Share |

La repubblica islamica di Imbaba

“Jasoos israili!”. Una spia israeliana! L’urlo peggiore che può capitare di sentire al Cairo si alza in una stradina di Imbaba, un’area malmessa della capitale che da sola contiene sei milioni di abitanti, come se tutti gli abitanti della Libia fossero stipati in condomini senza orizzonte sulla riva ovest del Nilo. “L’israeliano, l’israeliano!”. Cosa ci farebbe una spia vera del Mossad proprio qui, invece che nei dintorni di una base per gli esperimenti nucleari in Iran o sotto i balconi degli hotel di Dubai dove s’incontrano i faccendieri del medio oriente, non c’è neppure il tempo di chiederlo.

Gli egiziani di Imbaba mollano quello che comunque non stavano facendo, si staccano dai muri, corrono da ogni direzione con le mani allungate per afferrare l’inviato del Foglio, la spia!, bloccano ogni via d’uscita, tirano pugni. C’è poco da andare lontano, si finisce in un angolo chiuso. Non vogliono i soldi o il telefonino, cercano di aprire la mano con dentro la macchina fotografica (dentro: foto di viuzze ingombrate dai cumuli di spazzatura e dalle pecore). Per fortuna arriva un Mr Orologio d’oro, alto, più calmo degli altri e in possesso di qualche autorità su di loro e anche il primo a comprendere che la frase ripetuta senza smettere, “non sono israeliano, sono italiano”, forse corrisponde a verità. Segue negoziato di fronte alla folla carica d’odio. “Kalb, ibn al kalb”, cane, figlio di cane.

E’ lì, vicino alle rotaie inutilizzate che attraversano Imbaba e che sono state trasformate in una discarica lunghissima, che si materializza come un vapore diabolico il Super arabo, un’entità collettiva svuotata di ogni coscienza singola e critica e riempita dalla propaganda con riflessi ciechi e con la più irragionevole spazzatura. Spazzatura per terra, spazzatura dentro le teste. Così il Super arabo reagisce per automatismi, senza giudizio personale, senza più pensare: una spia israeliana – inseguire – picchiare. Questi che formano l’entità sono gli stessi che credono alla storia dello squalo addestrato da Israele per andare ad attaccare gli stranieri davanti alla spiaggia di Sharm el Sheik e danneggiare così l’economia dell’Egitto. E quindi che fanno, i patrioti di Imbaba? Per reazione al Grande complotto sionista, attaccano per davvero lo straniero che vedono passare in strada. Il Super arabo non è un monolite, in lui ci sono delle fessure, cede davanti all’evidenza: se uno è italiano, è italiano. C’è la domanda, che però resta in gola per non tentare troppo la sorte: che cosa fareste se qui ci fosse un ebreo?

Il Cairo non è ospitale con i giornalisti che vengono da fuori. La settimana scorsa, un’altra folla a Shoubra, area di copti, un altro quartiere messo male, ha circondato e arrestato la corrispondente di Time, Abigail Housloner, per la terribile colpa di intervistare un pizzicagnolo nel suo negozio alla luce del giorno e l’ha consegnata alla polizia, che dopo un paio di ore – e dopo una paternale surreale sulla colpa di fare domande alla gente per strada – l’ha rilasciata. A un’intera troupe di al Jazeera, accusata in blocco di fare parte del Mossad, stava per andare peggio – già, persino a loro: non si sa mai che i sionisti per passare inosservati si travestano perfidamente da corrispondenti della televisione più seguita del mondo arabo. Erano a bordo di un furgone televisivo, sono riusciti a sfilarsi in tempo dalla rabbia di strada.

Dirimpetto a Imbaba c’è l’isola sul fiume di Zamalek, che è il quartiere di lusso e internazionale del Cairo, con i ristoranti italiani, le pâtisserie francesi e i viali alberati. Da questa parte del Nilo, c’è invece la periferia densissima, tre volte più affollata di Manhattan e senza i grattacieli che guadagnano spazio, anzi, scarseggia pure l’asfalto. E’ uno di quei posti dove la topografia urbana diventa politica e religione: il reticolo di strade strette e ingombre di roba tra i palazzoni lo rende un luogo che si può separare dal resto, può scegliere l’isolamento, è facilmente difendibile, come i centri medievali di una volta, forse è imprendibile. E infatti negli anni Novanta Imbaba è diventato un’entità a sé, uno stato dentro lo stato, dove il governo non osava mettere piede e dove – come spesso succede nel mondo islamico – il vuoto della politica è stato sostituito dalla religione. La topografia reclusiva è diventata un islam diverso da quello praticato nel resto del Cairo. I salafiti guidati dallo sceicco Gabér, un uomo di al Gamaa islamiyah, la stessa fazione estremista che assassinò il presidente Sadat, imposero la propria regola.

