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Millesettecento anni dopo la grande persecuzione (Galerio e Diocleziano)

tratto da: 30 Giorni, anno XXI, aprile 2003, p. 75-79

È del febbraio 303 il primo decreto di persecuzione contro i cristiani degli imperatori Galerio e Diocleziano. Una decisione dettata da una feroce superstizione religiosa. Un paradosso perché, visto dall'esterno, già a quel tempo l'Impero romano era percepito come l'impero dei cristiani. La persecuzione per un decennio fu seme di cristiani ma anche causa di tradimenti e lacerazioni nella Chiesa 

All'alba del 23 febbraio del 303 - giorno dei Terminalia, la festività di "Giove dei confini" (Iuppiter Terminalis), che ben poteva fungere da simbolica occasione per farla finita una volta per tutte con la fede cristiana -, i pretoriani, con un blitz, radono al suolo la basilica cristiana di Nicomedia, la città dove risiedevano al momento gli imperatori Diocleziano e Galerio. Quello stesso giorno, o il giorno dopo, viene emanato un editto che, quanto ai cristiani, decretava la distruzione dei loro luoghi di culto e dei loro libri sacri; la decadenza dalle cariche pubbliche e la privazione del diritto di difesa rispetto a qualunque genere di accusa; la degradazione dei cristiani più ragguardevoli, che potevano con questo essere sottoposti a tortura; e, quanto agli schiavi cristiani, l'impossibilità di un loro eventuale affrancamento.

È l'esordio della sanguinosa persecuzione che per un decennio non sarà solo seme di cristiani ma causa pure di tradimenti e lacerazioni in seno alla Chiesa (cfr. Eusebio, Storia ecclesiastica VIII, 2-3), a cominciare da quella di Roma, il cui papa Marcellino, come si legge lapidariamente nella sua biografia ufficiale, finì per incensare le divinità pagane: «ad sacrificium ductus est ut turificaret, quod et fecit» (Liber pontificalis I, 162). Non per nulla ogni fedele domanda ogni giorno nella preghiera del Signore «et ne nos inducas in tentationem».

Il millesettecentesimo anniversario dello scoppio di questa persecuzione, conosciuta come la grande persecuzione o la persecuzione di Diocleziano, non ha avuto alcuna eco sulle pagine culturali della stampa. Eppure non si tratta di un fatto minore e privo di suggestioni per noi moderni, «i primi» diceva Péguy «dopo Gesù senza Gesù», che non cogliendo più l'eco della lotta radicale e misteriosa a cui allude l'Apocalisse di Giovanni, non capiamo perché la fede in Gesù Cristo debba essere odiata e consideriamo la sua persecuzione semplicemente frutto di costumi primitivi e barbari, o al massimo strumentale rispetto ad altri interessi. Come consideriamo barbara e/o strumentale, a dispetto dei fatti, la conversione di Costantino.

Ci incaricheremo noi di ripercorrerla. Avvalendoci delle notizie fornite da due autori ad essa contemporanei, il greco Eusebio, vescovo di Cesarea di Palestina, e il retore di lingua e cultura latina Lucio Celio Firmiano Lattanzio. L'impostazione dei quali è discutibile, perché scrivono le loro opere storiografiche da campioni di un cristianesimo ormai vincitore. Ma noi non ci interesseremo del quadro più o meno ideologico e trionfalistico in cui entrambi includono vincitori e vinti, bensì dei fatti capitati in Oriente a cavallo fra III e IV secolo e di cui essi furono, in certi frangenti, testimoni oculari.

I maghi e il segno della croce

Chi sapeva interpretare non il fegato delle pecore o il volo degli uccelli, ma alcuni fatti accaduti nel decennio precedente, poteva immaginarsi, ben prima di quella Kristallnacht del 23 febbraio, che si stava preparando la soluzione terminale.

