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La giovane partita da Inzago per la Siria: allargare lo Stato Islamico

«Noi qui stiamo ammazzando i miscredenti per poter allargare lo Stato Islamico, ok?». Hanno parlato per ore
su Skype Maria Giulia Sergio alias Fatima Az Zahra e sua sorella maggiore Marianna. Maria Giulia è in
Siria, Marianna a Inzago, nell’hinterland milanese. La prima sta cercando di convincere la seconda a
trasferirsi nello Stato Islamico e fare l ’hijrah , il pellegrinaggio. È un quadro inquietante quello che emerge
dalle intercettazioni che hanno portato nella notte tra martedì e mercoledì all’arresto di dieci persone a
Milano. Figura centrale della vicenda, Maria Giulia, 28 anni. Fino al 2006 era una ragazza come tutte le altre,
carina, studiosa. Frequentava l’Itsos Marie Curie di Cernusco. «Andava bene in latino, faceva l’ora di
religione», spiegano gli insegnanti. Poi, nel 2007, la conversione. Alla Statale di Milano, facoltà di
biotecnologie, Maria Giulia è rimasta impressa. «Veniva a lezione velata dalla testa ai piedi». Nel 2008 si
sposa con Jamal, un tunisino conosciuto in pizzeria. Ma Jamal non è sufficientemente integralista per lei,
beve, non rispetta il Ramadan. Così alla la moschea di Treviglio Maria Giulia trova una donna, Lubjana, che
promette di procurarle il marito giusto. Aldo Kobuzi, 23 anni, albanese: è lui il mujaheddin con cui coronare
il suo sogno. Pochi giorni e i due si spostano in Maremma dai parenti di lui. Ma la destinazione finale è
Gaziantep, Turchia, da cui entrano in Siria seguendo il percorso di tutti i foreign fighters. Mentre aspetta che
il marito torni dal campo di addestramento in Iraq, Maria Giulia parla con il padre. Accenna a un bambino
ma non è chiaro se sia incinta o meno. Racconta di aver imparato a sparare col kalashnikov e di star
seguendo l’addestramento. La studentessa ha definitivamente lasciato il posto alla jihadista. «Papà, non devi
più lavorare... Sono loro che sono i nostri schiavi, non noi», strepita. Sergio è stato messo in cassa
integrazione da una società di impianti elettrici, deve scegliere se tornare a lavorare o accettare il
prepensionamento. Si è convertito, ma l’idea di trasferirsi in Siria non lo entusiasma. «Una volta lì posso
comprare una macchina?», chiede. Anche Assunta, la madre, non è convinta: «E se poi non mi trovo bene?».
«C’è anche la lavatrice?... Sai che mamma deve fare sette/otto lavatrici al giorno», si legge ancora
nell’ordinanza firmata dal gip Ambrogio Moccia. Le risa si alternano ai momenti di tensione: «Se non venite
vuole dire che siete dei miscredenti e io non vi vorrò più bene». E non mancano le liti quando il nome di
Maria Giulia finisce sui giornali. «Voi non dovete dire niente, capito? Bruciate tutto», ordina mentre i
giornalisti assediano la palazzina color ocra di via Garibaldi. Una famiglia intera, i Sergio. Italiani, tutti
convertiti all’Islam già da prima che la figlia partisse. Tutti pronti a sostenere la causa jihadista. Marianna è
la prima a cedere alle pressioni della sorella. Mette in vendita i mobili di casa su Internet. Il sogno sembra
avverarsi, vivranno tutti nello Stato Islamico. Assunta fa il passaporto, Sergio si licenzia e prende i suoi 25
mila euro di liquidazione, Marianna divorzia dal marito. Il tutto mentre Maria Giulia organizza il viaggio con
i suoi contatti in Siria e sentenzia: «Voi dovete capire questo, fino ad oggi noi abbiamo sbagliato nella vita
perché abbiamo vissuto nel peccato». Tutto sembra andare secondo i piani di questa ragazza che da
adolescente sognava di diventare medico e di salvare i bambini dalle malattie. Fino a ieri, quando un’intera
famiglia italiana è finita in manette con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo.