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Quel Don Giussani lottatore che tendiamo a dimenticare

Pubblichiamo per gentile concessione dell’editore Rizzoli alcuni stralci dell’intervento di Paolo Mieli contenuto nel volume, a breve in libreria, "Un’attrattiva che muove. La proposta inesauribile della vita di don Giussani" (Bur, pagg. 448, euro 12) a cura di Alberto Savorana.

Mi fa molto impressione il modo in cui don Giussani entra nella scuola, a metà degli anni Cinquanta: «Di schianto».

Noi oggi ne parliamo in termini celebrativi, e quasi senza volerlo evochiamo un mondo latte e miele, in cui tutti lo amavano, tutti gli volevano bene, tutti lo stimavano, tutti lo portavano in palmo di mano. Ma l'ingresso di don Giussani nella vita pubblica - salendo i gradini del Berchet - non fu affatto tranquillo, né lo fu la sua storia successiva. Fu un uomo che entrò nella vita «di schianto», appunto, e che visse i trent'anni successivi passando di schianto in schianto, di urto contro urto. Ma ascoltiamo come descrive lui stesso quell'inizio: «Nel 1954 siamo entrati di schianto nella scuola statale, che non era ancora marxista - anche se i marxisti già facevano clima da tante parti -, ma sostanzialmente liberale e quindi laica e anticristiana come la scuola marxista che ne è diretta conseguenza. Noi non siamo entrati nella scuola cercando di formulare un progetto alternativo per la scuola. Vi siamo entrati con la coscienza di portare Ciò che salva l'uomo anche nella scuola, che rende umano il vivere e autentica la ricerca del vero, cioè Cristo nella nostra unità» (p. 167). Potete immaginare che cosa abbia significato entrare così in quella scuola non ancora marxista e cosa avrebbe rappresentato la sua presenza nella scuola divenuta poi marxista?

L'episodio che fa scattare la scintilla di questo schianto sembra banale, ma per don Giussani non lo fu affatto: «Stavo facendo svolgere un compito in classe di religione in una terza liceo classico e, mentre gli studenti scrivevano, io gironzolavo tra i banchi. Ritornato alla prima fila ho preso il primo libro che mi è capitato e lo guardavo per passare il tempo. Era il Disegno storico della letteratura italiana di Natalino Sapegno. Apertolo, il caso volle che la pagina su cui il mio occhio si posò fosse la vita di Leopardi. Allora ho cominciato con interesse a leggerla, ma dopo mezzo minuto, dico: “Ragazzi, interrompete il compito in classe. Ma voi, con tutta la vostra presunzione, con tutta la vostra volontà di autonomia, leggete queste cose e le accettate senza colpo ferire, come bere un bicchier d'acqua?”» (ivi). Giussani legge il brano di Sapegno (al quale va comunque tutto il nostro omaggio): «Le domande in cui si condensa la confusa e indiscriminata velleità riflessiva degli adolescenti, la loro primitiva e sommaria filosofia (che cosa è la vita? a che giova? quale il fine dell'universo? e perché il dolore?), quelle domande che il filosofo vero ed adulto allontana da sé come assurde e prive di un autentico valore speculativo e tali che non comportano risposta alcuna né possibilità di svolgimento, proprio quelle diventarono l'ossessione di Leopardi, il contenuto esclusivo della sua filosofia» (pagg. 167-168). Quindi lo commenta con queste parole davanti a tutta la classe: «Ah, ho capito! \ Omero, Sofocle, Virgilio, Dante, Dostoevskij, Beethoven sarebbero degli adolescenti, perché tutta la loro espressione è determinata da quelle domande, grida quelle esigenze. \Io sono ben lieto di stare nella compagnia di quelli, perché un uomo che azzera la questione non è un uomo “umano”!» (pag. 168). E scatena un dibattito fra i ragazzi a partire da quella interpretazione iperlaicistica di Leopardi (Sapegno era anche marxista, ma la sua posizione era comunque laicista). Quel momento segna l'inizio di tutto.

Questo fu don Giussani, un uomo che entrò nella vita pubblica, nel discorso pubblico, sapendo che le sue parole sarebbero state d'urto, sapendo che quello che voleva portare con decisione e sul quale aggregava i ragazzi di poco più giovani di lui, e altri ne avrebbe trascinati lungo gli anni, era un messaggio che induceva a una battaglia per il Cristo. Non era, la sua, una semplice riproposizione del Cristo in un contesto, come dire, latte e miele.