Negli anni Novanta del secolo precedente, infatti, c'erano state diverse epurazioni di militari e di funzionari imperiali, benché sporadiche e senza implicazioni per la fede cristiana, almeno in apparenza. Queste implicazioni vengono in luce giusto intorno al volgere del secolo, dopo la vittoria riportata dal Cesare Galerio nella seconda spedizione contro i Persiani, da cui era tornato gonfio di pretese col titolo di «Persicus maximus», e per il deciso influsso della casta degli aruspici (gli indovini). «Diocleziano si trovava in Oriente. Ricercando ansiosamente, come era solito fare, presagi del futuro, sacrificava capi di bestiame ed esaminandone il fegato cercava di decifrare l'avvenire. Alcuni inservienti che assistevano a una cerimonia e che conoscevano il Signore si fecero in fronte il segno immortale [della croce]. Le potenze malefiche furono poste in fuga da questo gesto e i sacrifici ne risultarono turbati. Gli aruspici furono presi da sgomento non scorgendo nelle viscere delle vittime sacrificate i segni consueti, e più volte ricominciarono da capo il sacrificio, ma le vittime immolate continuavano a non offrire presagi. Finché Tage, famoso capo degli aruspici, o perché sospettasse o perché aveva visto qualcosa, affermò che le sacre cerimonie non avevano esito perché uomini profani erano presenti ai sacrifici rituali. Furioso, Diocleziano ordinò che compissero sacrifici non solo gli addetti alle sacre cerimonie ma tutti quelli che erano nel palazzo, e che fossero frustati se opponevano resistenza; con dispacci scritti ai comandanti ordinò che anche i soldati fossero obbligati ai sacrifici nefandi: chi non avesse obbedito avrebbe dovuto essere cancellato dai ruoli dell'esercito» (Lattanzio, De mortibus persecutorum X).

Come in molti racconti di persecuzione antichi e moderni la motivazione potrebbe apparire insufficiente e dunque incredibile: «È difficile per coloro che non hanno mai conosciuto persecuzione, e che non hanno mai conosciuto un cristiano, credere a questi racconti di persecuzione cristiana» scriveva Eliot nel VI coro di «The Rock» (oggi la pretesa di risolvere questa difficoltà in chiave culturale nasce da una incredulità maggiore e a sua volta la fomenta). Ma un precedente viene a conferma: l'ultima persecuzione generalizzata del 257-58, quella decisa dall'imperatore Valeriano, che, come farà poi Diocleziano, aveva accolto presso di sé molti cristiani tanto che «la sua casa era diventata una chiesa di Dio [ekklesía Teoû]», dice Eusebio (Storia ecclesiastica VII, 10, 3), fu certamente determinata dalla superstizione feroce del consigliere Macriano. Di lui così parla lo stesso Eusebio: «Il suo [di Valeriano] maestro [Macriano], che era il capo dei maghi egiziani, lo persuase a cambiare rotta, lo indusse a uccidere e perseguitare quegli uomini puri e santi, perché avversavano e ostacolavano gli incantesimi immondi e ripugnanti; vi erano difatti e vi sono tuttavia cristiani capaci di sconvolgere i disegni dei demoni nefasti con la loro presenza, col loro sguardo, solo col loro respiro e con la loro voce. Gli suggerì di compiere riti impuri, malefìci abominevoli, sacrifici esecrandi; di sgozzare poveri bambini, di immolare figli di infelici genitori, di lacerare le viscere di neonati, di dividere e fare a pezzi le creature di Dio, quasi che così potesse raggiungere la felicità» (Storia ecclesiastica VII,10,4).

Dunque, intorno al 300, misure intese a fare pulizia nel Palazzo e nell'esercito, motivate come cinquant'anni prima da una feroce superstizione, potevano costituire pericolose avvisaglie.

