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No del rabbino di Torino ai matrimonio gay, «pena la dissoluzione della società stessa»

«Ben venga dunque la collaborazione con i vertici della Chiesa cattolica, con la quale per molti versi il mondo ebraico può sviluppare un’adeguata azione comune per la difesa della dignità, della stabilità e della sacralità della famiglia, richiamandosi agli insegnamenti della tradizione biblica fin dai primordi: “E l’uomo lascerà suo padre e sua madre, si unirà a sua moglie e saranno un’unica carne”». Così è intervenuto sulle pagine dell’Osservatore Romano, Alberto Moshe Somekh, rabbino della comunità ebraica di Torino.
PERCHE’ PARLARNE. Come quello del rabbino di Francia, Gilles Bernheim, che Somekh ringrazia per aver rotto il silenzio, il suo intervento è significativo perché potrebbe contrastare con «l’antico diritto talmudico», che «proibisce in linea di principio che questioni di natura sessuale vengano trattate “coram populo” per il timore che ascoltatori non adeguatamente preparati possano fraintendere i dettagli talvolta sottili della Legge e compiere atti illeciti pensando che siano permessi». Ma, sottolinea il rabbino, proprio perché «negli ultimi decenni queste tematiche sono state affrontate dai media in modo tanto plateale quanto incompleto e parziale», è diventata «addirittura necessaria» una «puntualizzazione adeguata e accurata degli argomenti in questione». Inoltre, sottolinea Somekh, «nell’ebraismo è l’azione che ha importanza teologica assai più del sentimento e del pensiero». Chiarendo che non è la persona omosessuale ad essere condannata, ma la sua pratica, egli puntualizza che «dobbiamo evitare il giudizio nei confronti di coloro che soccombono. La compassione deve prevalere sulla condanna».
PERCHE’ NON LEGALIZZARE. L’ultima considerazione è sul messaggio del rav Bernheim sullo Stato che non può «riconoscere benefici legali a un comportamento trasgressivo». Ricordando che neppure prima del cristianesimo le società hanno mai legalizzato tale pratica, il rabbino ha spiegato: «Millecinquecento anni fa, anche quei “figli di Noè” che non si astenevano dalle pratiche omosessuali avevano almeno il pudore di non redigere un contratto nuziale fra le parti». Questo perché da sempre l’uomo sa che «scelte che attengono alla sfera più intima del singolo individuo, alle sue inclinazioni e alla sua coscienza personale, non possono divenire oggetto di un riconoscimento formale, né dar luogo a un iter legislativo, e tanto meno assurgere a valore di riferimento del costume sociale, pena la dissoluzione della società stessa». Infine la citazione del testo classico del misticismo ebraico, lo Zòhar, in cui si legge che «Dio creò esclusivamente androgini. “Li divise in due, separando il maschio dalla femmina, e li mise uno di fronte all’altro. E quando la donna si ricongiunse con l’uomo D. li benedisse, come nel corso della cerimonia nuziale». Di qui la consapevolezza di un ordine non sovvertibile, pena la distruzione della società, per cui «l’omosessualità non fa parte del piano della Creazione». E per cui «solo nell’unione solenne di marito e moglie trova dimora la Presenza Divina».