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La Misericordia non è buonismo

All’Angelus del 15 settembre 2013 papa Francesco è tornato sul tema, che gli è caro, della misericordia di Dio, invitando però a non confonderla con il buonismo o con una confusione morale, che rifiuta di riconoscere il «cancro» del peccato per quello che è.

L’Angelus ha avuto un momento rilevante anche nel ricordo di don José Gabriel Brochero (1840-1914), proclamato beato sabato 14 settembre in Argentina. Non si tratta solo di un ricordo di circostanza. «El cura Brochero», popolarissimo in Argentina, è stato spesso indicato dal cardinale Bergoglio come modello e, per così dire, metafora del suo stile pastorale. Il beato Brochero – cui era dedicata una parte anche della bella mostra sulla cultura dei «gauchos», allestita in Vaticano e poi a Loreto nei mesi scorsi – si dedicò infatti, con grandissimi sacrifici a evangelizzare i «gauchos», questa sorta di cow-boy della pampa argentina che spesso erano lontanissimi non solo dalla Chiesa ma anche dalla civiltà, invitandoli a uno a uno agli Esercizi spirituali. Nell’epopea del beato Brochero il cardinale Bergoglio vedeva una metafora della Chiesa di oggi. Anche se nella pampa ci sono ormai pochi «gauchos», l’idea di andare a cercare uno per uno uomini smarriti, cui si deve insegnare di nuovo tutto, le verità naturali elementari prima ancora di quelle soprannaturali, accomuna il beato Brochero alla Chiesa impegnata nella «nuova evangelizzazione» nel ventunesimo secolo.

Il «cura Brochero», ha detto Francesco, «stava con la gente, e cercava di portare tanti agli esercizi spirituali. Andava per chilometri e chilometri, cavalcando le montagne, con la sua mula che si chiamava “Facciabrutta”, perché non era bella. Andava anche con la pioggia, era coraggioso!». «Alla fine, questo Beato era cieco e lebbroso, ma pieno di gioia, la gioia del buon Pastore, la gioia del Pastore misericordioso!».

Le tre parabole del capitolo 15 del Vangelo di Luca, letto nella Messa la domenica 15 settembre, sono molto consonanti con la storia del beato Brochero. Si tratta delle parabole della pecorella smarrita, della moneta perduta, e del figliol prodigo. «Tutte e tre queste parabole – ha detto il Papa – parlano della gioia di Dio. Dio è gioioso. Interessante questo: Dio è gioioso! E qual è la gioia di Dio? La gioia di Dio è perdonare, la gioia di Dio è perdonare! E’ la gioia di un pastore che ritrova la sua pecorella; la gioia di una donna che ritrova la sua moneta; è la gioia di un padre che riaccoglie a casa il figlio che si era perduto, era come morto ed è tornato in vita, è tornato a casa. Qui c’è tutto il Vangelo! Qui! Qui c’è tutto il Vangelo, c’è tutto il Cristianesimo!».

Eppure la nostra cultura rischia di capire male le parabole, di capire male la strategia pastorale di Papa Francesco e perfino di capire male il beato Brochero. «Ma guardate – ha detto il Pontefice – che non è sentimento, non è “buonismo”! Al contrario, la misericordia è la vera forza che può salvare l’uomo e il mondo dal “cancro” che è il peccato, il male morale, il male spirituale. Solo l’amore riempie i vuoti, le voragini negative che il male apre nel cuore e nella storia». La misericordia di Dio è offerta a tutti, ma non tutti la accolgono. Per accogliere la misericordia del Signore non bastano le parole, non bastano i sentimenti. Occorre abbandonare gli «idoli falsi», i «miraggi di felicità», e riconoscere con franchezza e onestà che il peccato è il cancro che apre voragini nella vita dei singoli, nella vita delle società, nella storia. Dio elargisce la sua misericordia «quando uno di noi peccatore va da Lui e chiede il suo perdono». Questo non è buonismo.

La figura del fratello del figliol prodigo, d’altro canto, ci mette in guardia anche dall’errore che commettiamo quando «giudichiamo anche Dio, perché pensiamo che dovrebbe castigare i peccatori, condannarli a morte, invece di perdonare. Allora sì che rischiamo di rimanere fuori dalla casa del Padre! Come quel fratello maggiore della parabola, che invece di essere contento perché suo fratello è tornato, si arrabbia con il padre che lo ha accolto e fa festa».

Dobbiamo sempre ricordare che, se ci comportiamo come quel fratello maggiore, «non siamo in comunione con Dio, anche se osserviamo tutti i precetti, perché è l’amore che salva, non la sola pratica dei precetti». Alla fine, siamo vittima anche noi del diavolo, che ci fa credere che con le nostre sole forze, rispettando i comandamenti con uno sforzo di volontà, riusciremo a salvarci da soli. «Il Maligno è furbo, e ci illude che con la nostra giustizia umana possiamo salvarci e salvare il mondo. In realtà, solo la giustizia di Dio ci può salvare!». Guardiamo alla Croce. È la Croce «l’atto supremo di giustizia che ha sconfitto una volta per tutte il Principe di questo mondo; e questo atto supremo di giustizia è proprio anche l’atto supremo di misericordia».