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Le donne tunisine nel mirino

Se nella Tunisia di Ben Ali non volava mosca che il dittatore non lo sapesse, se nella Tunisia di Ben Ali la censura di regime era all’ordine del giorno, bisogna pur ammettere che la condizione delle donne, pienamente inserite nella società, era una delle migliori nel mondo arabo. Un unicum.

Ebbene, oggi dopo la "rivoluzione del gelsomino", dopo le prime elezioni democratiche, non si può certo affermare che i tunisini, ma soprattutto le tunisine stiano meglio.
Il 3 novembre scorso l’Associazione tunisina delle donne democratiche ha diffuso un comunicato dal titolo No alla violenza e all’intimidazione contro le donne in cui si leggeva: «A seguito di incidenti dei quali siamo venute a conoscenza che hanno avuto luogo in luoghi di insegnamento nel nostro Paese, che riguardano atti di violenza e violazione delle libertà individuali in alcune scuole, istituti e facoltà, dove alcune persone hanno cercato di imporre abbigliamenti settari a studentesse e professoresse non velate, talvolta con l’intimidazione talaltra con la violenza, l’Associazione tunisina delle donne democratiche esprime il proprio rifiuto di principio e la sua condanna di queste pratiche contrarie ai principi della libertà di vestirsi, della libertà di opinione e di religione, e mette in guardia nei confronti di queste pratiche numerose e organizzate aventi come bersaglio le donne. […] invitiamo tutte le componenti della società civile a sensibilizzare l’opinione pubblica alla vigilanza, a difendere le istituzioni educative da tutte le rivendicazioni religiose e partigiane […]».

Nei mesi scorsi nelle università di Sousse, Qayrouan e Gabés i salafiti avevano manifestato e creato disordini per il rifiuto di ammettere studentesse con il velo integrale. Lunedì è stata la volta della Facoltà di Lettere dell’Università della Manouba di Tunisi dove una studentessa si è presentata all’esame con il velo integrale e la docente, seguendo le regole dettate dal Consiglio di facoltà, non l’ha ammessa all’esame. Anche in questo caso i salafiti, ovviamente tutti uomini vestiti come afghani o pakistani, non certo come tunisini, hanno manifestato e provocato scontri perché esigono che le donne in niqab vengano ammesse all’università, che abbiano luoghi di preghiera, che vi siano aule separate per ragazzi e ragazze.

Pochi giorni fa i salafiti hanno colpito Iqbal Gharbi, la prima docente di psicologia all’università tunisina della Zaytouna, ovvero l’università islamica di Tunisi che vanta una tradizione di studi e ricerca che mirano a coniugare islam e laicità. La Gharbi è una fautrice di una interpretazione in chiave moderna dell’islam e del testo coranico. Nominata dal governo di transizione direttrice responsabile di Radio Zaitouna si è vista occupare l’ufficio da un gruppo di uomini, sempre con barba lunga e tunica bianca, che si sono identificati come membri del “Comitato tunisino per la promozione del bene e la proibizione del male”. Gli unici paesi islamici in cui esiste siffatta istituzione sono l’Arabia Saudita e l’Iran e corrisponde alla tanto temuta polizia religiosa! Il fondatore del Comitato sarebbe lo shaykh Adel al-Ulaymi che ha dichiarato al quotidiano tunisino al-Maghreb che l’intenzione è quella di controllare la società tunisina dal punto di vista religioso, sociale, politico, economico.

Una delle prime a lanciare l’allarme è stata Amel Grami, docente di Religioni comparate all’Università della Manouba, che ha denunciato non solo il peggioramento della condizione della donna dopo la rivoluzione, ma anche i numerosi casi di violenza. In un recente articolo ha scritto: «Niente più paura dopo oggi… questo è stato il motto subito dopo avere cacciato la dittatura, ma purtroppo il cerchio della paura è tornato a soffocarci. […] Non pensavamo che la dittatura avrebbe lasciato il posto a una nuova dittatura così rapidamente, non avremmo mai immaginato che la nuova dittatura, dopo la rivoluzione di cui siamo stati orgogliosi, fosse all’insegna del velo integrale e delle sale di preghiera nell’università».

Ha certamente ragione l’intellettuale iracheno Abdulkhaliq Hussein quando scrive che «questi ultimi sviluppi in Tunisia, ci conducono a ritenere, con cognizione di causa, che queste fazioni che vogliono impartire ordini perentori alle tunisine in nome della religione non siano molto distanti dal movimento al-Nahdha e che forse il movimento si opponga a questi gruppi solo per non dovere rispondere di tali atti davanti al popolo e al mondo. Per questa ragione, se questi comportamenti deprecabili commessi da questi gruppi estremisti per diffondere il terrore tra la gente in nome della religione non hanno nulla a che fare con al-Nahdha, allora il suo leader Rachid al-Ghannouchi dovrebbe prendere le distanze dandone notizia tramite i mezzi di comunicazione e condannare questi atti».

Per il momento la presa di distanza non è avvenuta. D’altronde un movimento islamico che tra i suoi candidati aveva Souad Abderrahim, una donna senza velo potrebbe anche schierarsi contro chi vorrebbe imporre il niqab nelle università tunisine… ma sarà difficile. La Abderrahim che ha dichiarato che al-Nahdha «non interverrà sullo stile di vita dei tunisini e delle tunisine, non intaccherà i diritti acquisiti delle donne e non ha piani segreti per l'islamizzazione del Paese», al contempo ha già sollevato polemiche nel momento in cui ha affermato che «vergogna per i paesi arabi musulmani che mostrano clemenza per donne che compiono atti abominevoli fuori dal matrimonio». «Si tratta di peccatrici - ha affermato la neoeletta -, che eticamente non avrebbero diritto di esistere», precisando però che le uniche ragazze madri ad avere bisogno di assistenza sono le vittime di violenze sessuali, categoria che dovrebbe essere protetta dalla legge. E il diritto islamico prevede la lapidazione per l’adultera!

Tutto questo ci fa dedurre che la primavera araba è diventata la primavera degli estremisti islamici, che si sostengono non foss’altro che con l’omertà e il silenzio stampa, e che le prime vittime sono le donne, ma nel caso della Tunisia saranno di sicuro le donne come Ikqbal Gharbi e Amel Grami, ad essere la spina nel fianco dell’estremismo al potere.