Assistenza ai poveri, arbitrati per ogni disputa, caccia alle prostitute e agli spacciatori di droga, e anche, ovviamente, velo pure sul volto per le donne, roghi contro i negozi che affittavano videocassette occidentali e imposizione della tassa religiosa sui cristiani. Il resto della capitale soprannominò quel quartiere “la Repubblica islamica di Imbaba”. Durante i sermoni del venerdì, a volte, si ascoltava la trasmissione trionfale dei nastri con l’audio dell’assassinio di Sadat, il culmine memorabile del successo per l’islamismo combattente qui in Egitto – ma anche l’inizio della sua grande sconfitta, perché da quel giorno il paese fu governato con la sola ossessione di sradicare la devianza fondamentalista.
Il governo di Hosni Mubarak decise che era troppo pericoloso tollerare un’eclave così gigantesca e così al di fuori di ogni controllo all’interno della capitale e mandò un corpo di spedizione di dodicimila soldati con i mezzi corazzati che occupò militarmente il quartiere per sei settimane, riportando l’ordine politico. Con l’aiuto finanziario dell’America, il governo investì per asfaltare strade, costruire fognature, portare luce e collegamenti telefonici. Predizione dell’anno scorso, da parte del governatore di Giza, che sta sullo stesso lato del Nilo: presto Imbaba diventerà uno dei quartieri migliori del Cairo.

Così non è successo. Oggi le strade sono ancora ingombre di spazzatura, le donne girano con il velo tutte, non come nel resto del Cairo, dove la situazione è mista. Asini, pecore e capre si muovono tra i palazzi. Non si vede la polizia, che negli altri quartieri, come Zamalek, Mohandessin e Dokki è invece dappertutto, e ha sedie sui marciapiedi per sorvegliare ogni angolo di strada. Si dice che qui la giustizia islamica sia ancora in vigore, a un giovane che ha rubato un tuk tuk – sono le motocarrozzette a tre ruote che circolano meglio dentro Imbaba – sarebbe stata tagliata una mano, o, in un’altra versione, un orecchio.

La campagna dei Fratelli musulmani, che sono la forza meglio organizzata e più conosciuta a presentarsi alle elezioni, è partita proprio da Imbaba tre mesi fa. Anzi, è cominciata da anni, con una rete assistenziale che ora si prepara a riscuotere i suoi frutti. Sheikh Yassir riceve in uno dei due uffici che la Fratellanza ha aperto nel quartiere, uno stanzone lungo e stretto, un frigo, una grande targa che dice “Il Corano e nient’altro”, tre scrivanie dove una ventina di incaricati riceve chi ha bisogno. Yassir è tarchiato, spiega al Foglio come funziona la carità, “i Fratelli musulmani sono gli unici a fare campagna da queste parti con questa intensità”. Girano di casa in casa, assistono 1.500 orfani, indicono gare di lettura del Corano con premi per i più giovani, organizzano gite al mare per i giovani. C’è sempre una connotazione molto fisica, materiale, nella politica in mezzo alla popolazione come la intendono i Fratelli musulmani: nei villaggi fuori dalla capitale portano in piazza una vacca, la uccidono, la squartano, dividono la carne tra gli abitanti, ricevono promesse sincere per il giorno delle elezioni, quando un apposito bus della Fratellanza raccoglierà chi oggi ha mangiato per andare a depositare il voto alle urne. Dentro Imbaba, distribuiscono a 8 ghinee al chilo – dal macellaio costa almeno 40 –, senza problemi, ed è quasi un miracolo considerando che quest’estate a Imbaba due bande di macellai in lite per vendite sottocosto si spararono con gli Ak-47. Oppure girano con un frullatore in mano, pronti a convincere chi dubita del futuro radioso per chi voterà il partito della Libertà e Giustizia, ovvero il paravento politico della Fratellanza.“Jasoos israili!”. Una spia israeliana! L’urlo peggiore che può capitare di sentire al Cairo si alza in una stradina di Imbaba, un’area malmessa della capitale che da sola contiene sei milioni di abitanti, come se tutti gli abitanti della Libia fossero stipati in condomini senza orizzonte sulla riva ovest del Nilo. “L’israeliano, l’israeliano!”. Cosa ci farebbe una spia vera del Mossad proprio qui, invece che nei dintorni di una base per gli esperimenti nucleari in Iran o sotto i balconi degli hotel di Dubai dove s’incontrano i faccendieri del medio oriente, non c’è neppure il tempo di chiederlo.

Gli egiziani di Imbaba mollano quello che comunque non stavano facendo, si staccano dai muri, corrono da ogni direzione con le mani allungate per afferrare l’inviato del Foglio, la spia!, bloccano ogni via d’uscita, tirano pugni. C’è poco da andare lontano, si finisce in un angolo chiuso. Non vogliono i soldi o il telefonino, cercano di aprire la mano con dentro la macchina fotografica (dentro: foto di viuzze ingombrate dai cumuli di spazzatura e dalle pecore). Per fortuna arriva un Mr Orologio d’oro, alto, più calmo degli altri e in possesso di qualche autorità su di loro e anche il primo a comprendere che la frase ripetuta senza smettere, “non sono israeliano, sono italiano”, forse corrisponde a verità. Segue negoziato di fronte alla folla carica d’odio. “Kalb, ibn al kalb”, cane, figlio di cane.

E’ lì, vicino alle rotaie inutilizzate che attraversano Imbaba e che sono state trasformate in una discarica lunghissima, che si materializza come un vapore diabolico il Super arabo, un’entità collettiva svuotata di ogni coscienza singola e critica e riempita dalla propaganda con riflessi ciechi e con la più irragionevole spazzatura. Spazzatura per terra, spazzatura dentro le teste. Così il Super arabo reagisce per automatismi, senza giudizio personale, senza più pensare: una spia israeliana – inseguire – picchiare. Questi che formano l’entità sono gli stessi che credono alla storia dello squalo addestrato da Israele per andare ad attaccare gli stranieri davanti alla spiaggia di Sharm el Sheik e danneggiare così l’economia dell’Egitto. E quindi che fanno, i patrioti di Imbaba? Per reazione al Grande complotto sionista, attaccano per davvero lo straniero che vedono passare in strada. Il Super arabo non è un monolite, in lui ci sono delle fessure, cede davanti all’evidenza: se uno è italiano, è italiano. C’è la domanda, che però resta in gola per non tentare troppo la sorte: che cosa fareste se qui ci fosse un ebreo?

Il Cairo non è ospitale con i giornalisti che vengono da fuori. La settimana scorsa, un’altra folla a Shoubra, area di copti, un altro quartiere messo male, ha circondato e arrestato la corrispondente di Time, Abigail Housloner, per la terribile colpa di intervistare un pizzicagnolo nel suo negozio alla luce del giorno e l’ha consegnata alla polizia, che dopo un paio di ore – e dopo una paternale surreale sulla colpa di fare domande alla gente per strada – l’ha rilasciata. A un’intera troupe di al Jazeera, accusata in blocco di fare parte del Mossad, stava per andare peggio – già, persino a loro: non si sa mai che i sionisti per passare inosservati si travestano perfidamente da corrispondenti della televisione più seguita del mondo arabo. Erano a bordo di un furgone televisivo, sono riusciti a sfilarsi in tempo dalla rabbia di strada.

Dirimpetto a Imbaba c’è l’isola sul fiume di Zamalek, che è il quartiere di lusso e internazionale del Cairo, con i ristoranti italiani, le pâtisserie francesi e i viali alberati. Da questa parte del Nilo, c’è invece la periferia densissima, tre volte più affollata di Manhattan e senza i grattacieli che guadagnano spazio, anzi, scarseggia pure l’asfalto. E’ uno di quei posti dove la topografia urbana diventa politica e religione: il reticolo di strade strette e ingombre di roba tra i palazzoni lo rende un luogo che si può separare dal resto, può scegliere l’isolamento, è facilmente difendibile, come i centri medievali di una volta, forse è imprendibile. E infatti negli anni Novanta Imbaba è diventato un’entità a sé, uno stato dentro lo stato, dove il governo non osava mettere piede e dove – come spesso succede nel mondo islamico – il vuoto della politica è stato sostituito dalla religione. La topografia reclusiva è diventata un islam diverso da quello praticato nel resto del Cairo. I salafiti guidati dallo sceicco Gabér, un uomo di al Gamaa islamiyah, la stessa fazione estremista che assassinò il presidente Sadat, imposero la propria regola.

Assistenza ai poveri, arbitrati per ogni disputa, caccia alle prostitute e agli spacciatori di droga, e anche, ovviamente, velo pure sul volto per le donne, roghi contro i negozi che affittavano videocassette occidentali e imposizione della tassa religiosa sui cristiani. Il resto della capitale soprannominò quel quartiere “la Repubblica islamica di Imbaba”. Durante i sermoni del venerdì, a volte, si ascoltava la trasmissione trionfale dei nastri con l’audio dell’assassinio di Sadat, il culmine memorabile del successo per l’islamismo combattente qui in Egitto – ma anche l’inizio della sua grande sconfitta, perché da quel giorno il paese fu governato con la sola ossessione di sradicare la devianza fondamentalista.
Il governo di Hosni Mubarak decise che era troppo pericoloso tollerare un’eclave così gigantesca e così al di fuori di ogni controllo all’interno della capitale e mandò un corpo di spedizione di dodicimila soldati con i mezzi corazzati che occupò militarmente il quartiere per sei settimane, riportando l’ordine politico. Con l’aiuto finanziario dell’America, il governo investì per asfaltare strade, costruire fognature, portare luce e collegamenti telefonici. Predizione dell’anno scorso, da parte del governatore di Giza, che sta sullo stesso lato del Nilo: presto Imbaba diventerà uno dei quartieri migliori del Cairo.

Così non è successo. Oggi le strade sono ancora ingombre di spazzatura, le donne girano con il velo tutte, non come nel resto del Cairo, dove la situazione è mista. Asini, pecore e capre si muovono tra i palazzi. Non si vede la polizia, che negli altri quartieri, come Zamalek, Mohandessin e Dokki è invece dappertutto, e ha sedie sui marciapiedi per sorvegliare ogni angolo di strada. Si dice che qui la giustizia islamica sia ancora in vigore, a un giovane che ha rubato un tuk tuk – sono le motocarrozzette a tre ruote che circolano meglio dentro Imbaba – sarebbe stata tagliata una mano, o, in un’altra versione, un orecchio.

La campagna dei Fratelli musulmani, che sono la forza meglio organizzata e più conosciuta a presentarsi alle elezioni, è partita proprio da Imbaba tre mesi fa. Anzi, è cominciata da anni, con una rete assistenziale che ora si prepara a riscuotere i suoi frutti. Sheikh Yassir riceve in uno dei due uffici che la Fratellanza ha aperto nel quartiere, uno stanzone lungo e stretto, un frigo, una grande targa che dice “Il Corano e nient’altro”, tre scrivanie dove una ventina di incaricati riceve chi ha bisogno. Yassir è tarchiato, spiega al Foglio come funziona la carità, “i Fratelli musulmani sono gli unici a fare campagna da queste parti con questa intensità”. Girano di casa in casa, assistono 1.500 orfani, indicono gare di lettura del Corano con premi per i più giovani, organizzano gite al mare per i giovani. C’è sempre una connotazione molto fisica, materiale, nella politica in mezzo alla popolazione come la intendono i Fratelli musulmani: nei villaggi fuori dalla capitale portano in piazza una vacca, la uccidono, la squartano, dividono la carne tra gli abitanti, ricevono promesse sincere per il giorno delle elezioni, quando un apposito bus della Fratellanza raccoglierà chi oggi ha mangiato per andare a depositare il voto alle urne. Dentro Imbaba, distribuiscono a 8 ghinee al chilo – dal macellaio costa almeno 40 –, senza problemi, ed è quasi un miracolo considerando che quest’estate a Imbaba due bande di macellai in lite per vendite sottocosto si spararono con gli Ak-47. Oppure girano con un frullatore in mano, pronti a convincere chi dubita del futuro radioso per chi voterà il partito della Libertà e Giustizia, ovvero il paravento politico della Fratellanza.