La cronologia aiuta a orientarsi nelle oltre milletrecento pagine del libro e consente di scoprire i momenti fondamen- tali della vita di don Giussani. Il 1975, 1976 e 1977 furono anni di fuoco, contrassegnati da episodi che sono descritti ampiamente, con coraggio e con forza. Il 1975: la forte ostilità contro don Giussani e contro il movimento giovanile che a lui si richiamava, che si era già espressa abbondantemente negli anni successivi al Sessantotto, acquista una dimensione enorme all'interno della Chiesa, perché un religioso allora molto celebre, padre David Maria Turoldo, dapprima pronuncia un discorso, diciamo così, abbastanza vivace nei confronti di don Giussani e poi ci ritorna con un articolo importantissimo del marzo 1975, una vera e propria invettiva pubblicata sul Corriere della Sera , finché rilascia un'intervista al settimanale L'Europeo in cui sostanzialmente accusa don Giussani di essere insensibile alla guerra del Vietnam, al colpo di Stato in Cile, alle bombe fasciste, alle stragi. Ora, per chi ricorda il linguaggio dell'epoca, accusare qualcuno di essere insensibile alle bombe, alle stragi, ai colpi di Stato significava, senza prendersi le responsabilità di subire alcun processo, accusarlo di esserne complice. Da quegli articoli, che arrivavano grazie a un'orchestrazione molto forte da parte della cultura laica e con l'ausilio della tonaca di padre Turoldo (una persona molto conosciuta, apprezzata, non era un semplice prete, ma un grande comunicatore, pastore d'anime, con un grande accesso ai media), prende il via una stagione molto particolare, segnata da una campagna contro don Giussani e Comunione e Liberazione, con aggressioni a sedi e a militanti del movimento; i convegni di CL vengono salutati con spranghe e colpi d'arma da fuoco, dove è possibile; in particolare, a Bologna, dove si registra un vero e proprio assalto a un raduno del movimento, la polizia interviene per difendere i giovani di CL, parte un colpo di pistola e muore uno studente, Francesco Lorusso. Bene, dopo la morte di Lorusso, la sinistra estrema e Radio Alice, che ne è espressione, scatenano la caccia a quelli di CL. È l'inizio di una stagione davvero terribile: don Giussani si difende, scrive un articolo su Il Resto del Carlino (cfr. pag. 545), poi concede un'intervista a padre Nazareno Fabbretti; fa impressione il tono dell'intervistatore, addirittura un prete, che si rivolge a Giussani dicendo: «Dicono che sono falsi progressisti, falsi credenti, falsi pluralisti, falsi ecumenici. E altre cose ancora, anche più gravi. \ Io stesso, lo confesso, ho nutrito più d'una riserva nei loro confronti» (pag. 546). Insomma, lo tratta come se fosse un Freda o un Ventura, cioè come uno degli accusati di avere messo le bombe. Bene, questo clima va avanti per anni.

In quegli stessi anni tutti, tutte le persone poco coraggiose, compresi coloro che appartengono al mio mondo, prendono le distanze, fingono di non vedere e di non capire; tra di esse ci sono anche tanti che poi si riavvicineranno alla realtà di Comunione e Liberazione e allo stesso don Giussani, che lo vorranno incontrare, gli vorranno parlare e gli racconteranno di averne appreso la lezione. Io di quel periodo ricordo solo un uomo, Giovanni Testori, che dopo la morte di sua madre volle conoscere don Giussani e raccontò in pubblico che cosa aveva significato per lui quell'incontro.

Quando io capii che cosa era accaduto, ovviamente non ho partecipato ad alcuna delle cose di cui sto parlando, da allora mi sono ripromesso che mai più parlerò in pubblico di CL e di don Giussani senza ricordare e chiedere scusa per quella lunga stagione di aggressioni. Mai, mai più! Furono anni terribili in cui solo la forza del cemento del '54, di cui ho detto all'inizio, fece sì che non una delle persone che stavano intorno a CL ritenne di abbandonare il campo; e da allora dentro CL si visse in maniera più pronunciata un sentimento di comunità indissolubile.

Poi le cose sono cambiate per don Giussani e il movimento, anche in virtù del pontificato di Giovanni Paolo II e del legame con Ratzinger, ma voglio ricordare che grazie a un amico comune, Carlo Colombo, il teologo di Paolo VI, Giussani aveva avuto un rapporto fortissimo anche con Montini, dal quale fu apprezzato, stimato, in un rapporto dapprima complesso nella diocesi di Milano e poi sempre più libero. Negli anni di Wojtyla e di Ratzinger divenne pacifico per tutti che cosa fossero davvero Giussani e Comunione e Liberazione. E per fortuna gli orrori di cui ho parlato ce li mettemmo alle spalle.

Paolo Mieli
Presidente di RCS libri