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L'impero cristiano. Diocleziano

tratto da: Giorgio FALCO, La Santa Romana Repubblica, Ricciardi, Milano-Napoli 1986, p. 18-24

Ora, i dieci ultimi anni dell'impero di Diocleziano (295-305) segnano il punto d'arrivo, il momento saliente della reazione, cioè il più formidabile sforzo che mai fosse compiuto per arrestare il processo del disfacimento e restaurare nella sua solida impalcatura l'immenso edificio. L'autorità imperiale da depositaria delle magistrature repubblicane, qual era stata in origine, finì col diventare una dispozia di tipo orientale, l'Augusto fu creatura divina, la divinità stessa sulla terra, fu il «dominus», che si cingeva il capo del diadema e davanti al quale si prosternavano quelli, che non erano ormai più cittadini, ma sudditi. Poiché il governo di un solo non bastava a tanta hvastità di dominii, vi furono due Augusti e due Cesari, quattro capitali, - non più tra esse la madre dell'impero, - a Nicomedia in Bitinia, a Sirmio in Pannonia, a Treviri, a Milano, secondo che richiedevano le necessità del reggimento e della difesa.

All'insufficienza e ai pericoli degli eserciti si provvide con l'accrescere il numero complessivo dei soldati e col diminuire la forza delle singole legioni, infine col mettere a disposizione dei sovrani, oltre alle milizie confinarie, scelti reparti di manovra. Una rete gerarchica di pubblici ufficiali scese dal palazzo ad abbracciare e a contenere diocesi e province, fatte più piccole e più numerose.

La società col suo tessuto civile era sulla via della dissoluzione. A che prò lavorare, se non v'era certezza di domani, e il frutto, - tanto peggio quanto maggiore, - andava perduto nelle contribuzioni ordinarie e straordinarie, nelle sportule per comprarsi gli agenti del fisco o per ottenere giustizia e sottrarsi alle loro esosità? Così il contadino fuggiva dalla terra ingrata e indifesa, dalle angherie degli uomini e dello stato, per inurbarsi e godere nell'ozio delle pubbliche largizioni; il mugnaio lasciava la sua mola, l'armaiolo la sua officina. L'aristocrazia delle città, i membri delle famiglie dei curiali, cercavano con ogni mezzo, anche con la fuga, con l'entrata nel clero, di sottrarsi alle, un giorno ambitissime, cariche municipali di duoviri, di decurioni, che li obbligavano ora a rispondere con le loro sostanze degli obblighi della città verso il fisco. Ed ecco, a poco a poco ogni uomo fu fissato senza scampo al suo posto: il soldato alla sua insegna, il colono alla terra, il mugnaio alla mola, l'armaiolo all'officina, il curiale alla curia; essi, ed i figli, e i nipoti, perché bisognava mantener saldo in tutta la sua struttura l'edificio, che a più indizi minacciava rovina. Corporazioni artigiane, arti, mestieri, furono dichiarati di pubblica utilità e delitto contro lo stato il sottrarvisi. I prezzi salivano paurosamente, ed ecco l'editto sulle cose venali, che stabiliva un calmiere generale sulle mercanzie.

Ad ogni cosa si provvide, innovando o perfezionando, con un senso così vigile e totale della necessità di salvezza, con una applicazione così sistematica di riforme, da dare a chi guardi da lontano l'impressione illusoria di un disegno concepito e attuato di getto dal volere di un imperatore.

Ma v'era un male assai meno evidente della crisi costituzionale e militare, dell'invasione dei Germani e della diserzione civile, della miseria e dello spopolamento: il Cristianesimo, un male insidioso, sostanziale e profondo, tanto più difficile da combattere, in quanto per l'appunto stava alla radice stessa di tutto questo disagio, toccava l'uomo nella sua fede politica e religiosa, andava perseguito nelle coscienze. E contro di esso si ricorse ancora una volta all'arma della persecuzione legale.