Altre avvisaglie

Ma altre ce n'erano state ancora prima. All'epoca della prima guerra persiana, nel 297, era stato condannato con pene asprissime, fino alla decapitazione e al rogo per i capi e gli scritti, in quanto «religio nova et inopinata» (Editto contro i Manichei) e soprattutto perché «de Persica adversaria nobis gente progressa» (ivi), il manicheismo: quel manicheismo che più tardi affascinerà Agostino. «Il fatto che sant'Agostino è stato per nove anni "auditor" nella setta di Mani è la prova che questa eresia doveva contenere qualcosa di molto attraente che oggi per noi, che conosciamo soltanto una parte delle tradizioni antecedenti raccolte da Mani, è difficile valutare», avverte Erik Peterson a conclusione della voce corrispondente dell'Enciclopedia Cattolica. (L'avvertenza di uno studioso del suo calibro ci dovrebbe consigliare di valutare i rapporti di Agostino - sia con i manichei di Roma [«amicitia eorum familiarius utebar quam caeterorum hominum qui in illa haeresi non fuissent»: Confessioni V,10,19] sia, più tardi in Africa, con i donatisti, di cui non fu solo confutatore ma anche estimatore [di Ticonio apprezza fino a farle sue le regole di interpretazione delle Sacre Scritture] - al di fuori di uno "schema di conversione", perché altrimenti risulta quasi più difficile credere ai racconti di conversione che a quelli di persecuzione. Sia detto fra parentesi, ma non senza una certa enfasi).

Ora il cristianesimo, seppure non così nova religio e proveniente da una terra non così nemica, era pur sempre sorto da poco in terra d'Oriente, nella Palestina anche allora cruciale. Poteva subire la stessa sorte.

Politica ed economia

Ma si dovrebbe aggiungere che le stesse riforme politiche e amministrative del decennio precedente non promettevano niente di buono. A cominciare da quella fondamentale riforma costituzionale che fu la tetrarchia. Diocleziano fin dai primi anni di regno aveva associato a sé come Augusto, sebbene in posizione subordinata, Massimiano, un generale suo conterraneo, dandogli in particolare la cura delle turbolente Gallie. La successiva affiliazione all'uno e all'altro, rispettivamente, di Galerio e Costanzo Cloro come Cesari, nel 293, doveva completare la riforma tetrarchica intesa a dare all'Impero un governo più adeguato e una successione indolore. Questa riforma, però, lungi dall'essere soltanto un espediente tecnico, assumeva un carattere fortemente ideologico e religioso, come dimostrato da William Seston nel classico «Dioclétien et la tetrarchie», soprattutto da quando nel 289, il primo fatidico Ottantanove, Diocleziano prendeva il titolo di "familiare di Giove" (Iovius) e dava a Massimiano quello di "familiare di Ercole" (Herculius): tali sarebbero stati anche i rispettivi "figli". I destini dei quali, oltre che per questa "parentela divina", erano intrecciati ai due Augusti da legami familiari. Fu per tale avvilupparsi di vincoli che Costanzo Cloro fu costretto ad abbandonare Elena, la madre di Costantino, per sposare la figlia di Massimiano.

Se, da una parte, le divinità prescelte erano quelle del tradizionale «pantheon» romano, tradizionale non era la "parentela divina" fondante il sistema costituzionale. «Questo assolutismo teocratico erigeva a sistema e a vero e proprio rituale i segni di rispetto ereditati dalle monarchie orientali che gradualmente erano entrati in uso e che culminavano nell'adoratio obbligatoria dei principi» (J. Moreau, «La persecuzione del cristianesimo nell'Impero romano», p. 104). Paradossalmente il potere, a Roma (ma Roma in realtà era già stata declassata e abbandonata come centro dell'Impero), si atteggiava come quelle monarchie contro cui si esercitava il suo massimo sforzo bellico. E l'imitazione dell'apparato simbolico era reciproca. Così succedeva che Narsete, salito al potere in Persia nel 293, lo stesso anno dell'innalzamento a Cesari di Galerio e Costanzo, si proclamasse "figlio" del grande Shahpur I.

