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Parole inconciliabili con il ruolo al Senato

Quello che stupisce non è tanto il fatto che Calderoli abbia dato dell’orango al ministro Kyenge: per quanto l’insulto questa volta sia particolarmente ripugnante, a certe sparate siamo abituati.

Lo stupore è piuttosto per chi conosce Calderoli: una persona diversa dal volgare tribuno che si è esibito a Treviglio e, ahimè, anche in molte altre occasioni. Stesso discorso per Borghezio. Quando li incontri, trovi persone colte, educate, ragionevoli. Ma quando questi stessi dottor Jekyll diventano mister Hyde, capisci il tragico copione che la Lega ha recitato in questi anni per solleticare la pancia più becera del Nord.

Non è un caso, infatti, che persone come Calderoli – che a tanti di noi giornalisti ha parlato con coraggio e sensibilità del travaglio che ha vissuto per la sua malattia – non si sognerebbero mai di dare dell’«orango» al ministro Kyenge in una conversazione privata o in un’intervista; ma non hanno alcuna remora nel farlo se di fronte hanno una platea con la bava alla bocca. Questa è sempre stata la strategia della Lega: due linguaggi, a seconda di chi ascolta. 

Ma ormai Calderoli e i suoi colleghi leghisti dovrebbero avere gli elementi sufficienti per capire che questa tattica ha portato il loro movimento al suicidio. La Lega aveva tanti argomenti seri da portare in politica; difendeva tanti interessi più che legittimi del Nord. Se ha fallito, è anche perché ha scelto di non crescere, ed è rimasta prigioniera del suo primo elettorato, quello che nei primi Anni Ottanta non voleva gli insegnanti meridionali. Quello che vuol sentirsi dire che il ministro Kyenge assomiglia a un orango.

Calderoli non può non rendersi conto che il suo dell’altra sera è l’ultimo di una lunghissima serie di autogol che l’hanno già, e da un pezzo, portato alla sconfitta. E non può non capire che, se ha scelto di continuare a parlare in quel modo, non può restare alla vicepresidenza del Senato.