parla perfino "Avvenire". Curiosamente, nonostante la crisi della Dc sia dovuta anche alla disastrosa segreteria di Fanfani dopo l'accordo di Palazzo Giustiniani, dentro la Dc proprio gli ambienti fanfaniani, insieme a quelli della sinistra, caldeggiano questa ipotesi.

Nel 1976, per le elezioni comunali a Roma, per avversare Andreotti si fa strada l'ipotesi di una lista civica «cattolico-democratica». Magister pone fra gli ispiratori del progetto Clelio Darida (sindaco uscente, fanfaniano), Storti e Macario della Cisl, Galloni, Scoppola, De Rita, Paola Gaiotti, un esponente del clero romano, Luigi Di Liegro, Rocco Buttiglione di Cl ed esponenti delle Acli. Infatti il 28 luglio '75, al Convegno riservato al collegio Marymount, padre Sorge aveva parlato apertamente di «secondo partito di ispirazione cristiana su scala nazionale». Il 5 novembre '75 all'Hotel Midas, a Roma, veniva fondata la Lega democratica (con Scoppola, Paolo e Romano Prodi, Bassetti, Storti...) ed anche qui si parlerà del possibile secondo partito: Andreatta arriverà a quantificarlo in circa 4 milioni e mezzo di voti. È una minaccia (velleitaria) per mettere la Dc con le spalle al muro. In realtà, 1'idea di «ricomposizione», inventata da padre Sorge, serve per «utilizzare», come ha spiegato Giovanni Tassani, «il momento ecclesiale quale strumento di pressione esterna e autonoma sulla Democrazia cristiana (...). Nello stesso tempo si intendeva coinvolgere, e quindi anche neutralizzare, le spinte più radicali che venivano rappresentate in quel momento da un movimento come Comunione e liberazione». L'obbiettivo era quello di «rilanciare una leadership fucino-maritainiana in ambito culturale» e si immaginava di poterlo fare conquistando la Dc, mentre si «costituzionalizzava Cl» (Tassani).
1981, l'ultima occasione
Con l'elezione di Karol Wojtyla a Vescovo di Roma il partito degli intellettuali comincia ad immaginare di sfruttare il grande entusiasmo suscitato dal nuovo pontificato per proporsi come fiduciari del mondo cattolico e andare a riscuotere i conto a Piazza del Gesù. Progetto sponsorizzato da "Il Sabato" fin dal primo numero con un'intervista a padre Sorge. La grande occasione scattò nel 1981, sull'onda della mobilitazione cattolica nel referendum contro l'aborto (diciamo questo solo perché un giudizio chiaro ci può aiutare oggi). Le élite intellettuali non hanno partecipato che in minima parte alla battaglia, ma sono subito pronte a sfruttarne l'onda d'urto. Scoppola rilascia quattro interviste, in poche settimane, a "Il Sabato", dettando le condizioni alla Dc perché i cattolici continuino a votarla. Padre Sorge ("La Civiltà Cattolica", luglio 1981) torna a minacciare solennemente la fondazione di un secondo partito cattolico. Pedrazzi ("La Stampa", 20.11.1981) manda a dire che se la Dc non accetta l'ultimatum dei cattolici, essi «andranno con Zanone, o con i repubblicani, oppure - perché no? - con il Pci». "Il Sabato" subisce completamente la linea dei professori, facendo da cassa di risonanza. Solo don Luigi Giussani, parlando agli universitari di Comunione e liberazione, subito dopo l'attentato al Santo Padre (13 maggio 1981) e l'esito negativo del referendum sull'aborto (18 maggio 1981), affermava: «Dopo il referendum dicevo: "Ecco, questo è il momento in cui sarebbe bello essere solo in dodici in tutto il mondo". Vale a dire, un momento in cui si ritorna da capo, perché è stato dimostrato che la mentalità non è più cristiana. Il cristianesimo come presenza stabile, consistente e perciò capace di "tradere" (tradizione = comunicazione), questo cristianesimo non c'è più; quindi deve rinascere la sollecitazione alla "problematica", come risposta alla vita quotidiana; la vita umana fatta di intelligenza, libertà (cioè di giudizi e di scelte) e di energia affettiva: questa è la vita come problema affrontato e risolto».

Così si arriva all'Assemblea degli esterni del novembre 1981. Sono circa 200 gli «esterni», più di un quarto della Lega. La gran retorica sul rinnovamento finì in una discussione esclusivamente statutaria, dove ad emergere era solo l'ambizione dei professori. La parte del leone la fece Scoppola (vedi "La Discussione", 19 ottobre 1981): strillò ai quattro venti che la cosa più importante - guarda caso - erano i meccanismi di selezione della classe dirigente. A suo parere, doveva spettare «a chi ha una reale funzione di leadership sociale, culturale ed economica». Ovvero, la setta delle teste d'uovo. In quei giorni, nei corridoi dell'Assemblea, viene lanciata la candidatura di De Mita, sull'onda del rinnovamento. Fu approvata la modifica allo Statuto per dare una struttura presidenziale alla Dc, che De Mita sfrutterà per imporre il suo dispotismo.

Con la sua elezione, pochi mesi dopo, sciamano verso Piazza del Gesù proprio quelle élite intellettuali che per anni hanno predicato e praticato la diaspora e l'idea del secondo partito cattolico. Saranno loro i più accaniti guardiani dell'unità politica dei cattolici in funzione di supporto a De Mita. E i più disinvolti procacciatori di potere per le loro menti illuminate. Si dice che alle Europee dello scorso giugno Romano Prodi, per anni potente presidente dell'Iri per conto della Dc, abbia rifiutato di candidarsi, dicendo che il futuro lo chiama a Mosca. Ha una società, la Nomisma, che sta già lavorando per conto di Gorbacev... Qualche altro professore ed ecclesiastico ha ricominciato a parlare di secondo partito cattolico, altri strizzano l'occhio ad Occhetto.

Ma per il mondo cattolico, annichilito e disorientato da anni di strumentalizzazione dei professori, è finito il tunnel e potrebbe cominciare la libertà.