Share |

Libia, Obama protegge ancora gli jihadisti

Mentre annuncia di voler guidare una raffazzonata sorta di “coalition of the willing” per contrastare lo Stato Islamico in Iraq e Siria, Barack Obama sembra non rinunciare alla sua ormai tradizionale politica contradditoria scoraggiando un intervento internazionale in Libia, dove Washington sembra schierarsi decisamente con gli islamisti che stanno occupando l’intero Paese.

Nei giorni scorsi l’amministrazione statunitense ha rivelato al mondo che gli aerei “misteriosi” che da un  paio di settimane colpiscono i jihadisti libici appartengono ad Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Un’operazione mediatica che ha preso il via con indiscrezioni fornite al New York Times e all’Associated Press cui hanno fatto seguito dichiarazioni ufficiali di Pentagono e Dipartimento di Stato in cui veniva espressa una forte condanna agli interventi esterni nella crisi libica perché potrebbero ”esacerbare gli animi”.

Difficile capire cosa ci sia da esacerbare in un Paese in preda alla guerra civile dove islamisti e forze militari e laiche sono talmente divisi da rispondere a due governi e persino due parlamenti diversi.

Il Cairo ha negato ogni coinvolgimento nei raid aerei in Libia e un comunicato del ministero degli Esteri ha denunciato “con fermezza ogni tentativo di implicare il paese negli affari interni della Libia" bollando come "menzogne" le illazioni su un ruolo egiziano nei raid”.

Abu Dhabi invece non ha neppure risposto alle rivelazioni statunitensi ma l’aspetto più importante è che Washington non è riuscita a spiegare perché i raid aerei dei suoi cacciabombardieri e droni sui jihadisti dello Stato Islamico sono “buoni” e le incursioni degli F-16 egiziani ed emiratini contro i jihadisti libici sono “cattive”.

Gli Stati Uniti  sono stati "colti di sorpresa" dai recenti raid aerei contro le milizie islamiche in Libia eseguiti da velivoli degli Emirati partiti da basi egiziane, come ha detto una fonte ufficiale statunitense alla Bbc, confermando che gli Usa non sono stati consultati prima delle incursioni.

A Washington si lamenta addirittura che per condurre i raid sono stati usati armamenti forniti dagli Usa a Paesi alleati, violando gli accordi in base ai quali sono stati venduti. Un paradosso quasi ridicolo. Egitto ed Emirati hanno comprato dagli Stati Uniti cacciabombardieri F-16 con armamento “made in USA” ma non possono impiegarli per difendere i loro interessi nazionali quando gli stessi velivoli F.-16 verranno consegnati tra poche settimane all’Iraq proprio per aiutare Baghdad a combattere lo Stato Islamico.   

I raid di Egitto e Emirati hanno colpito almeno due volte intorno a Tripoli e negli ultimi giorni a Bengasi e Derna, roccaforti dei qaedisti di Ansar al-Sharia che marciano verso Tobruk, ultima ridotta del dimissionario governo ad interim anti islamista e del nuovo parlamento nato dalle elezioni del giugno scorso. Il generale Khalifa Haftar, che guida da maggio la sfortunata “operazione Dignità” contro jihadisti e Fratelli Musulmani, ha tentato di accreditare i raid aerei all’aeronautica libica sotto il suo controllo.  Un’affermazione tesa probabilmente a “coprire” i suoi protettori in Egitto e nel Golfo Persico ma poco credibile considerato che i suoi pochi Mig 21 e Mig 23 sono ferrivecchi incapaci di volare di notte e privi di armi di precisione.  

L’Egitto, come l’Algeria e l’Italia, è direttamente minacciato dall’anarchia che regna in Libia e dal rischio che il Paese si trasformi in un nuovo Afghanistan, covo di terroristi islamici che già da tempo colpiscono oltre confine utilizzando le basi nel deserto libico. Il governo italiano, anche su questo fronte, perde tempo, ma l’ipotesi di un intervento congiunto algerino-egiziano per stabilizzare la Libia non si può escludere. Aiuti militari egiziani e algerini forniti alle milizie laiche in questi ultimi giorni avrebbero consentito ai militari libici di contrattaccare in Cirenaica riprendendo il controllo di alcuni quartieri di Bengasi e alle milizie di Zintan di riorganizzarsi per tentare di riconquistare Tripoli.