Si son domandati spesso gli studiosi perché Roma, che aveva accolto nel suo «pantheon» divinità forestiere e barbariche, come la frigia Cibele, il Mitra persiano e l'Osiride d'Egitto, che aveva tollerato il rigido monoteismo del culto giudaico, si sia mostrata intollerante contro i soli Cristiani. Ci si è posto il problema, - e non oggi soltanto, ma da quegli stessi apologeti del II e del III secolo che cercavano invano di persuadere i Cesari del buon diritto alla libertà del culto cristiano, - ci si è posto il problema a quale titolo giuridico un popolo legalitario come il romano abbia perseguitato il Cristianesimo. Qualunque sia, in sede tecnica, la risposta, l'intolleranza nasce da un contrasto, essenziale ed insanabile, tra coscienza religiosa dell'impero e coscienza cristiana. E su questo contrasto, che non consiste nell'opposizione tra monoteismo e politeismo, a noi giova fermare l'attenzione, perché da esso esce illuminata la natura stessa del medio evo.

Era accaduto nell'ambito della religione ufficiale e attraverso un unico processo, ciò che s'era venuto compiendo nell'ambito dello Stato. Plinio il Vecchio aveva chiamato l'Italia "alunna e madre di tutte le terre, eletta dal volere degli dei a dare all'uomo l'umanità, a diventare patria comune di tutte le genti"; più di tre secoli dopo, nell'impero cadente, Rutilio Namaziano, non altrimenti, cantava di Roma:



Fecisti patriam diversis gentibus unam,

Urbem fecisti quod prius orbis erat.

E non era un'esaltazione retorica.

Effettivamente da Caracalla in avanti tutti i liberi dell'impero erano cittadini; indossavano la porpora nativi di Spagna, di Gallia, d'Illirico, di Siria, d'Arabia; una era la legge; uno era il mondo economico, pur con tutte le sue particolarità locali e le relazioni verso l'esterno; una in grande prevalenza la cultura: quell'ellenismo penetrato di elementi orientali, che ripeteva la sua origine dall'impresa di Alessandro Magno contro la Persia e dalla fondazione di Alessandria. Alla stessa maniera tutti i culti nazionali si erano venuti intrecciando, mescolando, e, purché non offendessero la moralità e l'ordine pubblico, erano stati accolti nella religione dello stato. Frattanto dalla molteplicità dei riti, si accennava sempre più chiara e più viva la tendenza, promossa anche dalla speculazione filosofica, ad un monoteismo, soprattutto ad un monoteismo solare, che vedeva nel sole invincibile, datore di vita, onnipresente e onniveggente, sotto specie di Apollo o di Mitra, o di Osiride, la manifestazione suprema della divinità inaccessibile.

Come forse avviene sempre tra gli uomini, quando soggiacciono all'esperienza del male, del dolore, della morte, quando si sentono minacciati da una forza sovrumana, ineluttabile, che annienta vite e fortune, la società era tutta in preda ad un profondo fermento religioso, alla ricerca di una certezza e di una speranza, fosse essa soddisfatta dalla più bassa pratica della superstizione o si elevasse alle più pure ed austere concezioni morali. E l'impero, a cui fuggiva la vita, si stringeva con tanto più disperata energia ai suoi templi e ai suoi riti, al culto dell'imperatore, all'adorazione del sole invincibile.

Leggiamo ora la semplice e commovente relazione del processo tenuto il 17 luglio 180, ai tempi di Commodo, in una città della Numidia, «Scillium», avanti al proconsole Publio Vigellio Saturnino contro i cristiani Sperato, Natzalo, Cittino, Donata, Seconda, Vestia. Introdotti gli accusati nell'aula "il proconsole dice: Voi potete meritare l'indulgenza del signor nostro l'imperatore, purché vogliate rinsavire".

Risponde Sperato: "Non abbiamo mai fatto male, non abbiamo prestato opera alcuna all'iniquità, non abbiamo mai recato offesa; ma del male ricevuto abbiamo reso grazie; per cui onoriamo il nostro imperatore".

"Anche noi" - ribatte il proconsole Saturnino - "siamo religiosi, e semplice è la nostra religione; giuriamo pel genio del signor nostro l'imperatore, e supplichiamo per la sua salvezza, ciò che anche voi dovete fare".

Sperato dice: "Se mi darai ascolto pacificamente, ti rivelerò un mistero di semplice verità".

