Share |

Le grandi persecuzioni da Decio a Diocleziano

tratto da: Karl BIHLMEYER - Hermann TUECHLE, Storia della Chiesa, Morcelliana, Brescia 1960, vol. 1, p. 113-120

1. A prescindere dalla breve persecuzione sotto Massimino la Chiesa aveva già goduto quarant'anni di pace. In questo periodo guadagnò notevolmente terreno e potè sviluppare indisturbata la sua organizzazione. Penetrò più che in passato anche nelle gerarchie dello Stato e nella società e conquistò molti aderenti perfino fra i nobili e i funzionari. Ma all'accrescimento esterno non corrispondeva il perfezionamento interiore; la lunga pace aveva portato un certo rilassamento. Parecchi chierici e laici si erano dati alla vita mondana ed erano diventati cristiani tiepidi.

Come osserva Cipriano («De lapsis» 5) "per mettere alla prova la sua famiglia" Dio mandò un'altra persecuzione. Fu di breve durata, ma violentissima e pericolosa. È dovuta a Decio (249-5I) (35), uno di quegli imperatori militari poco colti, ma pieni di energia, di origine pannonico-illirica, che fecero una politica di restaurazione in grande stile. Egli voleva dare all'Impero quasi in rovina per la corruzione e l'invadenza soffocatrice del costume orientale maggiore forza di resistenza contro i nemici esterni ed interni e riportarlo allo splendore di un tempo; credeva quindi di dover sottomettere all'antica religione nazionale unitaria in primo luogo i cristiani, a suo avviso i nemici più pericolosi dello Stato Romano.

Procedette con tale decisione e così sistematicamente che la sua persecuzione ha un'importanza superiore a tutte le precedenti ed inaugura un periodo nuovo nella storia delle stesse (cfr. § 14, 3). Un editto della fine del 249 o dell'inizio del 250 ordinava a tutti i sudditi di offrire agli dèi, unitamente alle mogli e ai figlioli, un solenne sacrificio propiziatorio («supplicatio»). Contro gli esitanti si doveva procedere ricorrendo a tutti i mezzi propri di una giustizia crudele: carcere, confisca dei beni, esilio, lavori forzati, poi, crescendo in asprezza, la tortura e finalmente, in certe circostanze - non in molti casi - anche la pena di morte. I vescovi erano presi di mira in modo speciale ("tyrannus infestus sacerdotibus", Cypr. Ep. 55, g); Decio diceva di tollerare più facilmente un rivale nell'Impero che un vescovo cristiano a Roma (l. c.).

Poiché il colpo venne come fulmine a ciel sereno, grande fu lo spavento dei cristiani. Purtroppo in molti casi essi diedero prova di scarsa forza di resistenza: nelle grandi città come Alessandria, Cartagine, Smirne e Roma, si verificò una defezione in massa (Eus. VI, 39-41; Cypr. «De lapsis» 7-9); tradirono la fede persino alcuni vescovi. Una parte dei cristiani apostati («lapsi») offerse agli dèi sacrifici di animali o di incenso («sacrificati», «turificati»), altri invece, senza offrire sacrifici, seppero fare in modo, sia colla astuzia, sia colla corruzione, da procurarsi dalle autorità il prescritto certificato di sacrificio compiuto («libellus») e la registrazione nelle liste ufficiali («libellatici», «acta» o «accepta facientes»).

Ma ci fu anche «una moltitudine» (Cypr. «De lapsis» 2) di confessori e di martiri di ogni età e sesso saldi nella loro fede; fra gli altri il papa Fabiano, una delle prime vittime della persecuzione (la sua sede rimase vacante più di un anno), il presbitero Pionio di Smirne, che fu arso, i vescovi Babila di Antiochia e Alessandro di Gerusalemme, i quali morirono in carcere (36), il vecchio Origene, che soffrì gravi torture in carcere ma poi fu rilasciato. Molti, come i vescovi Cipriano di Cartagine, Dionisio di Alessandria e Gregorio il Taumaturgo di Neocesarea, si salvarono attraverso gravi stenti con la fuga.

Nella primavera del 251 la persecuzione si rallentò, perché Decio fu distratto dall'irruzione dei Goti nella Mesia. Quando egli nel maggio o nel giugno del 251 cadde combattendo contro di loro sul Danubio inferiore, subentrò una pace totale. La Chiesa era stata scossa gravemente, ma non vinta. Molti «lapsi» rientrarono pentiti; a Roma e Cartagine la loro riammissione provocò gravi controversie (v. § 35, 1.2).

Negli ultimi tempi furono scoperti in Egitto, in più riprese, circa 40 libelli originari su papiro o frammenti di questi, relativi alla persecuzione di Decio (34); provengono dal villaggio di Teadelfia nel Faium (medio Egitto). È del tutto incerto se fra questi ci siano libelli di cristiani; uno si riferisce persino a una sacerdotessa pagana.

