Share |

Povera Italia, piove sulle lacrime

A Roma, simbolo perfetto di una gloria millenaria (passata) e della miseria presente, grande bellezza e grande monnezza, come al solito hanno superato anche quest’onda di piena con la scialuppa di salvataggio dell’ironia. Rassegnata e beffarda.

Così il sindaco, ribattezzato SottoMarino, è stato travolto, non solo dall’Aniene o dal Tevere, ma da una piena di tweet sarcastici: “oggi barche pare o dispare?”,  “Avvistato Papa Francesco che cammina sulle acque”, “Tutta colpa di una fontanella”, “Finalmente Marino ha risolto il problema delle buche a Roma”, “Occhio, mercoledì scioperano i traghetti”, “Proposto Schettino alla guida dell’Atac”.

Sul Sacro Gra s’immagina di fare surf come fosse il Canal Grande (o forse il Canil Grande). Ci mancava solo la Polizia municipale dell’urbe che ha twittato segnalando (testualmente) un “allagamento fra via delle Gondole e via dei Traghetti”. Il quotidiano “Il Tempo” infierisce: “che sindaco, dai pedali al pedalò”.

Si deve pur campare e a Roma, che in 2700 anni ne ha viste tante, sperano di sopravvivere anche a Marino. Però possiamo continuare a consolarci col sarcasmo?

Non è il problema “der biondo Tevere”, che in fin dei conti esonda da secoli e una volta riusciva a portare pure la famosa barchetta a piazza di Spagna. Nemmeno l’Aniene di per sé fa paura.

E’ l’impotenza. Nessuno pretende che si sia capaci di costruire opere come il Colosseo o San Pietro, ma possibile che da decenni non si riesca nemmeno a sistemare i tombini e asfaltare le buche?

E’ il senso di impotenza – a Roma come in Italia – per una decadenza che sembra irreversibile e che agghiaccia gli animi. Un’impotenza di fronte alla quale tutti appaiono impari, surreali, inadeguati.

Ipnotizzati come siamo dalla desertificazione industriale, dalla disoccupazione e dal debito pubblico che montano più della piena del Tevere e che – sacrificio dopo sacrificio – vanno sempre peggio, perfino il maltempo arriva a riproporci il più inquietante degli assilli: siamo diventati un Paese irredimibile, condannato, senza più alcuna speranza di farcela?

C’è una vecchia, ma efficace battuta, che dice: “La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo”. In effetti ieri il maltempo ha avuto una mira perfetta, perché minacciava tuoni e fulmini (con acqua alta) in modo speciale su tre aree: Roma, Venezia e la Toscana (sulla direttrice Firenze-Pisa).

Praticamente i nostri gioielli. In tutto il mondo infatti l’Italia “è” Roma, Venezia e Firenze e non può lasciare indifferenti che la mappa delle inondazioni di queste ore riguardi proprio queste tre città, queste tre zone del Paese.

Non che sia meno grave l’alluvione nel modenese delle settimane scorse, ci mancherebbe. Sarebbe idiota pensare a zone di seria A e zone di serie B. Tutti hanno lo stesso diritto alla tutela e all’aiuto.

Oltretutto, se vogliamo, nell’involontario messaggio simbolico del maltempo di queste ore, pure l’Emilia ha il suo metaforico perché: quella infatti è la zona che era già stata colpita dal terremoto. Sembra un accanimento del fato su una terra simbolo dello sviluppo e del benessere italiano. Anzi, di quello che fu lo sviluppo e il benessere.

Dunque ritrovarsi ad essere così fragili, vulnerabili e vulnerati, contemporaneamente, proprio nel cuore dell’Italia produttiva e in quei tre punti preziosissimi della nostra geografia artistica, spirituale, monumentale e storica, diventa quasi una sorta di metafora del momento che sta vivendo la nostra nazione.

Se – per esagerare con i simboli – aggiungiamo a questo pure il crollo di Volterra, perla delle colline toscane e cuore dell’antica civiltà etrusca, madre di Roma, la suggestione nefasta è completa.

Sembra che un’intera civiltà trimillenaria sia minacciata di crollo, che sia destinata ad essere sommersa dal fango, condannata a una sparizione che è pure un “genocidio” culturale, morale e spirituale (peraltro lo faceva già prevedere il nostro perdurante crollo demografico che ci pone in fondo alle classifiche perfino in Europa).

Come illudersi ancora? Politici, intellettuali, imprenditori, giornalisti, magistrati, ma anche semplici cittadini… Possiamo reperire una speranza vera o addirittura una certezza di rinascita? Tutti gridano contro tutti, tutti si accusano reciprocamente, tutti si scannano.

E lanciare allarmi e denunciare e puntare il dito fa parte della fiera, della lotta delle fazioni. Sembra tutto inutile. E le geremiadi dei giornali, come questo articolo, sono un abbaiare alla luna.

Ma l’Italia? L’Italia di tutti noi?

Perfino lo struggente lamento sull’Italia del Petrarca, riletto alla luce delle cronache del maltempo, assume una connotazione beffarda vista l’evocazione di quei fiumi: “Italia mia, benché ’l parlar sia indarno/ a le piaghe mortali/ che nel bel corpo tuo sí spesse veggio,/ piacemi almen che ’ miei sospir’ sian quali/ spera ’l Tevero et l’Arno/e ’l Po, dove doglioso et grave or seggio”.

Il grande poeta faceva seguire a questo sconsolato esordio, una preghiera: “Rettor del cielo, io chieggio/ che la pietà che Ti condusse in terra/ Ti volga al Tuo dilecto almo paese”.

E forse è l’unica cosa che dovremmo reimparare a fare.

“Difendi, conserva, prega”, scriveva anche Pier Paolo Pasolini in quella sorprendente poesia-testamento in friulano che aveva dedicato – poco prima di morire – a “un fassista zòvin” (a un giovane fascista).

Oggi che non ci sono più ideologie, tutti potremmo e dovremmo forse raccogliere l’esortazione visionaria di Pasolini alla gioventù, un appello ad essere “un santo o un soldato: un santo senza ignoranza, un soldato senza violenza”.

Ma anche i versi e le metafore dei poeti sembrano aver perso significato. Non c’è più un linguaggio comune.

Abbiamo consumato, dileggiato e digerito (insieme alle nostre risorse) pure le parole della pietà, come quelle della nostra identità. E oggi scorrono nei tombini, in tv, nei giornali, nei Palazzi della politica: fiumi di parole e fango.

 

Antonio Socci