E Saturnino: "Poiché vuoi offendere le nostre cose sacre, non ti darò ascolto; ma piuttosto giura pel genio del signor nostro l'imperatore".

Ma Sperato di rimando: "Io non conosco l'impero di questo secolo, ma piuttosto servo a quel Dio, che nessuno fra gli uomini vide, ne può vedere con questi occhi. Non ho mai fatto sotterfugi; ma se compro qualcosa, pago il dazio; perché conosco il mio signore, re dei re e imperatore di tutte le genti".

E Cittino e Donata e Vestia: "e noi non abbiamo altri che temiamo, se non il Signore Dio nostro che è nei cieli"; "L'onore a Cesare come Cesare; ma il timore a Dio"; "Sono Cristiano". E con questo grido, ripetuto da tutti, il giudizio è compiuto: i Cristiani vengono condannati alla morte "per aver rifiutato ostinatamente" - come suona la sentenza - "di tornare al costume dei Romani".

Il contrasto è qui ridotto alla più semplice e chiara espressione. La religione antica, di cui Roma è l'erede, vive ad una vita stessa con lo stato, da esso deriva, lo guida coi suoi misteriosi responsi, ne storna i pericoli, ne consacra i trionfi; essa non è una chiesa; ma una cittadinanza in comunione con le sue divinità che la prosperano e la proteggono. A questo titolo, - di religione nazionale, - anche il rigido monoteismo giudaico aveva trovato tolleranza presso i Romani. Ma il Cristianesimo dissociava, per così dire, il cittadino e il credente; annunciava il suo messaggio a una nuova cittadinanza, alla Chiesa, che non conosceva differenza di popoli, di sesso, di stato, di fortuna, a tutti gli uomini di buona volontà di qua e di là dai confini dell'impero; trasferiva la religiosità. dalla comunanza politica e dalle pubbliche sorti, alla coscienza e al destino individuale, l'interesse vitale dalla terra al cielo, dalle cure mondane alle speranze e alle promesse ultraterrene.

Può essere incerto quale delitto venisse apposto giuridicamente ai Cristiani; avevano ragione gli apologeti quando levavano la voce contro l'infamia che si consumava a loro danno, quando proclamavano la purezza della loro vita, anche la loro fedeltà di cittadini che davano a Cesare ciò ch'era di Cesare e pregavano Dio per la salute dell'imperatore. Ma non s'ingannava Marc'Aurelio, lo stoico imperatore filosofo, quando non prestava ascolto alle loro parole; non s'ingannava, nella sua malvagia brutalità, la plebe, che lapidava, che chiamava ai circhi e alle fiere questi eversori di altari e di venerati simulacri, che si erano fatta una patria in cielo, che si straniavano quanto era possibile dalla vita civile, - dagli spettacoli, dalle cerimonie del culto, alla milizia, dalle magistrature, - che spiavano nelle pubbliche, universali calamità i segni dei tempi profetizzati. Non si trattava, in altre parole, di un malinteso; ma di un conflitto insanabile, che andava deciso col sangue, - ultima testimonianza di ogni fede, - un conflitto dal quale uno dei due contendenti doveva uscire vincitore.

Dietro la suggestione del suo Cesare, Galerio, l'Augusto Diocleziano impegnò l'ultima lotta, e la persecuzione riarse in tutto l'impero. Non era l'esplosione momentanea e sporadica del fanatismo popolare, bensì, come cinquanta anni innanzi sotto Decio, e più rigorosamente d'allora, un complesso di provvedimenti legali, estesi a tutto l'impero, che miravano a sterminare negli uomini e nelle cose l'esecrabile superstizione. Fra il 303 e il 304, con quattro successivi editti via via più severi, si ordinò la distruzione delle chiese e dei libri sacri, si limitarono i diritti civili dei Cristiani, furono tolte loro cariche e dignità, s'imprigionò il clero, si fece obbligo a tutti di rinnegare la loro fede sacrificando sugli altari alla presenza dei magistrati. Vi furono i «lapsi», che consegnarono le Sacre Scritture e gettarono l'incenso sull'altare; vi fu chi si sottrasse con la fuga alla prova; chi si fece rilasciare per denaro o altrimenti un «libello», cioè una falsa dichiarazione del sacrificio compiuto. Molti furono che non cedettero ad esortazioni, a lusinghe, a minacce, a torture, molti che nell'ebbrezza del martirio forzarono l'indulgenza dei governatori e sfidarono la morte.

