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La prima comunione nel cortile di casa "La vita vince la paura"

PIEVE DI CENTO (BOLOGNA)
«Siamo tutti qui, accampati. Ma oggi è una grande festa, perché abbiamo trovato il Signore anche in mezzo al terremoto».

Gracchia il microfono di don Paolo Rossi, ma poco importa. Come poco importa che al posto della navata della Chiesa ci sia un anonimo condominio, che là dove si è abituati a vedere un maestoso e venerato Crocefisso in legno ci sia una piccola croce argentata, e la corale sia stata sostituita da un paio di gazebo sotto i quali le chitarre intonano canti gioiosi.

Ma soprattutto poco importa ai 48 bambini che la loro Prima Comunione venga celebrata a cielo aperto, lontano dalla Chiesa che hanno visto tante volte e che ora è stata scoperchiata dal sisma.

Ecco l'immagine dell'Emilia che non si ferma, che non si vuole fermare. Siamo a Pieve di Cento, in provincia di Bologna, comune di 7 mila abitanti, dove il terremoto di martedì scorso ha minato la solidità del centro storico, mutilando decine di case e facendo collassare su se stessa la cupola della Collegiata maggiore. Un centinaio di sfollati nel campo allestito dalla Protezione civile, tende che spuntano nei cortili dove le famiglie vanno a passare la notte, e la paura, costante e ingestibile, che vedi e palpi negli occhi delle persone.

Ma l'Emilia che non si vuole fermare oggi è qua: attorno a Don Paolo che ha non ha voluto annullare e rinviare la celebrazione della prima Comunione, insieme a Gabriele, il sacrestano, che cerca di improvvisare un altare a pochi metri da una pista di salto in lungo, a Stefano, l'accolito, che con gli occhi disegna nell'erba gli spazi in un immaginario presbiterio, alle oltre 500 persone che si sono strette attorno alla comunità come se fosse un giorno normale, una Messa normale.

«In tutte le chiese presenti nel comune ci sono danni gravissimi», spiega Luca Borsari, assessore ai Lavori pubblici e all'Ambiente. «Si parla di milioni di euro di danni, e un patrimonio di inestimabile valore da salvaguardare. Anche se adesso la vera urgenza è tentare di ingabbiare la facciata della Chiesa di Santa Maria Maggiore e puntellare tutto l'edificio: una scossa simile a quelle giù venute potrebbe essere letale».

Nella sua omelia Don Paolo parla pochissimo di quanto successo, non c'è ne bisogno. Si vuole lasciare spazio alla speranza. Solo durante la preghiera dei fedeli si fa appello ai politici e ai governanti, perché siano solleciti nelle decisioni e nelle azioni. «Rallegriamoci, è la vita che distrugge ogni paura» cantano con energia i giovani della parrocchia, mentre i bambini sfilano sotto il sole per ricevere il sacramento, con «eleganza e armonia perché siamo sempre nella casa di Dio», come aveva suggerito sottovoce pochi minuti prima il parroco.

I genitori sorridono, fanno fotografie. A pochi metri altri genitori preparano un rinfresco, sobrio ma abbondante, perché sia veramente una festa di tutti. C'è voglia di socialità. Di condividere la preoccupazione per le crepe, per le industrie chiuse, per negozi che non possono aprire le serrande. Un bambino si dice triste per non aver potuto accendere neppure una candela. Un altro chiede se prima di uscire dal giardino bisogna fare l'inchino.

«Un po' mi è dispiaciuto non essere in Chiesa, ma Gesù mi è entrato nel cuore anche così». Sorride Simone, 9 anni, faccia furba e sguardo curioso . Dei 48 bambini è l'unico che vive in tenda dal giorno della scossa. «L'unica parte rimasta agibile della casa è il garage: siamo andati lì a cambiarci e a metterci i vestiti belli». E anche il pranzo festoso, con i nonni e i parenti, è rinviato ad appena sarà possibile.

«Sì, è giusto così», conclude Simone. «Però è stato bello perché tanti amici mi hanno invitato al loro pranzo e a giocare insieme: questo mi ha reso molto felice». La Messa è finita, ma prima di salutare tutti Don Paolo ha ancora un ultimo avviso: l'«Estate ragazzi» ci sarà, non si sa bene dove e come, ci si organizzerà, ma la parrocchia non ha intenzione di chiudere per terremoto. Eccola l'Emilia che sta ripartendo