La riorganizzazione delle province e dell'amministrazione intrapresa nel quadro della tetrarchia, nonché la crescente importanza dell'esercito, inoltre, avevano reso necessaria una politica fiscale che toglieva ai cittadini finanche la parvenza della libertà sulla base del «principio della responsabilità collettiva applicato con ferreo rigore» (S. Mazzarino, «L'Impero romano», II, p. 590). Stabilito il censo a cui era tenuta ogni ripartizione amministrativa, gli appartenenti a quella ripartizione dovevano comunque corrisponderlo. Gli individui vengono ora assimilati e identificati colla terra (siamo all'origine della servitù della gleba): "una unità di lavoratori è equivalente, ai fini tributari, ad una unità imponibile fondiaria; una testa di lavoratore-colono (caput) risulta equivalente ad una unità di superficie lavorabile da un lavoratore-colono (iugum). [...] L'Impero romano, circondato tutt'attorno da nemici, uscito da guerre civili che ancora ne scuotevano la compagine, fu così ordinato come un immenso campo di lavoro, un cantiere dove una plebs rusticana, quella appunto colpita dalla «capitatio» (la quale in linea di principio non pesa mai sulle plebi cittadine), lavorava senza posa al mantenimento della «civilitas» romana, lavorava a produrre generi alimentari per l'«annona militaris» e per la «civilis»" (ivi, pp. 589-591).

Tutto è funzionale al mantenimento del tenore di vita acquisito dalle plebi dei grandi centri urbani dell'Impero e all'innalzamento di quello di un esercito quadruplicato nei suoi effettivi, per garantirne la fedeltà. A prezzo, però, di un'inflazione crescente che porta al crollo della moneta e che l'«Edictum de pretiis» del 301 non scalfisce nemmeno. A persecuzione iniziata, le difficoltà economiche e la pressione fiscale che gettavano sul lastrico soprattutto i più poveri si accentueranno.

Bisogna considerare anche questo quando si va a trattare della grande persecuzione, perché qualunque seria crisi economica sfocia in lotte per la sopravvivenza dove l'unico principio vigente diventa «mors tua vita mea». Basta vedere, ai nostri giorni, come il grave arresto della crescita dell'Africa non sia estraneo al formarsi in quel continente di violenze sconosciute nei decenni precedenti, per non dire di epidemie che, senza bisogno di guerre batteriologiche, stanno falcidiando intere popolazioni.

Una persecuzione inaspettata

Con tutto ciò la persecuzione cruenta giungeva inaspettata. Diocleziano regnava dal 284 e il cristianesimo anche sotto di lui sembrava prosperare grazie a un editto del 260 concesso dal figlio di Valeriano, Gallieno, dopo che il padre era stato catturato nella guerra contro i Parti di Shahpur I e la sua pelle, in senso letterale, campeggiava ormai come trofeo nel loro tempio. Quell'editto aveva garantito e garantiva al cristianesimo una situazione forse già da quel momento di piena legittimità. Tanto che, come scrive Marta Sordi, «in Oriente, romanizzazione e cristianesimo procedevano, in qualche caso, di pari passo. E si intende come [...] agli occhi dell'orientale Mani, il cristianesimo potesse apparire come la religione caratteristica del mondo romano» («Il cristianesimo e Roma», p. 479). Mazzarino aggiunge dei particolari che evidenziano la insostenibile contradditorietà di uno «Stato di cristiani con politica anticristiana»: "La «Cronaca di Seert» dirà che "i deportati romani [c'erano anche il vescovo di Antiochia Demetriano e alcuni sacerdoti fra quelli che furono catturati in una delle incursioni di Shahpur] ottennero in Persia un benessere maggiore che nella loro patria e per la loro opera il cristianesimo fece proseliti in Oriente". L'Impero romano era dunque in questa paradossale situazione: costituito di cristiani soprattutto nelle sue parti orientali, esso appariva come l'Impero dei cristiani a chi lo considerasse dall'esterno; e tuttavia il suo imperatore era stato un persecutore. [...] Strana situazione di uno Stato di cristiani (specie nella sua parte orientale) con politica anticristiana" («L'Impero romano», II, 529).