Il successore di Decio, l'imperatore Gallo (251-253) lasciò in un primo tempo in pace la Chiesa cristiana; la prova, tuttavia, non era ancora finita. Quando poco appresso scoppiò una grave pestilenza che devastò tutto l'Impero, egli dispose che per allontanare la sciagura si facessero sacrifici espiatori (olocausti) ad Apollo. Per i cristiani si rinnovarono allora le sofferenze, anche se non ci furono gravi persecuzioni; ma questa volta erano meglio preparati di prima; persino certi apostati ripararono in questa occasione la colpa passata. Papa Cornelio morì in esilio ed esiliato fu pure il suo successore Lucio.

2. Con l'avvento al trono di Valeriano (253-260) (37) ritornò la pace. Il novello imperatore aveva perfino molti cristiani nel suo palazzo. Ma, versando lo Stato nell'estrema miseria, si lasciò indurre dalle insinuazioni del ministro delle finanze Macriano ad assumere un atteggiamento ostile (Eus. VII, 10-12). La persecuzione mirò soprattutto a infrangere l'organizzazione delle comunità cristiane e a rendere impossibile la loro coesione.

Un editto del 257 ordinò che vescovi, sacerdoti e diaconi dovessero, offrire sacrifici, pena l'esilio; la visita ai cimiteri (§ 23, 5) e la partecipazione alle adunanze cultuali furono vietate sotto pena di morte. Un secondo editto del 258 (Cypr. Ep. 80, I) ordinò che gli ecclesiastici di grado superiore, se persistevano nella fede, dovessero venire giustiziati immediatamente e che fossero messi a morte uomini eminenti del laicato che non avessero rinunciato alla fede per la comminata privazione delle cariche e dei beni. Alle matrone fu comminato l'esilio, ai funzionari del demanio imperiale la pena dei lavori forzati in condizione di schiavi.

In talune province la persecuzione fu molto cruenta, ma, eccettuato l'Oriente, dove continuò ancora per qualche tempo per opera dell'usurpatore Macriano, cessò sostanzialmente con la cattura dell'imperatore nella guerra persiana (259).

I martiri più famosi di questo periodo sono: a Roma papa Sisto II che, sorpreso nelle catacombe di S. Callisto a celebrare i sacrifici, venne decapitato sul posto insieme a quattro diaconi (6 agosto 258); quattro giorni dopo il suo diacono Lorenzo fu arso vivo; in Africa, a Utica (Massa candida), un numero rilevante di martiri non meglio conosciuti, col loro vescovo Quadrato, e sopra tutti Cipriano, il grande vescovo di Cartagine, decapitato il 14 settembre 258; nella Spagna il vescovo Fruttuoso di Tarragona e i suoi diaconi Augurio ed Eulogio arsi nell'anfiteatro (259).

Gallieno (260-68), figlio di Valeriano, non solo lasciò in pace i cristiani, ma restituì loro anche i cimiteri e gli edifici di culto, dei quali erano stati privati durante la persecuzione (Eus. VII, 13) e che erano riusciti a costruire già dalla fine del 2° secolo nonostante che la loro religione fosse vietata (cfr. §13,3 e 23,5).

Probabilmente fruirono della restituzione anche i singoli cristiani che avevano perduto beni e cariche. Il provvedimento di Gallieno equivaleva per gli effetti prodotti quasi a un vero editto di tolleranza.

3. Verso il 260 incominciò così per il cristianesimo un quarantennio di pace, interrotto soltanto e per breve tempo da una persecuzione di poco conto, quella di Aureliano (270-75). Imperatore valente, celebrato come «restitutor orbis», era un fervente adoratore degli dèi, specialmente del Sol invictus (di Palmira). Il culto del Sole, unito a quello dell'imperatore, divenne per qualche tempo press'a poco la religione dello Stato.

Tuttavia Aureliano mantenne dapprima in vigore l'editto di Gallieno. Accogliendo la preghiera dei cristiani di Antiochia assegnò perfino al legittimo vescovo Domno (272), le chiese della città, contro le pretese dell'eretico e deposto vescovo Paolo di Samosata (v. § 32, 3); in questo tuttavia fu ispirato principalmente da motivi politici, essendo Paolo partigiano della regina Zenobia di Palmira, combattuta e vinta dallo stesso Aureliano. Ma nel 275 uscì un editto di persecuzione, che tuttavia non ebbe grande importanza, perché l'imperatore poco appresso fu assassinato e i suoi successori non lo applicarono più.

