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L'India dei cristiani recinto di violenza: più di 2.000 vittime

Cresce drammaticamente il numero dei cristiani vittime di atti di violenza, persecuzione o discriminazione in India. Sono 2.141 quelli registrati nel 2011 a cui il Rapporto 2011 sulle Persecuzioni in India, pubblicato ieri dal Catholic Secular Forum (Csf), affianca quanti (familiari, contare le loro famiglie, parenti, amici, collaboratori) finiscono per essere vittime indirette della violenza. A soffrire della situazione, dovuta all’azione degli estremisti indù sostenuti da movimenti politici e da interessi economici ma anche incoraggiata dalla scarsa azione di polizia, investigatori e giudici nell’opera di prevenzione e repressione, sono soprattutto bambini e le donne. Come riferisce il Rapporto, fatto pervenire all’agenzia Fides, i più giovani si ritrovano ad essere «osservatori inermi dei crimini» e la mancata istruzione elementare, la denutrizione, la precarietà dei campi profughi, la paura e la povertà, abusi e sfruttamento sul lavoro ne mettono a rischio salute e stabilità. Vulnerabili anche le donne: suore, sorelle, mogli o figlie di pastori o di leader delle comunità, oggetto di stupri e molestie sessuali. L’ex giudice Michael F. Saldanha, attivo nella rivendicazione dei diritti dei cristiani e nel fare luce sulle loro sofferenze, commentando il Rapporto, ha chiesto l’attenzione nazionale e internazionale sulla situazione, affermando che «la polizia, la burocrazia e la magistratura danno l’impressione di aver abdicato al loro dovere». I gruppi estremisti indù basano le loro campagne d’odio sulla propaganda che indica i missionari e le diverse Chiese e sette cristiane impegnate ad accumulare conversioni ottenute con la forza e la frode. Per le attività sociali a favore degli emarginati, religiosi e laici e un gran numero di istituzioni educative, socio-assistenziali e sanitarie di ispirazione cattolica sono visti come «una minaccia per l’induismo». Questa tesi, sostiene il professor Ram Puniyani, studioso dei gruppi estremisti indù citato da Fides, è smentita dai fatti, dato che la percentuale dei cristiani in India va diminuendo da tempo: erano il 2,60% della popolazione nel 1972, il 2,44% nel 1981, il 2,30% nel 2001. Secondo Punyani, «gli affiliati dell’hindutva (l’ideologia che indica) hanno ormai chiaramente rivolto la loro attenzione sui cristiani, soprattutto tribali e adivasi, trovando nelle comunità bersagli facili, con scarso timore di ritorsioni». Il Rapporto del Csf, organizzazione ecumenica fondata da cattolici indiani, sostenuta dal cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai, denuncia anche «la campagna premeditata» contro bersagli poco tutelati e, date le segnalazioni già ricevute, prevede un ulteriore aumento di atti di intolleranza o di aperta violenza nel 2012. Il testo evidenzia, tra la vasta casistica, 250 casi più gravi e solleva questioni di tutto rilievo riguardanti la libertà di fede, gli abusi dei diritti umani e dei diritti civili teoricamente garantiti dalla Costituzione indiana nel Paese che è stata patria del Mahatma Gandhi, terra di confronto e amalgama di culture e fedi. Secondo il Csf, gli episodi censiti sono solo quelli portati alla luce e circolati sui mass-media, con l’avvertenza che quelli non registrati potrebbero essere da due a tre volte di più.