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"Non prævalebunt". Come e perché Benedetto XVI resiste agli assalti

La crisi della Chiesa non si risolve con i cambiamenti pratici richiesti dai suoi critici, ma con una fede più viva e più vera. Joseph Ratzinger ne era arciconvinto già da cardinale. Un memorabile scontro tra lui e un porporato francese aiuta a capire la sua attuale condotta da papa

Nel cuore di questa estate hanno improvvisamente ripreso vigore gli attacchi contro Benedetto XVI, da fuori e da dentro la Chiesa.
Da fuori c'è stato l'attacco frontale – di asprezza senza precedenti – del primo ministro irlandese Enda Kenny, che ha accusato la gerarchia cattolica fino ai massimi vertici di proteggere i preti pedofili dagli strali della giustizia terrena. Sul banco dei colpevoli Kenny ha messo lo stesso Joseph Ratzinger, per questa sua frase di quand'era cardinale: "Criteri di condotta appropriati alla società civile o al funzionamento di una democrazia non possono essere puramente e semplicemente applicati alla Chiesa".
Anche il "Financial Times", con un editoriale, si è schierato con il premier irlandese contro la Chiesa cattolica. In Irlanda è allo studio una legge che obbligherebbe i sacerdoti a riferire agli organi dello stato le notizie di abusi sessuali su minori apprese nel sacramento della confessione.
Da dentro la Chiesa, intanto, è ripartita una nuova ondata di rivendicazioni, da parte di gruppi di sacerdoti in Austria, negli Stati Uniti, in Australia e man mano in altri paesi, per l'abolizione del celibato del clero, per il conferimento del sacerdozio alle donne, per la comunione ai divorziati risposati.
Ciò che accomuna tutti questi attacchi è la pressione affinché la Chiesa si omologhi agli ordinamenti delle moderne democrazie e si assimili alle correnti culturali dominanti.
A uno sguardo più ravvicinato, la riforma della Chiesa pretesa da questi accusatori ha al suo centro non dei cambiamenti di dottrina, ma la modifica dei suoi ordinamenti e della sua disciplina. L'ortodossia non ha importanza, per costoro, ma l'ortoprassi sì: sono le regole pratiche della Chiesa che vanno cambiate e messe al passo con i tempi.
Proprio di questo Benedetto XVI è accusato: di insistere sulla verità della dottrina e di rifiutare le innovazioni pratiche di cui la Chiesa ha bisogno.
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In realtà, l'attuale pontificato si caratterizza anche per una serie importante di cambiamenti normativi in campo liturgico, finanziario, penale, ecumenico, al punto che autorevoli studiosi di diritto ecclesiastico hanno dedicato un recente convegno proprio a "Benedetto XVI legislatore canonico".
Le conclusioni del convegno sono in questo servizio di www.chiesa:
Sei anni sulla cattedra di Pietro. Un'interpretazione (1.7.2011)
Ma in che senso Benedetto XVI vede se stesso come "legislatore", senza però concedere nulla alle pressioni che lo accerchiano?
Per rispondere a questa domanda è utile risalire a prima della sua elezione a papa: a una conferenza tenuta dal cardinale Ratzinger a Parigi, alla Sorbona.
Una conferenza alla quale seguì un vivace botta e risposta tra lui e l'allora arcivescovo di Bordeaux, il cardinale Pierre Eyt, anch'egli membro della congregazione per la dottrina della fede di cui Ratzinger era prefetto.
Era il 27 novembre 1999. Ratzinger intitolò la sua conferenza: "Verità del cristianesimo?". E chi la rilegge la trova in straordinaria sintonia con la lezione da lui tenuta da papa a Ratisbona il 12 settembre 2006.
A Parigi, avviandosi alla conclusione, Ratzinger disse:
"Guardando al passato, possiamo dire che la forza che ha trasformato il cristianesimo in una religione mondiale sta nella sintesi da esso operata tra ragione, fede e vita, brevemente indicata con l'espressione 'religio vera'".
E proseguì:
"Tutte le crisi interne al cristianesimo osservabili ai nostri giorni sono riconducibili solo secondariamente a problemi di tipo istituzionale. I problemi di tipo sia istituzionale sia personale nella Chiesa derivano, in ultima istanza, da questa questione e dal suo enorme peso".
Cioè, appunto, dalla "pretesa di verità" del cristianesimo, in un'epoca in cui per tanti uomini non ci sono più certezze, ma solo opinioni.
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A queste tesi il cardinale Eyt reagì pochi giorni dopo, sul quotidiano cattolico "La Croix" del 9 dicembre 1999.
Obiettò che i "problemi istituzionali" nella Chiesa non sono affatto "secondari" come Ratzinger aveva sostenuto.
Vescovi e cardinali, a giudizio di Eyt, devono ogni giorno "decidere e prendere posizione con urgenza". Non possono tergiversare, perché quotidianamente "sono con le spalle al muro". Sotto le provocazioni della sensibilità di oggi "dobbiamo mettere un po' più alla prova alcune nostre concezioni e pratiche".