4. Diocleziano (284-305) (38) per qualche tempo lasciò in pace i cristiani. Dotato di grande energia e capacità di statista, compì una profonda riorganizzazione dell'Impero. Trasformò la compagine dello Stato in una monarchia militare assoluta per grazia di Giove con un cerimoniale di corte di tipo orientale, trasferì la residenza in Oriente (Nicomedia) e creò una nuova ripartizione amministrativa costituita da prefetture (4), diocesi (12), e province (96), con un imponente apparato di funzionari. Al governo unitario sostituì il governo di quattro, la tetrarchia: assunse come secondo augusto per la metà occidentale dell'Impero il suo compagno d'armi Massimiano Erculeo (286-305) e nominò come correggenti e successori al trono (293), coll'appellativo di cesari, il genero Galerio per l'Oriente e Costanzo Cloro per l'Occidente.

La pace, che durava dal 260, favorì moltissimo la diffusione della fede cristiana. Nelle città sorsero allora chiese di notevole importanza, una di queste, del tutto palesemente, perfino nella città residenziale di Nicomedia. Molti cristiani occupavano cariche assai elevate nell'esercito e a corte. Pareva che tra breve la nuova religione, la quale su di una popolazione complessiva di 50 milioni circa poteva contare a un dipresso dai sette ai dieci milioni di fedeli e alla quale inclinavano probabilmente la moglie di Diocleziano Prisca e la figlia Valeria, prendesse il sopravvento sull'antica, in modo speciale nell'Oriente.

Tuttavia il partito dell'antica religione, guidato da aderenti al neoplatonismo, riuscì a persuadere il cesare Galerio, valoroso in guerra, fanaticamente brutale, e per suo tramite il titubante Diocleziano, che la politica imperiale di restaurazione e centralizzazione esigeva come coronamento la soppressione dei nemici del culto di Stato. Lattanzio indica quale ispiratore («auctor et consiliarius») della persecuzione il proconsole Ierocle di Bitinia, un neoplatonico, che combatteva i cristiani anche cogli scritti (cfr. § 17, I).

Si arrivò così all'ultima grande persecuzione, la più grave e più lunga di tutte, la vera battaglia decisiva fra cristianesimo e paganesimo. Un preludio della stessa fu l'epurazione dell'esercito: i soldati furono messi davanti all'alternativa di sacrificare o di essere espulsi ignominiosamente dalla loro carriera (Eus. III, I), e in tale occasione alcuni trovarono la morte (Marcello, Dasio; riguardo alla Legione Tebea v. sotto).

La persecuzione entrò nella fase più acuta nel 303. Nel corso di un anno uscirono quattro editti che costituivano un autentico sistema di disposizioni tendenti ad annientare, se possibile, il cristianesimo. Il primo editto (Eus. VIII, 2, «Lact. De mortibus» 3) del 23 febbraio 303 imponeva di abbattere le chiese e di bruciare i libri sacri. Gli ecclesiastici che obbedirono consegnando i libri sacri ai persecutori furono poi chiamati «traditores», una nuova classe di «lapsi» (cfr. § 52, I. 2). A tutti i cristiani fu comminata la perdita dei diritti civili, ai dignitari la degradazione, ai dipendenti imperiali la privazione della libertà.

Già nell'applicazione di questo decreto ci fu qua e là spargimento di sangue, in Nicomedia anzi si ebbero molti martiri. In questa città una serie di incendi scoppiati nella residenza imperiale fu attribuita ai cristiani e in base a questa accusa vennero mandati a morte tutti coloro che non sacrificavano, tra i quali il vescovo Antimo, numerosi membri del clero e funzionari di corte. Offrirono poi il pretesto per un ulteriore intervento alcuni disordini militali scoppiati nella Siria e in Cappadocia. Due nuovi editti (Eus. VIII, 6) ordinarono di incarcerare gli ecclesiastici e di costringerli a sacrificare.

Un quarto decreto infine (Eus. «De mart. Palaest.» 3) della primavera del 304, estese l'ordine di sacrificare a tutti i cristiani. A coloro che, a dispetto della tortura, rimanevano saldi nella fede, veniva inflitta la pena di morte, spesso in forma estremamente crudele. Scorsero allora fiumi di sangue cristiano, specialmente in Oriente («Aera martyrum»).

Si conoscono ben 84 racconti di martirio dalla piccola provincia di Palestina. Dall'Egitto (Tebaide) Eusebio («H. E.» VIII, 9, 3-4) segnala esecuzioni in massa, da 10 a 100 cristiani al giorno. Naturalmente ci furono anche dei deboli e degli apostati (Eus. VIII, 3) (39). Un'eccezione a questa persecuzione generale fece la prefettura della Gallia, comprendente la Francia, la Spagna e la Britannia, poiché Costanzo, che aveva il governo di questo territorio, non andò oltre l'applicazione del primo editto.