Come abbiamo visto, però, fino al 303 non c'era stato che qualche provvedimento nell'ambito dell'esercito e del Palazzo, e neppure questi applicati in modo così sistematico, se alcuni funzionari cristiani come Pietro, Doroteo, Gorgonio al momento dello scoppio della persecuzione godevano della fiducia dell'imperatore e erano ancora al suo servizio a Nicomedia. Lo stesso Lattanzio che ce ne dà conto, proveniente dall'Africa e sbarcato, su invito di Diocleziano, a Nicomedia verso la fine del III secolo, forse proprio lì si era convertito al cristianesimo, senza per questo smettere di prestare il suo servizio di retore nel palazzo imperiale. Addirittura la moglie e la figlia di Diocleziano, Prisca e Valeria, sembra simpatizzassero per il cristianesimo.

Lo stesso primo editto del 23 febbraio, inoltre, e le altre disposizioni emanate durante quel medesimo anno 303, seppure via via più dure, non prevedevano la pena capitale per esplicita volontà di Diocleziano.
Ma a un certo punto, all'inizio del 304, tutti furono chiamati dovunque e indistintamente a compiere pubblicamente un sacrificio e una libazione agli dei sotto pena di morte.

Perché questa resa dei conti? Perché la politica, per sua natura tendente al compromesso e alla moderazione, si era dovuta accodare all'ostilità religiosa. «La lotta assumeva così un significato politico, ma solo nella misura in cui la politica diventava essa stessa un fatto religioso» (M. Sordi, «Il cristianesimo e Roma», p. 340). Diocleziano, che aveva abbastanza senso politico per comprendere che una persecuzione dei cristiani avrebbe aggravato i problemi, si era dovuto piegare a Galerio. Costui, tornato vittorioso dal fronte balcanico e poi dal fronte orientale, unico generale ad essere riuscito a domare i nemici dell'Impero per antonomasia, Germani e Parti, era sempre più l'uomo forte del regime. Fu dunque il prevalere di Galerio, come attestano le nostre fonti (cfr. De mort. pers. XI e XIV; e Storia eccl. VIII, appendice), a condurre alla sfida terminale. Sembra che fra l'altro si debba riconoscere la sua azione provocatoria dietro due incendi scoppiati a Nicomedia e che portarono già dopo il primo editto alla morte di molti cristiani del luogo, fra cui il vescovo Antimo. Vittima non solo politica di questa azione è anche Diocleziano che, diventato sospettoso di tutto e tutti, cadrà preda di una vera e propria malattia mentale e abdicherà l'anno appresso.
Galerio dunque sta a Diocleziano come Macriano a Valeriano? In un certo senso sì. Ma da solo egli non sarebbe stato altro che quel corpulento energumeno di cui ci parlano le fonti. Lui stesso in realtà era sotto l'influsso della madre ferocemente superstiziosa e di un neoplatonismo ormai ridotto a pratica teurgica, che vedeva nella fede cristiana il principale ostacolo al dispiegarsi delle sue magie. Il «Contro i cristiani» del discepolo prediletto di Plotino, Porfirio, preparò il terreno alla persecuzione già prima della fine del secolo III. «I discorsi veritieri» di Ierocle, stessa corrente ma di una generazione più giovane, l'accompagnarono nel suo svolgimento. Ierocle, peraltro, come governatore prima della Bitinia e poi dell'Egitto, non agì solo con gli scritti. E così il filosofo Teotecno, posto come sovrintendente ad Antiochia di Siria, e altri. In Siria, Fenicia, Palestina ed Egitto e nelle province della penisola anatolica, costoro infierirono come esecutori degli editti persecutori fin quasi alla pace del 313.

