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Non solo islam. Il difficile Natale dei cristiani indiani

In India, quest’anno, i cristiani hanno atteso il Natale in un clima di paura, più ancora che in passato. Sempre più spesso sono infatti oggetto di aggressioni, violenze, abusi da parte dei fondamentalisti indù. Le suore e i sacerdoti che operano in regioni remote temono per la sicurezza dei loro istituti religiosi e per la loro stessa vita. Le scuole missionarie cristiane, anche nei grandi centri urbani, subiscono intimidazioni e sono oggetto di false accuse di proselitismo per il solo fatto che i loro stemmi presentano croci o immagini della Vergine. Si moltiplicano le denunce ai cristiani di convertire a forza gli indù e le “riconversioni” di massa all’induismo di nuovi cristiani, queste sì estorte con la forza dai fondamentalisti.  

Con l’approssimarsi del Natale, minacce e attacchi si sono fatti più frequenti. Il 1° dicembre, ad esempio, un incendio doloso ha gravemente danneggiato la chiesa di San Sebastiano a Dilshad Garden, nella capitale Delhi: il fuoco ha distrutto l’altare, la sagrestia e tutta la balconata. È successo di notte, mentre la chiesa era vuota. Il 20 dicembre invece, un sabato, si stava celebrando la messa serale nella chiesa di Nostra Signora di Fatima, sempre a Delhi, nel quartiere sudorientale di Jasola, quando un sasso gettato contro una finestra ne ha mandato in frantumi i vetri, andando a infrangersi sull’altare, per fortuna senza ferire nessuno.

Proprio il giorno di Natale, i fondamentalisti hanno preso di mira due comunità cristiane in due stati della federazione. Nel villaggio di Balisuda, nello stato di Orissa, distretto di Sundergarh, hanno fatto arrestare dalla polizia sei fedeli e tre pastori protestanti – i reverendi R. Mahanta, J. Das e Kaila Badaika – con l’accusa di aver forzato 15 famiglie indù, in tutto 85 persone, a convertirsi al cristianesimo nei tre giorni precedenti il Natale. Il “reato” sarebbe stato scoperto vedendo i nuovi cristiani recarsi in chiesa per partecipare ai riti religiosi. I neoconvertiti hanno spiegato alle autorità di aver abbracciato la fede cristiana spontaneamente, ma la loro parola contro quella degli induisti conta poco.    

Di un’aggressione vera e propria si è trattato nel villaggio di Deogarh, nello stato del Madhya Pradesh, distretto di Khandua. I fedeli che si stavano recando presso la sede della Friends Missionary Prayer Band (Fmpb), una comunità pentecostale guidata da fratel Jibaratna Bira e da Siporah Singh, sua moglie, si sono accorti di quattro individui che li stavano fotografando. Alla richiesta di smettere e andarsene, i quattro si sono allontanati, ma solo per tornare pochi minuti dopo accompagnati da un centinaio di fondamentalisti indù armati di bastoni che hanno fatto irruzione nella sede della Fmpb e hanno incominciato a insultare Cristo e a minacciare tutti di morte. I fedeli, terrorizzati, sono fuggiti insieme a fratel Bira e alla sua famiglia, cercando rifugio nella vicina foresta, ma il giorno dopo gli induisti hanno dato loro la caccia, li hanno trovati, li hanno picchiati, senza risparmiare le donne, e infine li hanno consegnati alla polizia che li ha arrestati con l’accusa, anche in questo caso, di aver praticato delle conversioni forzate. Il 27 dicembre il tribunale locale ne ha confermato la detenzione. 

Si tratta di due, nuovi gravi casi di violazione della libertà religiosa, ha commentato Sajan George, presidente del Global Council of Indian Christians (Gcic), nel riferire i fatti all’agenzia di stampa AsiaNews. Quel che è peggio, i fondamentalisti indù agiscono favoriti dall’inazione quando non dalla connivenza delle forze dell’ordine e forti dell’avallo del governo, più che mai indulgente nei loro confronti da quando è dominato dal Bharatiya Janata Party (Bjp), il partito nazionalista indù, vincitore delle elezioni generali dello scorso maggio.

Dalla sua ascesa al potere – spiegava il 24 dicembre ad AsiaNews Dominic Emmanuel, responsabile dell’Ufficio relazioni pubbliche dell’arcidiocesi di New Delhi – è cresciuta la visione estremista e nazionalista del paese: «Che si tratti di fare del poema religioso indiano Bhagavad Gita un testo nazionale, di lanciare accuse di finanziamento al terrorismo attraverso l'esportazione di carne, di promuovere il sanscrito quale terza lingua ufficiale, di impedire a Babbo Natale la distribuzione di cioccolatini nelle scuole, di "love jihad" o della riscrittura della storia di modo che possa glorificare solo la cultura indù, in soli sei mesi dall'ascesa al potere del Bjp sembra che non vi sia fine all'emarginazione e all'intimidazione delle minoranze in India».

Quella che verrebbe esportata, illegalmente, e i cui proventi andrebbero a finanziare il terrorismo secondo quanto affermato mesi or sono dal ministro dello Sviluppo delle donne e dei bambini Maneka Gandhi, è la carne bovina. La denuncia ha suscitato scalpore e indignazione tra la popolazione indù che, come è noto, considera sacri le mucche e gli altri animali da latte. L’espressione Love Jihad, Guerra santa d’amore, oppure Romeo Jihad, si riferisce invece al fatto che molti giovani musulmani – questa l’accusa – fingerebbero di innamorarsi di donne indù e di altre religioni per farle innamorare e quindi convincerle a convertirsi all’islam. Se reali, il che non è da escludere, sarebbero fatti senza dubbio molto gravi: anche in mancanza di prove, le denunce servono a instillare tra gli indù diffidenza e ostilità nei confronti delle minoranze.

Preoccupati per la sorte dei propri fedeli e dell’intero paese, di recente leader ed esponenti di movimenti cristiani, tra cui il cardinale Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai e presidente della Federazione dei vescovi dell’Asia,  hanno redatto un documento in cui denunciano e condannano gli atti dei fondamentalisti indù come attacchi alla Costituzione da parte di chi vuole far regredire l’India, trasformarla da democrazia laica in un nuovo Pakistan.