Del martirio della cosiddetta Legione tebea (cioè reclutata nella provincia egiziana della Tebaide) ci dà notizia per primo, verso il 450, il vescovo Eucherio di Lione («Passio Agaunensium martyrum», ed. Krusch, MGSS rer. Merov. III, 20-41). Secondo lui la Legione, composta esclusivamente di cristiani, essendosi rifiutata di partecipare alla persecuzione dei confratelli cristiani, fu dall'imperatore Massimiano per due volte decimata ad «Agaunum» (oggi St. Maurice nel Canton Vallese) e infine massacrata per intero. Sono particolarmente menzionati gli ufficiali Maurizio, Candido, Essuperio e Vittore. Stando a notizie più tardive vari membri della Legione sarebbero stati uccisi anche in altre città, specialmente sul Reno (Bonn, Colonia, Xanten, Treviri, cfr. § 12, 4).

Una totale negazione di questo martirio, propugnata da Krusch, Egli e da altri, non è accettabile. Esso ha certamente un nucleo solido, come dimostrano anche scavi recenti a St. Maurice, anche se si deve ammettere che la forma e la estensione del racconto tradizionale sono gravate da forti dubbi e non è possibile stabilire una data abbastanza precisa fra il 284 e il 305.

Ben più evidentemente leggendario è il martirio di s. Orsola e delle undicimila vergini della Britannia, che avrebbero subito la morte presso Colonia per opera degli Unni nel 452, mentre tornavano da un pellegrinaggio a Roma (così la Passio nella forma più sviluppata del 10° secolo; cfr. L. Zoepf, «Das Heiligenleben im 10. Jh.», 1908, 64 segg.)

Ma che anche questo martirio abbia un suo fondamento storico è dimostrato dall'iscrizione del 4° o 5° secolo, erroneamente sospettata come spuria, di un uomo dell'ordine senatorio (vir clarissimus) di nome Clemazio, scoperta nel coro della chiesa di s. Orsola a Colonia, secondo la quale egli, sciogliendo un voto, avrebbe costruito, oppure rinnovato, in un podere di sua proprietà una basilica in onore delle vergini martiri. Nel 9° secolo appaiono come nomi di queste vergini: Saula, Marta, Pinnosa, Orsola, etc., dapprima 5, 8, poi di solito 11 e nello stesso tempo 11.000. Quest'ultima cifra si spiega meglio di tutto ammettendo una erronea lettura della cifra latina XI (= undecim o undecim milia).

A partire dal 9° secolo la leggenda viene di continuo amplificata con ogni specie di motivi leggendari; in questa forma fantastica si presenta particolarmente nelle visioni di s. Elisabetta di Schönau (1156-57).

5. In seguito a un accordo, nel 305 Diocleziano e il suo collega il secondo augusto, abdicarono; divennero augusti Costanzo Cloro e Galerio e subentrarono in luogo di cesari Severo e Massimino Daja (Daza), quest'ultimo nipote di Galerio.

La persecuzione continuò, tuttavia i cristiani d'Italia e d'Africa ebbero presto giorni più tranquilli per merito dell'usurpatore Massenzio (306-12), figlio di Massimiano, che soppiantò Severo.

Nella Gallia, Costantino, che dopo la morte del padre fu proclamato augusto dall'esercito (luglio 306), continuò il governo mite del padre. Licinio, proclamato augusto per la Pannonia e il Norico (308), fu meno ostile ai cristiani che il suo compagno d'armi Galerio. Nell'Oriente invece lo spargimento di sangue, salvo lievi interruzioni, durò ancora per una serie di anni; Galerio potè dare libero sfogo al suo odio contro i cristiani e il suo cesare Massimino lo superò ancora in raffinata crudeltà. Accanto a molti altri morirono allora da martiri gloriosi i dotti presbiteri Panfilo di Cesarea (cfr. § 39, 6) e Luciano di Antiochia (§ 32, 3), i vescovi Pietro di Alessandria (§ 35, 3), Metodio di Olimpo (§ 39, 6) e Silvano di Gaza (quest'ultimo con 39 compagni). Per Vittorino, Quirino, Afra e i 4 Coronati cfr. § 12, 4.

Ma, com'era da prevedere fin da principio, la lotta crudele fu vana; alla fine lo Stato Romano dovette capitolare davanti al cristianesimo. Galerio, colpito da una terribile malattia mortale, pubblicò, assieme coi suoi tre correggenti, nell'aprile dell'anno 311 a Sardica un edito di tolleranza (Lact. «De mort.» 34; Eus. VIII, 17). In esso, mentre si riconosce il fallimento della persecuzione, la religione cristiana con le pratiche relative viene dichiarata permessa, per legge imperiale, sia pure con una clausola restrittiva (ut denuo sint Christiani et conventicula sua componant, ita ut ne quid contra disciplinam agant). Alla fine i cristiani vengono esortati a pregare per l'imperatore e per l'Impero. Anche Massimino, sebbene riluttante, dovette per quel momento adattarsi.