Pax romana e pax christiana

La pace è tema da procrastinare. Qui ci dobbiamo interessare solo di vicende cruente, anche per ovvi motivi di attualità. Ma una cosa va subito detta. Se con la conversione di Costantino poteva sembrare avverarsi il sogno di Origene di una coincidenza fra la Chiesa e l'Impero, di una saldatura nella «pax costantiniana» di «pax romana» e «pax christiana», la situazione dei cristiani appartenenti all'altro Impero, l'Impero dei Parti - perché bisogna ricordare che cristiani c'erano anche lì e altrove, ben oltre i confini dell'Impero romano, fin dall'età apostolica - era lì a ricordare la natura illusoria e tragica di questa aspettativa. Essi sono sottoposti a una persecuzione che si inasprisce proprio in forza della pacificazione costantiniana. Nel secolo precedente, come abbiamo visto sopra, cristiani provenienti dall'Impero romano avevano trovato in terra persiana condizioni molto più favorevoli che in patria all'esercizio e alla comunicazione della fede. Ora che romanizzazione e cristianesimo si identificavano, i cristiani sono sentiti e rischiano essi stessi di sentirsi come i nemici, fino a staccarsi dalla comunione con la Chiesa di Roma. Da questo punto di vista l'organizzazione della pace per tutti al posto di una politica fatta di trattati risulta una pretesa violenta, che ha come primo effetto quello di condannare alcuni alla persecuzione. Scrive l'attuale prefetto della Biblioteca vaticana Raffaele Farina in un recente contributo: «L'organizzazione della pace, allora [IV secolo], anziché essere una sovrastruttura dell'ordinamento internazionale, come possiamo pensarla oggi [come suona anacronistica questa attualizzazione di meno di due anni fa!], era compito e prerogativa di quello Stato universale, l'Impero romano, al quale, per il suo carattere etico e religioso, si pensava fossero affidate le sorti dell'umanità intera. [...] Che l'Impero non fosse davvero universale, nel senso che esso non comprendesse materialmente tutto il mondo conosciuto, era evidente ai contemporanei. Tuttavia, nel sentire comune, l'Impero veniva considerato il presidio della civiltà e l'imperatore il patrono di tutte le genti. Con Costantino si giunge ad affermare la teoria secondo la quale anche la terra dei «foederati» apparteneva all'Impero. L'organizzazione del mondo si confondeva così con quella dell'Impero. L'organizzazione di una «pax romana», l'unica che potesse essere allora concepita, subentrò così gradualmente al "sistema dei trattati che Roma aveva costruito nell'epoca precedente e che aveva avuto come presupposto piuttosto lo stabilimento di una superiorità politica in funzione di un'azione da sviluppare verso l'esterno che la preoccupazione fattasi in seguito dominante del mantenimento della pace ad ogni costo"» («La concezione della pace nel IV secolo», in «Chiesa e Impero. Da Augusto a Giustiniano», pp. 185-186).

Ma già all'inizio del V secolo, all'indomani della proclamazione della fede nicena come normativa nell'Impero romano, questa visione mostra il suo carattere contingente e "«pax romana» e «pax christiana» saranno contrapposte. Sarà Leone Magno a farlo, non tanto in polemica con la Roma del passato, ma con la «nuova Roma», Costantinopoli" (ivi, p. 195).

Leone Magno non è l'eroe solitario che tanto piace all'immaginario romantico e populistico sui papi e che il suo nome potrebbe evocare, è invece l'espressione di un apprendistato fedele in cui è preceduto, accompagnato e seguito da altri. «Innocenzo I, Leone Magno, Gelasio sono i tre uomini che hanno ammassato le pietre della libertà della Chiesa occidentale, [...] il genio teologico di Agostino ha squadrato le pietre» (H. Rahner, «Chiesa e struttura politica nel cristianesimo primitivo», p. 105). Che siano romani, toscani o africani, quello che lega questi uomini e molti altri nel V secolo è che stanno alla fede e alla tradizione di Roma (di cui fa parte anche il legame imprescindibile con la comunità ebraica così come il rispetto della civiltà giuridica romana e, paradossalmente, le debolezze di tanti suoi vescovi). È lì che prendono le pietre, è lì che hanno imparato a distinguere fra l'opera della natura e l'opera della grazia, fra «pax romana» e «pax christiana». La grandezza della teologia di Agostino sta proprio nell'essere congrua a queste pietre, non nell'essere andata alla ricerca della pietra filosofale. Per questo Innocenzo I e Celestino I, Leone e Gelasio la sentono connaturale e la fanno propria.