Share |

Maroni arresta i boss, la Rai arresta lui

Politica interna e pensieri

Il paradossale caso Saviano, la lotta alle mafie e il diritto di un ministro

Roberto Saviano, dopo aver esposto una tesi largamente infondata sul coinvolgimento della Lega nei traffici della criminalità organizzata nel nord, rifiuta oggi un confronto col ministro dell’Interno che chiedeva il diritto di replica su un argomento, quello della lotta alla criminalità organizzata, che conosce piuttosto bene. Nel farlo paragona addirittura Roberto Maroni – che ha smantellato le strutture fondamentali del clan dei Casalesi e che proprio ieri ha visto arrestare il boss della camorra Antonio Iovine, considerato dal Viminale uno dei trenta criminali più pericolosi d’Italia – nientemeno che al boss Sandokan. Al ministro ha opposto il suo – a quanto pare autorevolissimo – veto un certo Loris Mazzetti, capostruttura della Rai. La vicenda ha aspetti preoccupanti e persino paradossali e persino grotteschi. Saviano vuole condurre, sul piano culturale e informativo che gli è proprio, un’azione che contrasti le mafie e ha persino riconosciuto che in questa lotta l’iniziativa di Maroni è particolarmente incisiva. Perché dunque pensa che convenga aprire un fronte contro la Lega nord, come se quel partito fosse responsabile dei tentativi di infiltrazione delle cosche negli affari e negli appalti delle regioni settentrionali? Usando il suo modo di ragionare si potrebbe dire che dividendo il fronte di chi la combatte aiuta la mafia, ma questo, ovviamente, è un paralogismo. La seconda questione riguarda il diritto di un ministro di replicare ad accuse che ritiene infondate. Un diritto che viene considerato improprio e persino provocatorio dalla burocrazia di Rai Tre. Hanno ripetuto in tutte le salse che il livello degli ascolti deve essere l’unico metro per valutare una trasmissione, hanno spiegato che l’esibizione mediatica di Gianfranco Fini in coppia con Pier Luigi Bersani non aveva carattere politico, ma ora non vogliono ospitare un confronto tra Saviano e Maroni, che certo susciterebbe interesse nel pubblico. In Gran Bretagna, quando la Bbc calunniò il governo di Tony Blair, si costituì una commissione di inchiesta e quando fu accertato che c’era stata una forzatura dell’informazione furono rimossi i vertici dell’emittente. Qui ci si limita a liquidare la questione con un freddo comunicato burocratico. Si può concedere molto al narcisismo televisivo, tollerare la parzialità e persino comprendere il settarismo, ma se si arriva a considerare la richiesta di un confronto espressa dal ministro dell’Interno come una sorta di minaccia mafiosa, vuol dire che si sta davvero superando il segno. Maroni fa bene, a quanto pare, il suo mestiere. Può essere criticato come chiunque, così come il suo partito, ma ha il diritto sacrosanto di dire la sua. Altrimenti si mette in piedi un teatrino a senso unico, che alla fine ottiene il solo effetto di delegittimare le istituzioni dello stato anche quando funzionano. Davvero un bel risultato.