Quali pratiche? Per esemplificare, il cardinale Eyt citò l'intervento del cardinale Carlo Maria Martini al sinodo dei vescovi di quello stesso anno, che aveva indicato come bisognose di cambiamenti le seguenti questioni, da mettere al centro di un auspicato nuovo Concilio: "il ruolo della donna nella società e nella Chiesa, la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina matrimoniale, il rapporto con le Chiese sorelle dell'Ortodossia, il bisogno di rianimare la speranza ecumenica, il rapporto tra democrazie e valori, tra le leggi civili e la morale".
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Ratzinger controreplicò il 30 dicembre, anche lui su "La Croix". E i primi due punti della sua replica furono i seguenti:
"1. Il cardinale [Eyt] dice che, nell'analisi delle decisioni della Chiesa antica, avrei dovuto non solo prendere in considerazione il rapporto tra fede e razionalità, ma anche mettere in evidenza la relazione tra fede e diritto romano.
"Su questo punto non posso concordare. La relazione tra fede e ragione, infatti, è un'opzione originaria della fede cristiana già chiaramente formulata nella letteratura profetica e sapienziale dell'Antico Testamento e in seguito ripresa con decisione dal Nuovo Testamento. La pretesa, di fronte alla religione mitica e politica, di essere una fede in rapporto con la verità e perciò responsabile rispetto alla ragione, appartiene all'autodefinizione essenziale dell'eredità biblica, eredità che ha preceduto la missione e la teologia cristiane e che, ancor più, le ha rese possibili.
"La relazione con il diritto umano, invece, non è stata sviluppata che progressivamente a partire dal IV secolo e, rispetto alla decadenza delle strutture dell'impero, non ha mai potuto conseguire in Occidente lo stesso significato che aveva nella Chiesa dell'impero bizantino. Si tratta di un'opzione secondaria, intervenuta in un'epoca determinata e che potrebbe anche nuovamente scomparire. È certamente vero che tra diritto e Chiesa esiste una relazione reciproca di fondo, ma si tratta di una questione indipendente dall'altra.
"2. Il mio confratello del collegio cardinalizio ritiene che io sottovaluti il senso delle istituzioni. È incontestabile il fatto che la fede cristiana, sin dalle origini, non abbia voluto essere soltanto un'idea, che sia entrata nel mondo dotata di elementi istituzionali (funzione apostolica, successione apostolica) e che, dunque, la forma istituzionale della Chiesa appartenga per essenza alla fede. Ma le istituzioni non possono vivere se non sono sostenute da convinzioni fondamentali comuni e se non esiste un'evidenza di valori che ne fondi l'identità.
"La fragilità di questa evidenza è – lo ripeto – la ragione specifica della crisi attuale della Chiesa. Il cardinale Eyt mi ricorda a ragione le decisioni istituzionali che devo prendere quotidianamente. Ma è proprio qui che la connessione diventa per me evidente. Laddove le decisioni del magistero su valori determinanti per l'identità dell'istituzione ecclesiale non possono più contare su una convinzione comune, esse sono necessariamente percepite come repressive e restano, in fin dei conti, inefficaci.
"Chi difende la dottrina trinitaria, la cristologia, la struttura sacramentale della Chiesa, la sua origine nel Cristo, la funzione di Pietro o l'insegnamento morale fondamentale della Chiesa ecc., e deve combatterne la negazione in quanto incompatibile con l'istituzione ecclesiale, colpisce nel vuoto se si diffonde l'opinione che tutto questo [insieme di verità] è senza importanza. In questo modo un'istituzione diviene una carcassa vuota e cade in rovina, anche se esteriormente resta potente o dà l'apparenza di avere solide fondamenta.
"Per questo le decisioni istituzionali del magistero possono diventare feconde solo a condizione che siano legate a una lotta seria e convinta per una nuova evidenza delle opzioni fondamentali della fede".
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Tornando a oggi, nel vedere all'opera Ratzinger come "papa legislatore" può sembrare che egli abbia cambiato idea: che cioè le istituzioni, gli ordinamenti e le norme canoniche non siano più per lui solo qualcosa di "secondario".
Ma non è così. Ogni volta che Benedetto XVI legifera – ad esempio liberalizzando la messa in rito romano antico o rafforzando le norme contro i "delicta graviora" – fa di tutto per mostrare sia il fondamento di verità delle decisioni prese, sia la loro diversità rispetto alle leggi della città terrena.
Dove manca questa "evidenza delle opzioni fondamentali della fede", egli si guarda bene dal cedere alle "provocazioni della sensibilità di oggi".
Per lui l'ortoprassi non può essere disgiunta dall'ortodossia, così come la "caritas" è tale solo "in veritate".
Il paragrafo finale della sua conferenza del 1999 alla Sorbona diceva precisamemte questo:
"Il tentativo di restituire, in questa crisi dell'umanità, un significato globale alla nozione di cristianesimo come 'religio vera' deve puntare parallelamente sull'ortoprassi e sull'ortodossia. Il suo contenuto, oggi come un tempo, dovrà consistere, più profondamente, nella coincidenza tra amore e ragione in quanto pilastri fondamentali del reale: la ragione vera è l'amore e l'amore è la ragione vera. Nella loro unità, essi sono il fondamento vero e il fine di tutto il reale".