Gli indizi della volontà statunitense di favorire i gruppi estremisti islamici libici non sono mai mancati. Dopo aver fatto cadere Gheddafi ben poco è stato messo in piedi per favorire la stabilità del Paese a parte un programma di addestramento delle forze locali che ha mostrato tutti i suoi limiti proprio negli contri con le milizie jihadiste che hanno occupato Tripoli e Bengasi.

Quando è esplosa la guerra civile a Tripoli con l’attacco delle milizie islamiste di Misurata, gli Stati Uniti (seguiti dagli altri Paesi Occidentale esclusa l’Italia) hanno evacuato residenti e ambasciate. Nell’ottobre scorso, quando le forze speciali americane catturarono in centro a Tripoli il qaedista Abu Anas al-Libi, ricercato per gli attentati contro le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania del 1998, le forze politiche islamiste lamentarono l’ingerenza americana chiedendo al premier laico Alì Zeidan di pretendere spiegazioni da Washington. Il Segretario di stato, John Kerry, invece di dare appoggio al già debole Zeidan, annunciò ai media che la cattura di al-Libi era stata preventivamente autorizzata dal premier libico mettendolo così alla mercé delle rappresaglie islamiste. La stessa tecnica utilizzata oggi da Washington per esporre a rappresaglie terroristiche l’Egitto e gli Emirati Arabi.

Grazie all’Amministrazione Obama l’alleanza delle milizie islamiste libiche "Alba della Libia" ha accusato apertamente l'Egitto e gli Emirati arabi uniti di essere i responsabili dei recenti bombardamenti su Tripoli. "È necessario perseguire l'Egitto e gli Emirati Arabi Uniti per violazione dello spazio aereo e della sovranità libica, nonché per l'uccisione di cittadini libici nella loro terra".

Se si considera che Ansar al Sharia è considerata responsabile dell’attacco al consolato Usa di Bengasi dell’11 settembre 2012 in cui morirono 4 americani (incluso l’ambasciatore Chris Stevens) e che tra le milizie salafite attive a Tripoli vi sono molti qaedisti che conobbero le prigioni della Cia e Guantanamo, la decisione di Obama di mettere in difficoltà l’iniziativa del Cairo e dei suoi alleati appare ancora più incomprensibile a meno che non si voglia riconoscere che gli Stati Uniti perseguono ormai una politica di aperta destabilizzazione delle aree energetiche che coincide (guarda caso) con l’attuale autonomia di Washington garantita da “shale gas” e “shale oil” che entro breve porterà gli Usa a diventare i più grande esportatore del mondo di gas e petrolio. 

Egitto e Algeria già da tempo non si fidano più degli Stati Uniti mentre le leadership europee non sembrano in grado di assumere iniziative concrete  e autonome di fronte al dilagare dei jihadisti, in Libia come altrove. Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi avrebbe chiesto e ottenuto appoggio finanziario dai sauditi e forniture militari dai russi per attuare un intervento che andrebbe contestualizzato nell’ottica di contenere la penetrazione del Qatar che anche in Libia sostiene gli islamisti. La diffidenza nei confronti di Obama è più che giustificata. Se da un lato non c’è dubbio che l’intelligence americano abbia tutti gli strumenti tecnici per controllare in modo capillare i cieli libici, dall’altro non si comprende perché Washington smascheri pubblicamente l’intervento dei jet “fantasma” di Egitto ed Emirati che combattono gli islamisti e non invece il ruolo di Qatar e Turchia che li sostengono con armi trasportate da aerei cargo altrettanto “fantasma” che atterrano sugli aeroporti in mano ai jihadisti.      

Certo l’attuale scenario geopolitico è ricco di paradossi e contraddizioni. Basti pensare al monito del sovrano saudita Abdullah che ieri ha previsto che “l’Occidente sarà il prossimo obiettivo dello Stato Islamico”.  Lui dovrebbe essere ben informato in proposito considerato che  proprio Riad è stata finora il grande finanziatore di imam estremisti in Europa e di milizie salafite dalla Cecenia alla Siria armando molte brigate di miliziani oggi confluite nello Stato Islamico.