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Orrore senza fine Bruciato il pilota Italia nel mirino

Si chiama “The Islamic State 2015” e costituisce la summa dei prodotti di propaganda realizzati dallo Stato Islamico. Il documento, diffuso attraverso la rete internet, contiene tutte le indicazioni necessarie a conoscere e aderire al Califfato.  Illustra l’ideologia e gli obiettivi militari a breve e lunga scadenza che il Califfato si prefigge e indica la leadership dell’Is con al vertice Abu Bakr al-Baghdad seguito da due comandanti militari, ex ufficiali iracheni del regime di Saddam Hussein, responsabili per le operazioni in Siria e Iraq. Si tratta di un testo di cento pagine, secondo fonti d’intelligence scritto «prevalentemente in un inglese non perfetto, sebbene si ipotizzi che gli estensori siano persone in possesso di cittadinanza occidentale fedeli al Califfo. Di certo è stato elaborato per volere dei vertici stessi dell’Is».

Il documento è, infatti, «di chiaro stampo propagandistico, contiene le istruzioni per raggiungere i campi di combattimento dello scacchiere siro-iracheno. Si presume sia stato concepito prevalentemente per popolare il sedicente Stato islamico di nuovi combattenti», commenta Lao Petrilli che sul sito Wikilao ha reso noto per primo l’esistenza del documento elaborato dai jihadisti. In effetti l’Is ricorda i suoi strabilianti successi militari che l’hanno portato a controllare un territorio vasto un po’ di più della Gran Bretagna e di cui negli ultimi mesi di contrattacco della Coalizione ha perso meno del 2%, come ha recentemente ammesso il Pentagono. Il rapporto pubblica inoltre informazioni dettagliate sulla giornata tipo dei suoi combattenti e insieme a immagini di soldati al fronte promuove gli arruolamenti da tutto il mondo attirando reclute con la promessa di buone paghe, assegni famigliari e case e utenze gratuite.

Non manca un richiamo ai prigionieri decapitati con la precisazione che il giornalista britannico Joihn Cantlie, protagonista di un paio di video-spor promozionali per l’IS da Kobane e Mosul, sembra sinceramente interessato a far vedere agli Occidentali la realtà dello Stato Islamico.

Il documento è apparso poche ore prima del barbaro omicidio del pilota giordano Muad Kasasbeah, bruciato vivo dentro una gabbia come mostra un video diffuso dal Califfato. Il Site (portale che pubblica video e documenti dei gruppi jihadisti)  ha pubblicato un collage di immagini nelle quali appare il tenente delle forze aeree giordane circondato da miliziani armati e a mezzo busto con un occhio tumefatto, mentre pronuncia un monologo.  Il pilota sembrava fosse rimasto ucciso durante un fallito blitz delle forze speciali americane ma il suo nome è stato poi  accomunato a quello dei due ostaggi giapponesi uccisi dall’IS nei giorni scorsi la cui liberazione era stata condizionata al rilascio della terrorista Sajida al-Rishavi detenuta ad Amman. Tokyo si era affidata alla mediazione giordana e la brutale esecuzione di Kasasbeah potrebbe suonare come proprio come una “punizione” per Amman il cui governo ha ceduto alle pressioni di Washington per evitare il negoziato con i terroristi nonostante gran parte dell’opinione pubblica e dei parlamentari giordani fossero favorevoli allo scambio. Ora in mano all’IS resta solo un Occidentale, la volontaria americana di 26 anni rapita in Siria nel 2013 e per cui lo scorso agosto Isis chiese un riscatto di 6,6 milioni di dollari.

Molto interessante e per nulla scontata invece la mappa che mostra l’arrivo dei combattenti stranieri che hanno raggiunto il Califfato per combattere in Siria e Iraq. I dati forniti dai jihadisti sono inferiori a quelli diffusi recentemente dai servizi di sicurezza europei circa i “foreign fighters” provenienti dal Vecchio Continente. Gli europei, infatti, sarebbero circa 2mila: 486 britannici, 412 francesi, 240 tedeschi, 60 austriaci, 50 italiani, 84 danesi, 26 irlandesi, 95 spagnoli, 20 finlandesi, 80 svedesi, 40 norvegesi, 95 spagnoli, 152 olandesi e 296 belgi. Dai Balcani sarebbero giunti 148 albanesi e 60 bosniaci, ma l’Est Europa avrebbe contribuito alla causa jihadista anche con 800 russi e 50 ucraini. Più consistente il contributo di Asia e Oceania con 330 pakistani, 100 cinesi, 23 afghani, 30 kirghizi, 60 indonesiani e 250 australiani. Dall’America hanno raggiunto l’Is 130 statunitensi e 23 canadesi. Africa e Medio Oriente hanno offerto il maggior numero di volontari: ben 3mila i tunisini, 2.500 i sauditi seguiti da Giordania (2.089) e Marocco (1.500) più 890 libanesi, 556 libici, 358 egiziani, 110 yemeniti, 71 kuwaitiani, 20 palestinesi, 12 dal Bahrein e 15 dal Qatar e 11 dagli Emirati Arabi Uniti.