La persecuzione ebbe da luogo a luogo maggiore o minore intensità, continuità, violenza, secondo l'indole degli uomini e le circostanze. In una sola parte dell'impero, per quanto s'infierisse sugli edifici sacri, si risparmiarono le persone: in Gallia e in Britannia, dove meno si era diffuso il Cristianesimo e dove governava il Cesare di Massimiano. Costanzo detto Cloro dall'aspetto pallido e sofferente del viso, valente soldato, saggio statista, di animo nobile e temperato, alla corte del quale si professava quel monoteismo solare che sotto Claudio II Gotico e Aureliano era diventato la religione ufficiale degl'imperatori e dell'impero.

Non ostante l'estrema gravita e risolutezza dei provvedimenti, la persecuzione si trascinava indecisa; e la cosa appare tanto meno comprensibile, tanto più meravigliosa, se non ci rendiamo conto di alcune circostanze di fatto. Tra la metà del III e il principio del IV secolo i Cristiani formavano forse la ventesima, forse la quindicesima parte della popolazione dell'impero: qualche milione di uomini, che in alcune città d'Oriente raggiungevano la grande maggioranza, anche la totalità degli abitanti. Se il numero era cospicuo, era pur sempre una minoranza. Ma in questo, come in ogni altro caso, ciò che conta nella storia non è il numero, sì il principio che anima, la forza di volontà, la capacità di sacrificio, il romano fare e patire da forti; il che, con piena coscienza, è naturalmente dei pochi, per quanto possa diventare col tempo, in maniera più torbida, patrimonio di molti. Nè la lotta che si combatteva era tanto e soltanto tra cieca brutalità da una parte, e divina sofferenza dall'altra; ma fra uno stato religione cultura di veneranda, robusta tradizione, e - specie dal II secolo in avanti, - una società nuova di credenti, energici, operosi, consci della Verità che deve trionfare, di un diritto che vuol esser riconosciuto. Ora, attraverso i due momenti, - che solo grossolanamente possiamo rappresentare come successivi, - dell'astensione, della pazienza, del martirio prima, poi della difesa, dell'ostilità dichiarata, dell'attività organizzatrice, si era venuta costituendo entro e fuori, contro la vecchia, la nuova cittadinanza, viva, animosa, che faceva capo a Roma, adunava a concilio i suoi vescovi e da 1600 o 1800 sedi episcopali annunciava la sua fede alle 120 province dell'impero.

Il tessuto organico, vitale della nuova storia era già formato, quando il vecchio organismo rivelava a più segni il male profondo ond'era travagliato: il venir meno della fede negli dei patrii e nella fortuna di Roma. In queste condizioni, il condurre al termine stabilito la lotta contro il Cristianesimo significava scavar sempre più a fondo, distruggere intere città, accendere la guerra civile in intere province, esercitare uno sterminio, di cui mancava la forza morale in coloro stessi ch'erano destinati al suo compimento; col risultato, possiamo aggiungere, di non riuscire a risuscitare il passato, a spegnere la sete ardente che, fuori delle tempeste del mondo, faceva cercare agli uomini una certezza e una speranza.

Primo a capitolare fu l'Oriente, dove la persecuzione era stata condotta con maggior risolutezza e lo scacco era più evidente. Un editto di Galerio, sottoscritto anche dagli altri Augusti e pubblicato a Nicomedia il 30 aprile del 311, disponeva che fossero restituite ai Cristiani le chiese e che fosse loro consentito il diritto di riunione e la celebrazione del culto. Era un semplice editto di tolleranza, un atto di clemenza, giustificato dalla considerazione sostanzialmente pagana, - se pure ispirata ad una concezione religiosa, - che i Cristiani sarebbero stati altrimenti privi di ogni culto, ed era nel tempo stesso la dichiarazione dell'impotenza, da parte dell'impero, a rianimare ciò ch'era morto, a soffocare ciò ch'era più vivo nella coscienza degli uomini.