L’aspetto più preoccupante per la sicurezza europea, cioè il rientro dei “foreign fighters” viene messo in secondo piano da “The islamic State” (almeno nelle intenzioni della propaganda del Califfato) che evidenzia invece i piani per attaccarci con armi convenzionali quali i razzi a lungo raggio già in dotazione ad Hamas (che li usa contro Israele) o disponibili negli arsenali libici e siriani.  Nelle pagine conclusive, infatti, il rapporto prefigura un attacco all’Europa, «una volta sconfitti i persiani» (riferimento agli sciiti), mentre «i tiranni del Maghreb saranno battuti entro il 2020» e i mujaheddin tunisini, libici e di altre località «si impossesseranno degli arsenali di quei dittatori, delle loro basi e dei loro razzi a lunga gittata».

L’Is rende quindi noti piani a lungo termine per lanciare «missili verso il cuore dell’Europa» come vendetta per quanto patito «dai fratelli in Siria». Un piano che per ora è puramente teorico dal momento che l’Is non controlla i territori necessari ad attaccare il continente europeo e non possiede tali armi (razzi Grad, Frog 7 ed M-75) peraltro imprecise e con gittata inferiore ai 200 chilometri. L’obiettivo è impossessarsi dei razzi già in dotazione ad Hamas e che sono stati contrabbandati a Gaza dal movimento islamista del Sinai Ansar Bayt al-Maqdis, che ha aderito allo Stato Islamico. In Libia lo Stato Islamico punta a far si che i jihadisti di Ansar al-Sharia e dell’Emirato di Derna mettano le mani sui razzi a lungo raggio dagli arsenali di Gheddafi. «La Tunisia è accanto alla Libia e Al Qaeda nel Maghreb Islamico ha una sua presenza lì. Quando il confine tra Libia e Tunisia sarà crollato ci potrà essere una condivisione di missili», sostiene il documento dell’Is . «Se Al Qaeda nel Maghreb Islamico lanciasse missili dalla costa tunisina verso l’Italia la potrebbero raggiungerla». L’obiettivo è ancora una volta indicato in Roma, il nome della quale, come d’altronde quello dell’Italia, è cerchiato in rosso nella mappa.

Contro la Spagna l’Is ipotizza di lanciare «anche dei Grad rudimentali» (razzi a corto raggio -ndr) per attraversare lo Stretto di Gibilterra e dare il via alla «liberazione dell’Andalusia». L’unica ragione per la quale al-Qaeda nel Maghreb Islamico non può farlo ora «è per la sua presenza limitata nell’area e per le difficoltà di far arrivare lì i razzi», sostiene la pubblicazione. A Oriente il Califfato pianifica di allargarsi in Turchia e di prendere i Dardanelli e Istanbul per puntare sull’Europa balcanica .

Le operazioni immaginate dall’Is sono in realtà raffazzonate e sembrano elaborate più da un ragazzo appassionato di Risiko che da uno stratega. Vengono definiti “missili” armi che in realtà sono grossi razzi non guidati il cui impiego contro il territorio europeo avrebbe poco senso anche nel caso del tutto improbabile che l’IS riuscisse a conquistare l’intera costa meridionale del Mediterraneo. Quasi comica poi la previsione di poter sbarcare in Italia «per appoggiare i musulmani oppressi d’Europa» . Il valore del documento è quindi puramente propagandistico e il “target” è rappresentato non dall’opinione pubblica Occidentale né dalla sola opinione pubblica araba. L’utilizzo della lingua inglese, già utilizzata nel mensile Dabiq edito dal Califfato, punta a raggiungere il vasto pubblico del mondo islamico nel suo complesso.